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Carlo V, il suo impero e gli intrighi del Cinquecento [ESTRATTO] “Figli del segreto” di Cinzia Tani

Carlo V, il suo impero e gli intrighi del Cinquecento [ESTRATTO] “Figli del segreto” di Cinzia TaniChi era davvero Carlo V, che a soli diciannove anni si ritrovò a capo «di un impero che non si era mai visto neppure ai tempi di Carlo Magno»? E in che modo la dinastia degli Asburgo è riuscita a emergere nel Cinquecento, secolo ricco di guerre e intrighi?

A provare a rispondere a queste domande è Cinzia Tani che a partire da oggi è in libreria con il primo volume, Figli del segreto (edito da Mondadori), di una trilogia intitolata Il volo delle aquile, e incentrata proprio sulla figura di Carlo V e su uno dei secoli più ricchi di storia e di vicende politiche.

Ne Il volo delle aquile, Tani mette a confronto le storie di sei fratelli storici (Carlo d’Asburgo, il fratello Ferdinando e le sorelle Eleonora, Caterina, Isabella e Maria) e cinque fratelli di fantasia: Gabriel, Manuela, Sofia, Octavia Acevedo e il loro fratellastro Federico. Il tutto in un turbinoso succedersi di eventi.

 

Qui di seguito, su gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto da Figli del segreto.

 

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Carlo V, il suo impero e gli intrighi del Cinquecento [ESTRATTO] “Figli del segreto” di Cinzia Tani

L’omicidio dei marchesi Acevedo

 

Nel palazzo Acevedo sono tutti svegli, qualcuno piange.

Felisia, la cuoca, prepara la colazione come se fosse una giornata qualsiasi. La cameriera Agacia, con gli occhi gonfi di lacrime, gioca in camera con Sofia e Octavia, per distrarle, mentre Manuela e Gabriel vengono fermati sulle scale da Gonzalo, il domestico del padrone di casa.

«Voglio vedere!» protesta Gabriel, cercando di liberarsi dalle forti braccia dell’uomo.

«Non è uno spettacolo per bambini!»

«Ho tredici anni e voglio vedere i miei genitori!»

«Non ora» ripete Gonzalo, ancora sconvolto dalla scena che gli è apparsa alle sette, mentre si stava dirigendo in sala da pranzo ad apparecchiare il tavolo della colazione.

Il marchese Diego Acevedo e la moglie Carmen si trovavano sul pavimento dell’ingresso e lunghe strisce di sangue indicavano che erano stati trascinati per qualche metro. Forse l’assassino o, più probabilmente, gli assassini, li volevano portare via, ma qualcosa deve averli disturbati, costringendoli ad abbandonare i corpi.

Il portone era aperto e anche il cancello del giardino.

Gonzalo era uscito di corsa a chiamare le guardie e, poiché il palazzo si trova lontano dal centro, ha dovuto percorrere diverse strade di Toledo prima di trovare aiuto.

Adesso due guardie osservano i cadaveri, che presto verranno rimossi. Una di loro ha ordinato a Gonzalo di non lasciare che i quattro figli della coppia scendano al piano di sotto. Un’altra gli ha domandato quante persone fossero in casa la notte scorsa.

«La cuoca Felisia e la cameriera Agacia, io e... dov’è Raimunda?»

«Chi è Raimunda?»

«La governante delle bambine...»

La ricerca di Raimunda è inutile, la ragazza è scomparsa, ma nella sua camera ha lasciato tutto ciò che le appartiene.

«È ovvio sospettare di lei» dichiara la guardia. «C’erano dei conflitti con i suoi padroni?»

«No! Non può essere stata lei...» commenta Gonzalo. «È una giovane minuta... timida, molto riservata... e bravissima con le gemelline. Non avrebbe avuto nessun motivo per...»

«Questo lo vedremo!» lo interrompe la guardia prima di chiedere l’intervento di altri compagni e iniziare la ricerca della fuggitiva.

 

Mentre le bambine più piccole dormono nella loro stanza, tutti gli altri sono seduti in salotto. È arrivata la zia Angela Acevedo, sorella del marchese Diego e cugina della regina Isabella di Castiglia. Quando Gonzalo l’ha avvertita, si è vestita in fretta ed è andata a prendere i nipoti per portarli a casa sua.

