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Carlotto, De Cataldo e De Giovanni e le loro “Sbirre” molto particolari

Carlotto, De Cataldo e De Giovanni e le loro “Sbirre” molto particolariSe qualcuno ci chiedesse perché leggere Sbirre, ultima novità prodotta in casa Rizzoli, probabilmente risponderemmo: «perché è un libro originale, qualcosa che non capita di vedere tutti i giorni». E questo perché Rizzoli ha deciso di scommettere su un formato, ad oggi, poco popolare, quello della raccolta di racconti. Utilizziamo il termine "ad oggi" non a caso perché, dando una rapida scorsa alla letteratura italiana, dal trecentescoDecameron fino agli elzeviri della modernità, il formato del racconto sembrava vincente: brevità, velocità di lettura, tensione drammatica e coesione erano i suoi punti forti. Poi arrivò il romanzo. A torto o a ragione, il racconto fu via via marginalizzato e i sui "punti forti" furono dimenticati. Non da tutti, però: con Sbirre, Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni decidono di recuperare il racconto alla modernità, compensando la problematicità della forma con la sicurezza del genere, un misto di giallo e thriller di richiamo.

Schematizzando all'estremo: tre autori, tre racconti. In queste storie gli autori sviluppano personaggi e vicende tra loro molto diversi, garantendo così, per se stessi, un'ampia libertà narrativa, limitata da pochi paletti tematici: un fil rouge che evita un'eccessiva dispersione. Infatti, al di là dell'autonomia di cui godono i racconti e le singole voci autoriali , è riconoscibile anche una ricercata coesione, attuata attraverso poche linee guida: la scelta di protagoniste femminili, il loro mestiere di «sbirre» e, infine, il loro carattere.

 

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Tre uomini che parlano di donne sfuggenti, fiere, che svolgono il loro lavoro quotidiano con un piglio, doverosamente celato, di giustiziere.

La prima è il vicequestoreAnna Santarossa, moglie infedele per noia, collusa con la mafia bulgara; personaggio del tutto privo di etica lavorativa che si rivela pienamente solo quando si sente minacciata in prima persona, soprattutto nel suo orgoglio di donna.

Ad Anna segue Alba Doria, giovane promessa della polizia che, intralciata da superiori incompetenti e maschilisti, ottiene la sua macabra rivincita grazie a un caso che si ispira alla Blue Whale di qualche tempo fa, con annesse le sue tragiche conseguenze.

Infine, Sara Morozzi, donna che, abbandonato il figlio per inseguire l'amore, ritorna dal primo solo per investigare sulla sua morte. A suo favore, l'esperienza di molti anni di servizio, unita a una freddezza che si sgretola solo nel finale, quando dovrà decidere fra legalità e giustizia personale.

Carlotto, De Cataldo e De Giovanni e le loro “Sbirre” molto particolari

Storie, ragioni ed età diverse che, come si vede, sono ben integrati nello stesso corpus per i pochi elementi citati sopra. Il resto è lasciato alla libertà creativa degli autori che sviluppano così, a modo loro, dei macro-temi, passibili di acquisire le più variegate sfumature: femminismo, giustizia, orgoglio prendono così le sfumature delle protagoniste in cui, di racconto in racconto, si incarnano.

Anna, Alba e Sara si direbbe che non siano altro che la rappresentazione di una femminalità che, sentendosi minacciata, rivendica un suo spazio.

A fronte di un mondo che confina ciascuna delle tre donne protagoniste, insorge un ribellismo femminino pieno di fascinazione. Tuttavia,anzichè optare per un atto di aperta sovversione contro un sistema che non le valorizza, Anna e compagne scelgono la ribellione sopita, nascosta, femminina: fingono acquiescenza e passività solo per colpire più duramente, dall'interno, coloro che le danneggiano, andando persino contro la loro professione o, quantomeno, servendola in maniera discutibile. Dal bifrontismo, frutto di una passività che, mal sopportata a lungo, si trasforma in forza distruttiva emerge anche un'altra questione: il limite. Qual è il confine tra giustizia e vendetta? E, fino a che punto, lo spingersi "oltre il limite" da parte delle protagoniste è giustificabile rispetto alle offese subite?

 

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Ognuno, leggendo, giudicherà secondo i suoi criteri, naturalmente. Quello che emerge – e che sembra interessante sottolineare -– èl'esigenza di trattare le donne da protagoniste, emancipandole da qualsiasi stereotipo e facendo assumere loro i comportamenti più esagerati e provocatori nel rispondere ai colpi inferti dalla vita.


Per la prima foto, copyright: Katherine Hanlon.

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