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Carlos Ruiz Zafòn ci racconta il suo Cimitero dei libri dimenticati

Carlos Ruiz Zafòn ci racconta il suo Cimitero dei libri dimenticatiCon Il labirinto degli spiriti (Mondadori, 2016 – traduzione di Bruno Arpaia) Carlos Ruiz Zafòn porta a conclusione la saga del Cimitero dei libri dimenticati, iniziata nel 2001 con L'ombra del vento (Mondadori, 2004 – traduzione di Lia Sezzi) e proseguita con Il gioco dell'angelo (Mondadori, 2008 – traduzione di Bruno Arpaia) e Il prigioniero del cielo (Mondadori, 2012 – traduzione di Bruno Arpaia).

In questo quarto e ultimo episodio della saga, tutti i fili delle complesse vicende già trattate nei libri precedenti si riannodano per condurci verso una conclusione della storia della famiglia Sempere, non senza aver trascinato il lettore in una serie di nuovi intrighi e avventure nella cupa Barcellona degli anni Cinquanta del secolo scorso, forse il periodo più buio della storia spagnola recente. Impossibile, come sempre, riassumere in poche parole la vastità del romanzo, molto atteso dai numerosissimi lettori italiani di Ruiz Zafòn, che ha incontrato un folto gruppo di blogger in occasione della presentazione del libro avvenuta a Milano.

 

La serie ruota attorno a un luogo fantastico e incredibile, il Cimitero dei libri dimenticati. Cosa l'ha portata a crearlo?

La maggior parte delle mie storie nasce a partire da un’immagine, e stavolta si trattava di questa biblioteca misteriosa: ho iniziato a pensarci su, a costruirla a poco a poco nella mia mente, cercando di capire di che luogo si trattasse davvero, e perché ci stessi riflettendo. Quale significato aveva per me questo luogo?Alla fine mi sono reso conto che si trattava di una metafora: non erano solo libri dimenticati, ma anche idee dimenticate e persone di cui si è persa la memoria.

Era una riflessione più ampia su cosa ci renda davvero noi stessi e ciò che siamo, così ho pensato che, in un certo senso, noi siamo quello che ricordiamo: meno ricordiamo, meno esistiamo. È da quest’idea che ho iniziato a costruire la storia, e poi i suoi personaggi.

 

Barcellona è la sua città natale, anche se da anni vive per lunghi periodi a Los Angeles: che rapporto ha con Barcellona, e come preferisce raccontarla ai suoi lettori?

Barcellona è mia madre. È il luogo da cui provengo, ne sono un prodotto. Provo soltanto a fare quello che prima o poi dovrebbero fare tutti gli scrittori: tornare a casa, e cercare di definire il rapporto che si ha con le proprie radici. Desideravo fare questo, e volevo soprattutto descrivere la città in modo efficace: come tutte le altre città del mondo, anche Barcellona possiede molte identità.

Sono quindi partito dalla creazione di un personaggio, basato sulla città di Barcellona, perché mi avrebbe permesso di esplorarla attraverso di lui e arrivare a quella che penso sia l’essenza della città. La Barcellona dei miei romanzi è una città misteriosa, e volevo offrire ai miei lettori la possibilità di andare oltre la patina di allegria e all’atmosfera da vacanza che associamo spesso a Barcellona: ci vai, giri per caffè e locali, ti diverti e poi torni a casa. Questa non è affatto l’essenza della città, perciò ho cercato di esprimerla nei miei romanzi per svelarla al lettore.

 

Nella tetralogia incontriamo Daniel bambino, e ci congediamo da lui adulto. Di quale età della sua vita ha preferito scrivere, e perchè?

Quello che intendevo fare con Daniel era proprio esplorarne l’evoluzione e comprendere come una persona diventi ciò che è, perciò ho trovato interessante parlarne a tutte le età. A condizionarlo sono anche quelle circostanze esterne che sono ovviamente incontrollabili da parte sua, ma poi subentrano le scelte, le decisioni che prende durante la sua vita, e tutto ciò lo rende la persona dalla quale ci congediamo alla fine della storia. In L’ombra del vento ho creato una sorta di romanzo di formazione: iniziamo a seguirlo a partire da quando è solo un bambino, che ha perso da poco la madre ed è terrorizzato dal fatto di non ricordarne il viso, poi lo vediamo imbarcarsi nella ricerca spasmodica di questo scrittore dimenticato, come se sperasse di recuperare in questo modo anche la propria memoria.

 

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Scopriamo il mondo attravero i suoi occhi di bambino, e poi di ragazzo, e per me è stato molto interessante scriverlo, sapendo che buona parte di ciò che veniva presentato attraverso il filtro di occhi infantili sarebbe poi stato riproposto da una prospettiva differente nei romanzi successivi.

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Cosa ci può dire, invece, del personaggio di Fermín? Com’è nato? È stato difficile da raccontare ai lettori?