Carmen Acevedo, come il marito, non aveva più i genitori ed era figlia unica. Diego e la sorella Angela, invece, hanno un fratello che vive a Madrid insieme alla moglie, rimasta paralizzata alle gambe. Impossibile rivolgersi a lui perché si prenda cura dei quattro orfani, anche se naturalmente è stato avvisato.

Diego, come il fratello Salvador, era un noto giurista, professione che lo costringeva a mettersi spesso in viaggio verso le altre città della Castiglia.

«So che le guardie vi hanno fatto delle domande...» inizia Angela rivolgendosi con delicatezza ai nipoti più grandi. «Ma forse con loro non avete voluto parlare. Nessuno di voi ha sentito qualcosa la notte scorsa?»

Manuela è titubante. Vorrebbe raccontare che un primo grido l’ha svegliata, e che un secondo grido l’ha costretta ad alzarsi. Poi, dalla balaustra, ha assistito a qualcosa di terribile, ma una nebbia densa le ha offuscato la memoria. Solo le urla sono nitide nella sua mente, non ricorda altro. A che servirebbe parlare? Non ha riconosciuto nessuno, non potrebbe fare il nome degli assassini. Quindi tace, e Gabriel afferma di non essersi accorto di nulla.

Neppure i tre servitori sono di qualche aiuto. Le loro stanze si trovano lontano da quelle dei marchesi e all’alba dormivano profondamente.

Angela spiega le sue intenzioni a Gabriel e Manuela. «Lo zio Salvador non potrà venire al funerale perché deve stare accanto alla moglie malata. Non ho figli e quindi sarò felice di ospitarvi tutti in casa mia. Anche Felisia, Gonzalo e Agacia continueranno il loro lavoro da me e potranno occuparsi di voi. Stavo giusto cercando una cuoca, visto che la mia se ne è andata da una settimana. Avrete degli istitutori e cercheremo di proseguire la vita che facevate prima... nonostante tutto.»

Angela pensa che avranno poco da festeggiare domenica, quando si passerà dal 1499 al 1500. Un nuovo secolo. Tutta la Spagna sarà in festa e a Toledo da giorni si stanno preparando i fuochi d’artificio, le fiere, i giochi.

 

I bambini si trasferiscono nel palazzetto di Angela che si trova al centro di Toledo, vicino alla Plaza de Zocodover, il cuore della vita sociale della città, ma anche delle esecuzioni pubbliche dell’Inquisizione.

In un lato della piazza si apre l’Arco de la Sangre, che la collega con l’ospedale di Santa Cruz, voluto dal Cardinale Mendoza alla fine del Quattrocento per assistere gli orfani. Nel vedere l’istituto Manuela ricorda una frase della madre: “Bambini, se non ubbidite, non dite le preghiere e mi fate disperare, vi lascio all’ospedale di Santa Cruz!”.

Quando udiva minacce come questa, Manuela guardava la madre stupita ma per niente spaventata. Non c’era nulla che potesse rimproverare a lei e a Gabriel, due perfetti soldatini ai suoi ordini. La bambina pensava che avesse problemi suoi, e non riuscendo a esprimere la frustrazione o la rabbia, disdicevoli per una marchesa, se la prendeva con loro. Gabriel non la ascoltava neppure, abituato al suo comportamento discontinuo, ai suoi giudizi malevoli e agli ammonimenti. Con il pensiero era altrove, insieme agli amici o a cavallo nella campagna circostante.

 

Felisia, Gonzalo e Agacia parlano spesso, nei giorni seguenti, di quello che è accaduto e non riescono a capire il motivo per cui i loro signori siano stati uccisi.

«Tu pensi veramente che la colpevole sia Raimunda?» chiede Agacia.

«Non ha fatto tutto da sola, naturalmente. Non avrebbe potuto» risponde Felisia che, per come veniva trattata, non soffre affatto della perdita dei padroni.

«Anche se fosse stata aiutata, per quale motivo uccidere i marchesi? Le guardie ci hanno detto che non si è trattato di una rapina perché non manca nulla, ma questo lo sapevamo anche noi...» obietta Gonzalo.

