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Campiello Opera Prima 2016 – Intervista a Gesuino Nemus

Campiello Opera Prima 2016 – Intervista a Gesuino NemusIl detto per cui sarebbe bene: «Leggere il più possibile, scrivere il meno possibile e pubblicare il più tardi possibile» (solitamente attribuito a Borges) si adatta molto bene al caso di Matteo Locci, in arte Gesuino Nemus. Esordisce a settembre 2015, a 58 anni e in pochi mesi vince il premio Campiello Opera Prima e il premio Bancarella. Il romanzo, Teologia del cinghiale, aveva, a dire il vero, folgorato letteralmente l’editor di Elliott Lorella Santini che «Ha finito di leggerlo in treno, mentre veniva a farmi firmare il contratto» ci racconta Matteo Locci, che intervistiamo in una piacevole chiacchierata telefonica.

Difficile ridurre Teologia del cinghiale in una sinossi. La terra in cui è ambientato è principalmente la Sardegna, per la precisione Telèvras un paesino sperduto in Ogliastra. È il 1969. La storia parte come un romanzo giallo “regionale”. Ci sono un omicidio e poi la scomparsa di un bambino. Su tutto indaga un maresciallo piemontese, che si trova trasferito nell’entroterra sardo suo malgrado. Ma in questo libro niente è davvero come sembra, e dopo meno di 50 pagine capiamo di trovarci davanti a un oggetto prismatico. Chi è questo Gesuino Nemus che firma la Teologia del cinghiale? E che cos’è la Teologia stessa? Un mistero che, forse, si risolverà alla fine – lasciando la sensazione che non tutto sia stato svelato. Ci sono diversi salti temporali e cambi di voce: si va dagli anni dello sbarco sulla Luna, a quelli più vicini a noi, con diversi colpi di scena anche “meta letterari”.

Trovare notizie su Matteo Locci è impresa ardua. Per cominciare, non usa i social network: «Ci vuole troppo tempo. Anche per rispondere a qualcuno che ti scrive, ci vuole tempo». Inoltre, la sua discrezione iniziale, complice lo pseudonimo con cui Teologia del cinghiale è uscito, lo ha reso per diverso tempo “imprendibile”. Lui stesso si stupisce delle prime recensioni e interviste. «Neanche mia mamma sapeva che il libro era uscito. A Natale l’ho persino ricevuto in regalo. Non c’erano mie foto in giro. Poi qualcuno, in paese, ha cominciato a capire che potevo essere io. E infine c’è stato il Bancarella e sono venuto allo scoperto».

 

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Ha scelto di pubblicare con lo pseudonimo di Gesuino Nemus: perché?

Per la precisione, Gesuino Nemus è un eteronimo ed è il nome più brutto che uno possa scegliersi. Se chiami un bambino Gesuino lo condanni, è come chiamare un bambino milanese Ambrogino. Nemus poi vuol dire proprio nessuno, in sardo. In latino invece era il bosco sacro alla dea Diana, come racconta Frazer ne Il ramo d’oro. Gesuino Nemus è il mio alter ego letterario, nato quando non mi sentivo nessuno. Era un momento doloroso e furioso: scrivevo anche 40 e 50 pagine al giorno, era gennaio dello scorso anno. A ogni modo, non è uno pseudonimo, non mi interessa l’operazione, ad esempio, di Elena Ferrante. Invece sono affascinato dagli alter ego di Pessoa – e anche a me è capitato di presentarmi come Gesuino. Pessoa si inventava la vita dei suoi eteronimi, e produceva la loro carta di identità, i biglietti da visita etc. Bernardo Soares ha una sua biografia. Così Alvaro de Campos.

Campiello Opera Prima 2016 – Intervista a Gesuino Nemus

Lei ha fatto un numero impressionante di lavori, dall’attore professionista, all’operaio, allo speaker radiofonico, all’addetto al catering, al magazziniere… quanto ha contato tutto questo nella sua scrittura?

In effetti, rispetto al lavoro, è più facile chiedermi “che cosa non hai fatto”. Ho fatto di tutto e so cosa vuol dire fare una vita pesante. Certo, ci sono scrittori che a un certo punto della loro vita “decidono” di scrivere. Per me non è stato così. Io ho iniziato a scrivere a tredici anni. La prima pagina di questo libro è stata scritta il 14 maggio del 1970, in un istituto religioso. Venivo da una famiglia poverissima, ero l’ultimo di sei figli. Rispetto al mio percorso, il mio vero segreto è stato quello di non buttare via niente. Nella scrittura, così come nel lavoro. Ogni lavoro ha inciso sul mio stile. Ho scritto un capitolo di questo libro sul tram numero 11, lo stesso sul quale preparavo un esame di Storia della Filosofia antica. Sull’11 ero quasi sempre da solo, ripetevo ad alta voce. Ho iniziato a leggere al mattino prestissimo, anche alle 4, quando vivevo a San Siro e dovevo andare a Cinisello a lavorare. Ho visto e fatto molto, anche perché sono arrivato a Milano negli anni Settanta. In quel momento, Milano era una città come Londra, dove tutto era possibile e dove succedeva tutto. Ad ogni modo, basta andare via di casa a sedici anni e un po’ di mondo lo si conosce. Tutto questo poi influenza la vita intera. Adesso, alla soglia del sessant’anni sono riuscito a lasciare un segno del mio passaggio sulla terra».

