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Carmelo Cossa, un imprenditore solo contro la crisi

Carmelo Cossa, un imprenditore solo contro la crisiAvanza con successo Non aver paura, l’esordio narrativo di Carmelo Cossa, edito da Parallelo 45. Un passato da imprenditore e un presente da scrittore sono le caratteristiche di Cossa che ha affrontato in questo romanzo temi di scottante attualità, come la crisi dell’imprenditoria, l’impossibilità di realizzare i propri sogni, la precarietà, ma anche la voglia e la determinazione di riuscire ad affrontare e superare gli ostacoli. Il protagonista di Non aver paura è Tommaso, un imprenditore che sembra avere tutto quanto si possa desiderare, dalle soddisfazioni personali a quelle professionali, quando ad un certo punto piomba la malattia nella sua vita a far vacillare ogni certezza. Oltre a lottare contro la malattia, Tommaso è costretto a vedersela con altri mostri contemporanei e altrettanto temibili, come le banche che non concedono tregua all’imprenditore che sembra non avere nemmeno il “diritto” di ammalarsi per non perdere tutto quello che aveva faticosamente costruito fino a quel momento o come i contrasti con i collaboratori sui cui aveva sempre contato. Con Non aver paura, Cossa percorre fino in fondo il tunnel della paura e della disperazione, fino a far intravedere una luce che indica la fine di un incubo.

Abbiamo intervistato Carmelo Cossa, per conoscere più da vicino la sua storia.

 

Il suo romanzo si intitola Non aver paura. Che cos’è per lei la paura e quanto è diffuso questo sentimento al giorno d’oggi?

Ho intitolato il romanzo Non aver paura perché io ne ho avuta veramente tanta. Cominciai ad averne nel 1969, quando giovanissimo abbandonai il paese, un pugno di case arroccate su un colle nel cuore del Cilento, e partii alla volta di Torino in cerca di fortuna. In quel periodo ho combattuto molte battaglie lavorando per mantenermi e per studiare alla scuola serale. Ho continuato a lottare anche quando, nel 1980, ho aperto una ditta di automazione industriale. Ero solo, ma andavo avanti, e a farmi compagnia spesso c’erano solo la solitudine, la paura e la scrittura. La mia prima poesia si ispirava al treno, che ricordo ancora come un mostro portentoso che mi strappava alla mia terra e ai miei cari, a quindici anni. E ho continuato a scrivere per quarant’anni, condensando le mie paure e le mie riflessioni in centinaia di poesie, in decine di racconti e in alcuni romanzi. La paura, quando si scopre che si è vulnerabili, ci tormenta come qualcosa di impalpabile e invisibile, ma è pronta a tormentarci in ogni istante.Oggigiorno la paura la fa da padrona. Questo sentimento potrebbe sembrare inarrestabile, ma se acquisissimo la consapevolezza di poterlo controllare, eviteremmo di farci annientare. La paura, a volte, ci porta a vivere egoisticamente dimenticandoci che facciamo parte di un mondo che, anche se non riusciremo a salvarlo dall’arrivismo che violenta gli ideali, potremo almeno provare a cambiare e a far crescere. Però la paura che ti gela il sangue e che fa sembrare tutto inutile, è un’altra cosa.

 

Ha scelto di scrivere questo romanzo che è tratto da una storia vera: qual è la ragione che sta dietro questa scelta?