«Conosco bene Raimunda, uscivamo spesso insieme. So che è una ragazza incapace di fare del male» afferma Agacia che, di soli due anni maggiore della governante, passava molto tempo con lei.

«Allora due sono le ipotesi. O una vendetta contro il marchese, o volevano rapire Raimunda e i signori sono intervenuti quando hanno sentito dei rumori inusuali...» suggerisce Gonzalo.

«Rapire una giovane governante? E per quale motivo?» chiede Agacia.

«È talmente bella! Forse qualcuno...» inizia Gonzalo.

«Se qualcuno avesse voluto prenderla, poteva farlo fuori casa. No, non ci siamo. Meglio l’ipotesi della vendetta contro il marchese, anche se non ne capisco il motivo.»

«Ma Felisia, e se fosse una vendetta contro la marchesa? Non ci hai pensato?» domanda Agacia.

«Che aveva fatto quella povera donna... tutta casa e chiesa...» interviene Gonzalo.

«Lo dici tu!» risponde in modo sibillino Agacia.

«Che intendi?»

«Niente. Aspettiamo le indagini delle guardie.»

Nessuna ipotesi li convince fino in fondo. Parlano poi degli orfani: «Le piccole non ricorderanno nulla, hanno solo due anni. Presto si abitueranno alla nuova casa, alla zia che è molto affettuosa e non soffriranno per la morte dei genitori » sostiene Agacia.

«Ma Gabriel e Manuela...»

«Senti, Gonzalo. I ragazzi non avevano un buon rapporto con i genitori. La madre, diciamocelo sinceramente, era cattiva con loro. Il padre non c’era mai. Staranno molto meglio dalla zia.»

«Sono d’accordo con Felicia. E non dimentichiamo che adesso sono molto ricchi» commenta Agacia. «L’eredità dei marchesi sarà divisa in quattro. Non avranno problemi.»

«Da questo punto di vista non li hanno mai avuti!»

I bambini Acevedo sono abituati alla ricchezza, ad avere servitori, istitutori, governanti; i genitori hanno fatto in modo che non vedessero da vicino la povertà. Carmen proibiva ai figli maggiori di uscire da soli e se Manuela non protestava per il divieto, ultimamente Gabriel soffriva quando gli veniva impedito di raggiungere i suoi amici.

Mentre la zia parla dell’organizzazione futura, Manuela si distrae a guardare i presenti. Felisia e Gonzalo lavoravano per i marchesi Acevedo da molti anni, ma solo lui è visibilmente addolorato per quanto è successo. Agacia, più che essere dispiaciuta per l’omicidio della coppia, è preoccupata per la scomparsa della governante. Manuela è convinta che abbia un’idea tutta sua su quanto è successo, ma che non voglia parlarne con nessuno.

Angela soffre per la morte del fratello, tuttavia il suo senso pratico soffoca il dolore: ci sono decisioni importanti da prendere immediatamente.

«Zia, perché vi abbiamo visto così poco a casa nostra?» le chiede Manuela.

Presa alla sprovvista, Angela trova una giustificazione che le sembra plausibile. «Ho sempre viaggiato moltissimo. Francia, Italia, Germania... e conosco bene tutto il nostro Paese.»

«Sì... ma quando tornavate dai viaggi?»

Angela sceglie una mezza verità: «Ero ai vostri battesimi e ai compleanni e anche a Natale... Per il resto devo dirti che mio fratello, che amavo, veniva a trovarmi spesso».

Manuela non si accontenta, vuole accertarsi che quello che ha intuito da tempo sia vero. «Veniva lui? Da solo?»

«Ebbene, se vuoi saperlo non andavo d’accordo con vostra madre. Eravamo molto diverse... ma non vorrei parlarne ora che lei purtroppo non c’è più.»

Soddisfatta dalla risposta, Manuela osserva il fratello che ascolta distrattamente i discorsi intorno a lui. Cosa prova? Forse un senso di liberazione, visto che i genitori lo obbligavano a fare tutto ciò che lui non voleva fare.

Manuela e Gabriel hanno studiato insieme, in casa, e con i genitori uscivano raramente, di solito per andare a messa o a qualche cerimonia particolare. Avevano un grande giardino a disposizione, e Manuela riceveva le amiche che la madre sceglieva per lei. Gabriel a volte veniva chiamato dal padre nel suo studio, ma lei non poteva udire i loro discorsi perché la porta rimaneva chiusa e il fratello non le raccontava niente. “Cose da uomini” tagliava corto se si mostrava curiosa.