Non è stato diffcile scrivere di Fermín perchè questo personaggio in realtà è una parte di me. È nei miei pensieri sin da quand'ero un ragazzo, così che, a un certo punto, ho voluto farne un personaggio che diventasse un omaggio alla grande tradizione picaresca che è presente da sempre nella letteratura spagnola. C’è una parte di lui che è stata più difficile da scrivere, però, ed è quella divertente: Fermín deve sempre essere buffo, e questo non è affatto facile, soprattutto perchè, quando provi a esserlo e non ci riesci, il risultato è orribile. Anche nella vita, quando tu insisti a voler essere divertente a ogni costo, ma non lo sei, sembri proprio un idiota.

Fermín è anche quello che, quando tutti attorno a lui sembrano aver perso la bussola, li rimette sempre in carreggiata, perché ricorda loro dove andare e perchè: lui non perde mai l’orientamento o la motivazione, ed è una sorta di bussola morale del racconto.

Il suo ruolo è poi anche quello tradizionale del “folle”, l’unico a cui è concesso di dire la verità proprio perchè pazzo (e quindi considerato non attendibile).

 

Molti dei personaggi che popolano il mondo che ha creato, a partire da L'ombra del vento fino ad arrivare a Il labirinto degli spiriti sono scrittori: Julián Carax, David Martín e Víctor Mataix. Tra i tanti nomi fittizi però, qui viene citata per due volte un'autrice spagnola poco nota in Italia, Carmen Laforet. Quanta letteratura spagnola scorre tra le pagine della tetralogia del Cimitero dei libri dimenticati, e quali autori l'hanno influenzata maggiormente nella stesura dei suoi romanzi, e che magari potrebbe consigliare?

È ovvio che nessuno scrittore opera nel vuoto cosmico: nel mio lavoro ci sono certamente influenze di autori e di libri delle quali sono consapevole, ma anche  altre di cui, probabilmente, non lo sono. Nada di Carmen Laforet è forse il romanzo che mi ha influenzato maggiormente: forse, se dovessi consigliare un libro a qualcuno che volesse cercare di capire davvero Barcellona, gli proporrei di sicuro questo, perchè permette al lettore di compiere un vero e proprio tuffo nella città durante gli anni Quaranta. Ma parlando di autori che mi hanno influenzato, non posso non citare anche Eduardo Mendoza.

 

Ancora a proposito di Barcellona: come ha vissuto la sua famiglia il periodo della guerra civile, che in quella città è stata particolarmente cruenta, e poi quello degli anni successivi? In che modo questo ha influenzato eventualmente la sua storia?

Sono nato nel 1964, il che vuol dire che ero solo un bambino durante gli ultimi anni della dittatura franchista: ai tempi, era un regime già molto indebolito.

Ciò che però mi colpiva era il silenzio totale su tutto quanto fosse accaduto prima di questo periodo più vivibile del regime: nel corso degli anni, se provavo a chiedere informazioni sulla guerra civile, non mi rispondeva mai nessuno. Non se ne parlava per nulla, perciò ero costretto ad arrangiarmi raccogliendo allusioni e commenti fatti sovrappensiero dai miei nonni o da mio padre quando credevano che io non fossi nei paraggi, per cercare di ricostruire così il puzzle completo. L’unica cosa che sapevo con sicurezza era che doveva essere successo qualcosa di veramente brutto, se nessuno voleva parlarne, e credo che anche oggi, camminando per le strade diBarcellona, sia ancora possibile “sentire” che è una città in cui è accaduto qualcosa di terribile.

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Lei è anche un musicista: che relazione c’è tra il comporre musica e lo scrivere libri?

La musica è ciò che amo di più al mondo, ovviamente a pari merito con i libri. L’ho amata fin da bambino, ma sfortunatamente non ho avuto la possibilità di ricevere una vera educazione musicale. Va anche detto, però, che già allora ero convinto che da grande sarei diventato uno scrittore, e che il mio obiettivo finale sarebbe stato solo questo. Comunque non l’ho mai lasciata da parte, e mi ci dedico traendone molto piacere. Per me il comporre e lo scrivere sono due cose assolutamente legate, perchè ad affascinarmi prima di tutto è il loro linguaggio. È sempre stato così: di qualsiasi libro, fumetto o film cercavo di comprendere la struttura e il perchè “funzionasse”.

In questo senso anche la musica è fondata sì su un linguaggio tecnico, ma soprattutto su un linguaggio capace di trasmettere delle emozioni, esattamente come accade con un bel film o un buon libro. La musica può raccontare storie: ancora oggi, mentre scrivo un romanzo, ne scrivo pure la musica di sottofondo, che mi serve a comprendere appieno l’atmosfera di ogni scena, e a vedere cosa funziona e cosa no. In fondo penso al linguaggio nello stesso modo in cui penso alla musica: ragiono sulle armonie, sui timbri, sulle vibrazioni, sui tempi, sia quando suono che quando scrivo.