La storia che oggi rivive in Non aver paura mi ha insegnato che in certi momenti niente conta, neanche la morte, quando si ha una ragione per vivere. E io di ragioni ne ho davvero tante, ma la più semplice è raccontare la storia di chi, lavorando in proprio e con la crisi che imperversa, non può permettersi nemmeno di ammalarsi. È difficile andare avanti quando non si riesce più a immaginare un domani. Fra una visita e l’altra, fra una litigata con un direttore di banca e una discussione con i collaboratori in azienda, ho memorizzato il dolore che batteva dentro la mia testa e la rabbia verso chi non capiva. Intanto che la crisi, quella che non risparmia nessuno e che non ha risparmiato nemmeno me, avanzava tentando di bruciare i miei sogni, io scrivevo. Scrivevo con la speranza che il dolore nella mia testa sparisse e che il lavoro si riprendesse. Ma le speranze si riducevano giorno per giorno. Dodici ore in ditta, divise fra ufficio e laboratorio, e poi a casa a sfogare il mio tormento sulla tastiera. Tutto sembrava procedere per il meglio e ancora una volta la scrittura mi ha rapito, aiutandomi a non soccombere. Ma non sapevo che la vera battaglia era lì ad attendermi, ad assorbire ogni mia forza e ogni mio pensiero: le visite e gli esami a cui il medico di famiglia mi ha sottoposto sentenziavano un aneurisma al cervello. La malattia mi ha costretto ad abbandonare il lavoro e il romanzo appena iniziato per lottare con tutte le mie forze non più solo per la ditta, ma per la mia vita appesa a un filo che guardavo assottigliarsi giorno dopo giorno.A questo si era aggiunto l’annoso problema di chi lasciare alla guida dell’azienda. Avrei avuto bisogno di riflettere e di inventarmi qualcosa per tenere in piedi la ditta e non lasciare a casa i miei dipendenti. Ma il neurochirurgo aveva detto che non c’era tempo. L’aneurisma avrebbe potuto rompersi e io avrei dovuto essere operato. Un salto nel buio, un intervento al cervello…

 

Perché decidere di raccontare in un romanzo ciò che quotidianamente troviamo sulle pagine dei giornali e nei notiziari di cronaca?

Quelle che troviamo sulle pagine dei giornali, e che ascoltiamo nei notiziari, sono spesso voci distorte con lo scopo di fare audience. La modernità tende a offrirci cose più finte delle finzioni stesse. Io invece ho voluto raccontare verità, guardandole da una prospettiva che solo chi le vive conosce. Oltre alla paura del male insediatosi nella mia testa senza chiedere permesso, ho dovuto difendermi da banche e da istituzioni che, dimentiche di un sentimento chiamato “umanità”, guardano solo i numeri. Oggi, schiavi di una tecnocrazia che rasenta l’idiozia, come diceva Oscar Wilde, si conosce il prezzo di ogni cosa, ma il valore di nessuna. Ecco, io ho cercato di raccontare e di mostrare il valore delle cose, dei sentimenti e delle persone, ma non il loro prezzo.

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Carmelo Cossa, un imprenditore solo contro la crisiIl romanzo è un percorso verso la realizzazione di sé, nonostante le difficoltà di una situazione che sembra essere senza via d’uscita…

Non credo che il romanzo sia un percorso verso la realizzazione del sé. Sono invece certo che sia un mezzo per raccontare che basta poco per scivolare in un abisso di cui neppure si immagina l’esistenza. E ritrovandomi in fondo al baratro ho rischiato di smarrire la via d’uscita e di soccombere. La mia realizzazione, dopo il tragico intervento al cervello, è avvenuta con l’aiuto di medici straordinari. Il primario di neurochirurgia dell’ospedale maggiore di Novara, il dottor Gabriele Panzarasa e la sua formidabile équipe mi hanno aiutato ad attraversare la tempesta che si è abbattuta sulla mia esistenza e dopo alcuni mesi ho ripreso a lavorare e a scrivere. Ma al rientro ho trovato la ditta sull’orlo del fallimento. Poco lavoro, liquidità vicina allo zero e pagamenti arretrati. A fatica ho ripreso in mano le sorti dell’azienda e, rischiando tutto, ho affrontato le banche, con successo. Non potevo arrendermi e non volevo perdere tutto quello che avevo costruito e sono ridisceso in campo per combattere. Mi sono dedicato nuovamente al romanzo che avevo cominciato prima dell’intervento e l’ho completato, cercando un editore che si appassionasse al mio progetto di raccogliere fondi per l’associazione “Amici della Neurochirurgia Enrico Geuna” dell’ospedale Maggiore di Novara.

L’ho trovato in Parallelo45 Edizioni e a settembre 2014 è stato pubblicato Non aver paura. Il libro è partito in sordina, ma il successo sembrava che fosse sempre stato dietro l’angolo perché grazie al passaparola dei lettori è arrivato improvviso e inaspettato. Nei primi giorni di aprile 2015 è volato nella top 100 di Amazon e c’è rimasto per diversi giorni. Così ho visto la mia creatura, anche solo per pochi giorni, respirarela stessa aria dei bestseller internazionali dei grandi scrittori.