Solo un giorno si era sfogato con lei, che gli era corsa dietro vedendolo pallido e nervoso. Erano usciti in giardino e Gabriel aveva cercato di controllare il tremito delle mani. “Lo odio!” aveva affermato. “Potrei ucciderlo!”

“Non dire una cosa del genere...”

“Tu non sai come mi tratta quando mi chiude là dentro! Mi dice che gli istitutori non sono contenti di me, che alla miaetà lui aveva una cultura profonda e non perdeva tempo in sciocchi divertimenti... Non vuole che vada a cavallo, non vuole che mi eserciti con la spada, disprezza ogni attività fisica. Insiste che curo il mio corpo perché la mente è debole, incapace di apprendere e concentrarsi. Conclude sempre affermando che non combinerò niente di buono nella vita!”

“Lascialo parlare! Lui è diverso da te, passa il tempo libero a studiare, scrive libri... Ogni padre vorrebbe che il figlio gli somigliasse.”

“Bene, io sono il suo opposto e lo rimarrò!”

 

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Carlo V, il suo impero e gli intrighi del Cinquecento [ESTRATTO] “Figli del segreto” di Cinzia Tani

Ricordando quella prima confessione di Gabriel, Manuela decide di ricambiare la confidenza rivelandogli il suo segreto. «Lo dico solo a te. Ho sentito un grido... ma pensavo fosse un incubo. Poi un altro grido mi ha costretta ad alzarmi. Raggiungo le scale, sto per scendere, ma affacciandomi dalla balaustra...»

«Che cosa hai visto?»

«Non lo so. Non ricordo.»

«Perché non mi hai chiamato?»

«All’inizio non ero sicura che quelle grida fossero reali...»

«Ma lo erano!»

«Adesso so che i nostri genitori venivano uccisi...»

«Possibile che non ricordi cosa hai visto? Si tratta dei loro assassini!»

«Devo essere rimasta a lungo affacciata alla balaustra, di questo sono sicura, ma non so che cosa ho visto. Credo che sia stata la paura a cancellare tutto.»

«Sforzati!»

«L’ho fatto... inutilmente.»

«Forse i ricordi torneranno da soli, quando sarà passato un po’ di tempo.»

«Forse...»

Manuela ci pensa in continuazione senza arrivare a niente. È come se un corridoio la conducesse davanti a una porta chiusa di cui ha perso la chiave. Eppure, sente che la chiave c’è da qualche parte nella sua mente, deve assolutamente trovarla.

Gabriel non insiste; la sorella soffre di amnesie fin da quando era molto piccola, e ogni evento traumatico la fa scivolare in uno stato di confusione in cui percepisce che qualcosa è successo ma senza ricordare i dettagli.

I genitori se ne sono accorti dopo una caduta dalle scale, quando la bambina aveva sei anni. Le chiesero come potesse essere accaduto, se fosse inciampata, se avesse perso l’equilibrio. Lei non ricordava niente, ma Gabriel sapeva esattamente cosa era successo. Durante un litigio l’aveva spinta e la sorella era precipitata giù. Fortunatamente se l’era cavata con delle escoriazioni alle gambe; lui non aveva detto niente, ma da quel momento era sempre stato attento a Manuela, la seguiva ovunque nel timore che potesse avere un nuovo incidente e ricordare quello precedente.

Quando lei, quattro anni dopo, mentre giocavano a carte, aveva alzato il viso e, guardandolo fissamente, aveva affermato: “Sei stato tu! Mi hai fatto cadere dalle scale!”, Gabriel era stato sul punto di piangere e aveva confessato il suo atto di rabbia chiedendole di perdonarlo. “Lo dirai ai nostri genitori?”

“No, certo che no. Mamma ti costringerebbe a confessarti e a recitare centinaia di preghiere!” Aveva riso e l’episodio si era risolto così, lasciandolo stupefatto dalla comprensione di Manuela.

Ora Gabriel è convinto che sia accaduto di nuovo e prima o poi lei ricorderà i particolari dell’omicidio.

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