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Pensa che scriverà ancora dei libri rivolti ai lettori più giovani, come faceva in passato?

Non lo so, perchè in realtà è stato un mero caso che io abbia iniziato a scrivere romanzi per ragazzi. Non era pianificato e non credevo nemmeno di essere capace di farlo. Quello che è successo, invece, è stato che il mio primo libro di quel genere ha vinto un premio importante dedicato ai libri per ragazzi. Avevo ottenuto un discreto successo, e quindi non ero pronto a smettere di scrivere per ragazzi, ma quello che mi chiedevo era se, in fondo, sapessi davvero come farlo. Non era nemmeno mia intenzione limitarmi soltanto a quello. ciò che posso dire è che cerco soprattutto di scrivere dei libri che i lettori possano amare, ma che non chiedo loro i documenti prima di scriverne uno. Credo anche che alcuni lettori molto giovani siano incredibilmente maturi, e che alcuni lettori più anziani non lo siano affatto.

Ho notato che, sebbene i miei ultimi quattro libri siano stati pensati per gli adulti, molti dei miei lettori sono giovani e li apprezzano, e allora chi sono io per dire che non dovrebbero leggerli? Sicuramente, se deciderò di lavorare a un progetto interessante e mi renderò conto che si tratta di qualcosa destinato a lettori più giovani, non escluderò a priori l’idea.

 

C’è qualche aneddoto particolare legato ai libri, o alla carriera di scrittore, che vorrebbe condividere con i lettori italiani?

Naturalmente ho molti ricordi e aneddoti legati alle esperienze fatte in questi anni, oppure alle reazioni dei miei lettori. Molti anni fa, per esempio, tanti lettori s'innamorarono del Cimitero dei libri dimenticati, e in molti si preoccupavano di domandarmi dove si trovasse, come se si trattasse di un luogo reale. Alcuni si presentavano persino con delle mappe della città di Barcellona, chiedendomi di indicarne la posizione precisa. Il sindaco di Barcellona arrivò addirittura a proporre di costruirlo sul serio, e così anche una società privata che si occupa di produzione e gestione di eventi. Purtroppo per loro, ho sempre detto di no a ogni proposta di quel genere, perchè quello del Cimitero dei libri dimenticati è un luogo dell’immaginazione, che deve continuare a esistere soltanto nella mente dei lettori: non voglio proprio che diventi un parco divertimenti!

Altra cosa divertente: una libraia si è sentita chiedere così tante volte i romanzi di Julian Carax fino a dubitare che potesse persino esistere davvero, nonostante fosse perfettamente a conoscenza del fatto che si tratta di un personaggio del tutto fittizio, protagonista dei miei romanzi.

Carlos Ruiz Zafòn ci racconta il suo Cimitero dei libri dimenticati

Il primo volume di questa serie è uscito in Italia nel 2004, il quarto nel 2016. Parliamo quindi di una tetralogia che si è sviluppata nel corso di molti anni, perciò le chiedo: quanto è cambiata, se è cambiata, l’idea che ne aveva in origine?

Non è cambiata granchè, per la verità. Fin dall’inizio ero consapevole del fatto che potevo pianificare il più possibile la stesura della storia, ma che avrei anche dovuto essere un po' elastico, accettando il fatto che, nel corso degli anni, io stesso sarei cambiato, e di conseguenza i miei pensieri e la mia scrittura.

 

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Sapevo che durante la stesura, per esempio, un personaggio avrebbe potuto rivelarsi più importante di un altro, o una scena avrebbe potuto diventare migliore se scritta in modo diverso. Ma la cosa importante, affrontando un lavoro di questa mole, resta sempre l'avere una solida struttura di partenza ben chiara in mente, in modo da essere poi in grado di diventare flessibile là dove serve.

 

Che rapporto c’è, secondo lei, tra la vita e la letteratura?

Come esseri umani, impariamo e percepiamo tutto ciò che può essere strutturato come una storia: pensiamo per sequenze di ricordi, impressioni e sensazioni interconnesse, che vanno di fatto a comporre sempre una storia. Abbiamo trasmesso tutto il nostro sapere attraverso la narrazione, ed è così che comunichiamo tra noi: raccontandoci. Persino il pensiero matematico, o la musica, sono strutturati in questo modo.

Da un certo momento dell'evoluzione in poi, abbiamo iniziato a sviluppare l’arte del narrare, esattamente come lo diventarono la pittura o la musica. Per me il fatto di narrare storie è diventato un vero e proprio stile di vita: le ho sempre raccontate, le ho sempre ascoltate e ho sempre ragionato su come fossero costruite e sviluppate. Le storie – ascoltate, lette o raccontate che siano – ci permettono di vivere avventure come mai potremmo permetterci di fare nella nostra realtà quotidiana, e allo stesso tempo d'imparare qualcosa sul mondo e anche su noi stessi.


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