 

Perché oggi, secondo lei, cercare di essere se stessi e realizzare i propri sogni è diventato così difficile?

Credo che non sia mai stato facile, ma nemmeno troppo difficile. Certo, questa modernità non aiuta. Ma se smettessimo di proteggere i piccoli e i giovani fino all’inverosimile, se li lasciassimo crescere insegnando loro che i sogni, perseguiti con garbo, con umiltà e convinzione, si possono realizzare, sarebbe tutto più semplice. Io ho sempre sognato. Sono sempre stato ottimista e ho sempre spinto le cose in direzione delle mete che nel tempo mi sono prefissato. Non ho mai perso tempo e quando ho sbagliato non ho mai dato la colpa agli altri, non ho mai accampato scuse e ho sempre ascoltato tutti, cercando di capire da che parte andare per fare bene e per realizzare i miei sogni. Infatti sulla copertina del libro ho inserito una frase che per me vale molto: non aver paura delle tue speranze, sii l’artefice dei tuoi sogni. Sono certo che chi teme le proprie speranze non diventerà mai l’artefice dei suoi sogni. Da questa riflessione è nato il titolo Non aver paura.

 

Carmelo Cossa da lettore: quali autori e quali titoli predilige?

Il mio autore preferito in assoluto è Ken Follett, seguono Grisham, Clara Sanchez e altri. Parlando di autori italiani: Donato Carrisi, Camilleri, il compianto Faletti e altri. I titoli preferiti sono alcune decine, ho letto veramente tanto, ma ne cito alcuni che non dimenticherò mai: Un luogo chiamato libertà, I pilastri della terra, Il volo del calabrone, Il martello dell’Eden e altri di Ken Follett. L’appello, Il socio e altri di Grisham. Il profumo delle foglie di limone e tanti, tanti altri che non sto a elencare per non annoiare. Ma il mio motto è sempre stato questo: se un uomo non riesce a vivere senza nutrire il corpo, bevendo e mangiando, non dovrebbe stare troppo tempo senza nutrire la mente, leggendo.

 

Nella prefazione, lei ringrazia ed elogia alcuni sanitari dell’Ospedale Maggiore di Novara: perché le belle notizie di una sanità efficiente non fanno notizia?

Elogio solo alcune persone perché per ovvie ragioni non ho potuto elogiarle tutte. Ho provato l’impulso di farlo perché, a cominciare dal primario, sono persone eccezionali. Sono “missionari” che fanno il loro lavoro con una dedizione insolita. Durante la mia lunga degenza ho visto più volte il primario sostituirsi all’infermiera di turno e somministrare i medicinali ai pazienti con lo stesso ammirevole piglio. Sono una squadra affiatata, perfetta. In quel reparto lavorano e collaborano senza mai prevaricare o cercare di scavalcare un altro, diventa così tutto più piacevole e armonioso. Perché le storie a lieto fine e la buona sanità non fanno notizia? Bisognerebbe chiederlo ai giornalisti. Ma le emozioni, quelle che ho provato io cominciando a vivere il secondo tempo della mia vita, e quelle che sto provando con Non aver paura, valgono molto di più dell’audience e dell’arrivismo che ci insegnano fin dalla nascita. Se fosse così per tutti, se ognuno si cibasse di emozioni vere, la vita non sarebbe più solo una rincorsa al denaro a ogni costo, ma una rincorsa alla ricchezza interiore e alla consapevolezza che i soldi sono necessari, ma l’ossessione dei soldi no. Non so se sia statoun caso fortuito o se il destino ci abbia messo del suo, main questo stesso periodo del 2012, dopo l’intervento al cervello, temendo di non farcela, mi disperavo. Ma grazie a Dio, alla mia caparbietà, al lavoro e alle esortazioni dei medici, oggi sono qui a leggere gli incitamenti dei lettori che dicono “Scrivi ancora e regalaci altre emozioni!”. Continuerò a scrivere perché ci credo. E perché vorrei testimoniare che ognuno di noi ha la possibilità di emozionarsi e di guardare l’esistenza da una prospettiva diversa, perché nulla è perduto e nulla ci è precluso. Basta crederci.


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