 

E il mondo dei libri?

La lettura ha davvero avuto un potere terapeutico per me. Non c’è stato un momento della mia vita senza lettura. Non ho mai avuto la Tv a casa se non dal 1972; lo sbarco sulla Luna l’ho visto al bar del paese alle 4 del mattino. Dai sei ai quattordici anni leggere era: viaggiare, sognare, conoscere il mondo. Non vedevo l’ora di cominciare un libro, non appena mi veniva regalato. È quello che dico nell’ultimo capitolo: «È stata la lettura a rendermi umano». Sono un teorico del potere terapeutico della lettura.

 

Che cosa risponde a chi le chiede consigli su come e se esordire.

I ragazzi che ho incontrato dopo il Bancarella, ad esempio, mi hanno chiesto: ma come si fa? Qual è il segreto di questo stile che ci ha così colpito? A loro dico semplicemente, ancora, «Non buttate via niente». E aggiungo: «Create il caos dentro di voi». Per me ha contato anche una certa dose di serendipità; molte cose nascono attraverso errori, casualità. Io mi sono lasciato andare al mio stile. Anche nel mio libro c’è un ordine che viene dal caos. Questo è qualche cosa che è accaduto anche a me come lettore… leggevo alto e basso. Filosofia tomistica e gossip. Sono un lettore accanito dell’Unione Sarda e di Dostoevskij. Tutto questo ha a che fare col mio modo di pensare la creatività.

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Che cos’è la creatività?

Ledico solo che i primissimi soldi li ho guadagnati grazie agli spettacoli di strada. Suono ogni tipo di tastiera, e l’organo. E ho cominciato senza nessun corso e senza aver mai sentito musica alla radio o visto la televisione. Oggi suono la chitarra flamenco, che ho imparato da autodidatta. Probabilmente ho una natura gitana. Da quando sono piccolo sono attratto dalle compagnie di giro. La Sardegna degli anni Cinquanta e Sessanta era un posto davvero isolato dal resto del mondo, la costa Smeralda ha visto i suoi primi turisti negli anni Settanta. Per me era normale viaggiare a piedi, partire all’alba, raggiungere il mare camminando 3 o 4 ore, queste strade tutte bianche. Ancora adesso camminare è l’unico piacere che mi concedo. Conosco Milano perché la cammino. Se giri a piedi, sai tutto, conosci. Sono nato in mezzo alla natura, e la prima cosa che ho imparato è segnare dei punti di riferimento, nella natura, per potermi orientare. Ancora adesso posso orientarmi guardando le costellazioni. Esattamente come quando leggevo Marco Polo.

Campiello Opera Prima 2016 – Intervista a Gesuino Nemus

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Che cosa è cambiato nella sua quotidianità dopo la vittoria di questi due premi?

Questa è una domanda che un po’ mi fa soffrire. Non è cambiato quasi nulla, perché sento, in generale nella mia vita, di non dover dire grazie a nessuno. Anche per il mio libro: sono uscito da solo, anonimo. Ero praticamente nascosto. Ho lavorato tutta la vita per il piacere di poter parlare, di potermi istruire. Il mio babbo diceva: nella vita la miseria è brutta, ma un povero ignorante ha qualche cosa di tragico.

Certo, poi è cambiato tutto dal punto di vista emozionale. È cambiata la mia capacità di assorbire le emozioni. Quando mi ha chiamato la mia direttrice editoriale ho anche dovuto scegliere di espormi. Il Campiello non premia persone anonime. E lì stata un’emozione pura, come il primo bacio che dai alla donna di cui sei innamorato. Come fai a dire qual è stato il primo bacio che hai dato a tua moglie? Anche in questo senso, quando mi chiedono che cosa sia la felicità, io rispondo: prendete il vostro quaderno di IV e V elementare, dove c’è il vostro desiderio di quando eravate piccoli. Nel mio c’è scritto: voglio fare lo scrittore.

Campiello Opera Prima 2016 – Intervista a Gesuino Nemus

Come si sta preparando alla serata finale del Premio Campiello 2016?

Intanto ho incorniciato il telegramma. Non sapevo che ne mandassero uno. In Sardegna quando ricevevamo un telegramma, piangevamo kantianamente “a priori”, perché portava brutte notizie. Quando è arrivato il telegramma del Campiello non c’rea il mittente, quindi ho avuto due minuti di puro terrore. Sarà l’unica cosa che incornicerò, nella mia vita. Naturalmente sono poi felicissimo di visitare Venezia. In fondo, io sono un viaggiatore del pensiero. Ho sempre viaggiato tantissimo perché ho studiato tantissimo: non mi perderò a Venezia solo perché la conosco senza esserci stato. Me la godrò. Ho messo insieme questo libro in un momento davvero in un momento molto difficile della mia vita. Ero fuori dal mercato del lavoro, alle prese con una città in cui non puoi permetterti di stare neanche una settimana senza produrre un reddito. E invece ho trasformato la mia vita.


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