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Campiello Opera Prima 2020 – Intervista a Veronica Galletta

Campiello Opera Prima 2020 – Intervista a Veronica GallettaLe isole di Norman (Gaffi/Italo Svevo, 2020) è il romanzo (qui trovate la recensione) con cui Veronica Galletta, ingegnere civile convertita alla scrittura, si è aggiudicata il prestigioso Premio Campiello Opera Prima, raccontandoci una Siracusa molto particolare e ricca di fascino. La Galletta si unisce così alle tante autricisiciliane che si sono affacciate in questi anni con successo, anche se con opere molto diverse tra loro, nel mondo della narrativa italiana contemporanea. Ecco l’intervista che le abbiamo fatto dopo il conferimento del premio.

 

Lei ha compiuto un percorso abbastanza insolito, approdando alla scrittura dopo aver fatto degli studi tecnici, e in un’intervista ha dichiarato: «cerco un mio posto fuori dai numeri». Cosa le sta dando in più la scrittura rispetto ai numeri?

Sì è vero, sono arrivata alla scrittura tardi, dopo essere stata per moltissimi anni solo una fortissima lettrice, una lettrice onnivora che seguiva le riviste, le recensioni, le uscite nuove, interessata davvero a tutto, senza pregiudizi di genere o tema. In qualche modo, se ci penso, scrivevo anche nella mia vita da ingegnere, i paper durante la mia vita accademica, le relazioni tecniche e il carteggio per il contenzioso nella mia vita professionali. Sono scritture, quelle, che nonostante sembrino così lontane dalla scrittura altra, quella che siamo abituati a chiamare per convenzione “creativa”, che sono molto utili per chi come me si approccia poi a scrivere un romanzo in tempi diversi. Insegnano l’ordine, la struttura, il metodo, la disciplina. E anche, in un qualche modo, un certo grado di creatività, l’attenzione che è sempre necessaria sulla parola, che deve essere quella giusta, quella adeguata, che riesca a comunicare esattamente un’intenzione o una direzione. È un tipo di lavoro che mi sentirei di consigliare a chi si approccia alla scrittura a tutto tondo.

Detto questo, la scrittura credo mi dia esattamente quello che mi hanno dato i numeri per tanto tempo. Un mondo che ti segue sempre, anche quando non scrivi, che è con te quando vai a fare la spesa, quando aspetti che il bambino esca da scuola, quando ti guardi intorno per la città. Negli anni il mio amore per i numeri è stato, anche se non del tutto, sostituito da quello per la parola scritta, e io mi sento fortunata in questo. È importante avere un proprio mondo personalissimo e privato da abitare, sempre.

Campiello Opera Prima 2020 – Intervista a Veronica Galletta

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Perché ha scelto proprio Siracusa come luogo di ambientazione del suo romanzo, pur avendo già vissuto in varie città, con caratteristiche molto diverse tra loro?

Questa è una domanda che mi sono fatta, ovviamente, ma davvero solo a posteriori, una volta che il romanzo era stato scritto, o forse, ancora meglio, una volta che il romanzo è stato pubblicato ed è uscito in libreria. È vero ho vissuto in varie città, e per periodi anche lunghi, a partire dalla Sardegna per passare a Siracusa, Catania, Genova, Parma e ora Livorno. Le città mi affascinano, o per meglio dire i luoghi mi affascinano, e non nego di avere in mente delle storie per tutte le città che ho abitato. In qualche modo credo di essere partita da Ortigia per una questione prettamente legata alle radici. Il desiderio di fare i conti con il luogo da dove veniamo, che abbiamo lasciato, nel quale torniamo periodicamente con uno sguardo che crediamo diverso, e a volte è invece tutto uguale. Sì, credo che sia questo, anche se l’espressione fare i conti non è adeguata fino in fondo, ha un retrogusto rivendicativo che non sento mio. Allora mi correggo: il desiderio di cercare di capire a fondo da dove si viene, e credo in parte di esserci riuscita.

 

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Cos’è per lei essere siciliana?

Questa è una domanda complessa, una di quelle domande a risposta variabile, in evoluzione nel tempo. Di certo il primo punto sono i confini. Essere siciliani, ma credo che questo valga per tutti gli isolani, significa avere un confine fisico ben definito, con il quale confrontarsi sempre, che vedi quando decidi di viaggiare, quando attraversi lo stretto passando da Messina, o prendi un traghetto da Palermo, o ti stacchi in volo da Catania girando attorno all’Etna. Questo confine così visibile ti permette di avere una consapevolezza diversa dei limiti, e quindi, paradossalmente, di superarli meglio.

La Sicilia poi è una terra complessa, stratificata, piena di contraddizioni, in cui il tragico il comico il grottesco il dolce il salato il giusto l’ingiusto cambiano continuamente volto, e questo tipo di contraddizione è necessario accettarla, abbracciarla fino in fondo. Solo così puoi trovare un tuo piccolo posto dal quale osservare le cose. In conclusione, se dovessi dirla con una battuta, essere siciliani per me è essere di malumore ogni due novembre, la festa dei morti, quando in Sicilia accadono tante cose che nel resto d’Italia non accadono.

Campiello Opera Prima 2020 – Intervista a Veronica Galletta

Che rapporto ha con la letteratura siciliana, sia di tradizione ma anche contemporanea? Ci sono autori che sente particolarmente affini?

È inevitabile, anche questa è una riflessione che ho fatto a posteriori, confrontarsi con la letteratura siciliana. Se è vero che ogni testo che si scrive parla con la letteratura che c’è stata fino a quel momento, di certo quando si ha una tradizione grande come quella siciliana la questione si amplifica. Credo ci sia un certo modo di raccontare, un certo tipo di suono che produce il giro di frase, che è molto siciliano, e mi viene in mente il suono di Consolo ne Le pietre di Pantalica, come anche alcune parti di Conversazione in Sicilia di Vittorini. A parte loro, a parte Sciascia e Bufalino che sono (anche loro inevitabilmente, come una sorta di destino) presenti sempre, mi vengono in mente due scrittori contemporanei. Il primo è Giorgio Vasta, che con Il tempo materiale, e poi anche con Spaesamento, ha rinnovato secondo me il modo di guardare alla Sicilia, e il secondo è Orazio Labbate, che sta costruendo un immaginario nuovo a partire dal suo paese d’origine. Entrambi spostano il punto di vista, seppure non di moltissimo, giusto qualche grado, che era quello che desideravo fare quando ho cominciato a costruire la mia Ortigia per Le isole di Norman.

 

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La vittoria al Premio Campiello Opera Prima ha cambiato qualcosa nella sua vita?

Mi ha reso molto felice, e lo dico in maniera diretta, nell’unico modo in cui si può dire una cosa del genere. Felice, sì, felice. Felice del Premio, felice della motivazione, nella quale mi sono riconosciuta in una maniera piena di meraviglia, come se mi avessero messo davanti uno specchio e mi avessero detto: ecco, questa sei tu. Sono una persona riservata, che ha con le emozioni un rapporto anche complesso, e con questa felicità sto facendo i conti piano piano, come a prendere le misure. Inevitabilmente poi il Premio si è portato appresso tante altre cose, la possibilità di essere letta da un pubblico più vasto prima di tutto, e le persone che mi scrivono. Il rapporto con chi ti legge, e poi ti scrive per parlartene, è ovviamente una scoperta per me, una cosa che libera energie, nuove idee, nuovi sguardi, che mi permette di abitare ancora più comodamente il mondo della parola, dentro il quale, lo ammetto, spero di restare per sempre.


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