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Euclides da CunhaC'è un romanzo di Mario Vargas Llosa, “La guerra della fine del mondo”, che non sarebbe stato possibile senza un vecchio libro che riscattava dall'oblio un episodio minore della storia brasiliana. Pubblicato nel 1902, Os sertões parlava appunto del sertão, l'arido entroterra brasiliano (l'etimologia rimanda a “grande deserto”) che ricorda letture o visioni di banditi e cowboy di un Far West equatoriale. L'autore si chiamava Euclides da Cunha e già il nome ci introduce in quella fetta di società coloniale che nel nuovo mondo si era portata in valigia la tradizione culturale euro-mediterranea. Non a caso ebbe una mamma di nome Eudóxia e come maestro Benjamin Constant Botelho de Magalhães, repubblicano di Niterói battezzato col nome del pensatore liberale francese. Con questo bagaglio intellettuale di progressismo repubblicano Euclides assiste da reporter a un episodio che turba le coscienze dell'allora giovanissima Repubblica brasiliana. Qualcosa del genere avveniva in Italia tra liberali “piemontesi” e brigantaggio meridionale.

 

Nell'ultimo decennio del XIX secolo una strana figura di mistico, Antonio detto il Consigliere, barbuto e magro (così magro che sembrava sempre di profilo, dice Vargas Llosa), si era messo a girare il sertão di Bahia ricostruendo vecchie chiese abbandonate e predicando contro la neonata repubblica in cui individuava l'Anticristo e l'imminenza di una decisiva catastrofe. Finì per stabilirsi a Canudos, dove, nel bel mezzo del latifondo di un barone locale, fondò una comune di molti poveri reietti e alcuni pericolosi banditi. Dopo che i primi tentativi di scioglimento dello scomodo assembramento erano stati respinti con le armi, ci scappò addirittura il morto eccellente: il colonnello Moreira César, che qualche anno prima aveva usato il pugno duro contro una rivolta federalista nel sud, diventando un eroe e guadagnandosi l'elegante soprannome di “tagliateste”. A Canudos questo Cesare si portò i cannoni Krupps e le crisi di epilessia, che davano al suo comando un tocco di imprevedibile nervosismo. Fu ferito a morte e i suoi uomini dovettero ritirarsi, ma a quel punto anche Canudos firmò la propria condanna. La quarta spedizione non fece prigionieri. A chi si arrese toccò l'esecuzione sommaria della “cravatta rossa” (venivano sgozzati sul posto). Si salvarono donne e bambini, neanche tutti. E orfani di Canudos rallegrarono i focolari domestici di mezzo Brasile, mentre i veterani vincitori ebbero in dono una casetta su una collina intorno a Rio de Janeiro, ribattezzata col nome del colle in cui si erano accampati prima della battaglia: favela (la madre di tutti i suburbi).

 

Lo stesso cronista repubblicano dovette riconoscere sconsolato che fu una carneficina, pur avendo descritto con scientifica ripugnanza i protagonisti retrogradi di quella che lui aveva definito la “nostra Vandea”. In una battuta, che forse non è solo una battuta, si potrebbe dire che Euclides a Canudos abbia portato la propria geometria euclidea e vi abbia trovato una realtà frattalica che sfuggiva a una griglia di lettura fatta solo di spigoli e cerchi perfetti. Quel miscuglio di istanze fra ascetismo e violenza, progressismo e oscurantismo squinternava l'“ordine e progresso” che la nuova classe politica brasiliana aveva cucito sulla bandiera verde-gialla.

 

Tuttavia, pur avvincente come testimonianza letteraria, è proprio sulla carrozzeria ideologica che il libro mostra la sua ruggine. Euclides, da buon determinista, non esita a trovare cause ambientali e razziali ai casi abnormi che gli tocca osservare. Secondo la teoria del razzialismo euclideo, il meticcio ribelle è il risultato nevrotico dello scontro fra una razza superiore e una inferiore. Lo stesso sincretismo religioso per cui il Brasile va oggi famoso non è altro che un meticciato culturale guardato ancora col sospetto di chi ha pochi dubbi su dove vada il vero progresso. Ma è proprio la scientificità primitiva di Euclides, col suo linguaggio che frulla Darwin e Gobineau, psichiatria, geografia e frenologia, a rivelarsi non meno goffa e indecisa. Il risultato è un libro tutt'altro che euclideo. Un libro che avanza, devia, indietreggia e si accartoccia; descrive orripilante e ricorda affranto i protagonisti morituri di una battaglia persa in partenza. Un libro il cui fascino risiede proprio nella sua struttura caotica che Vargas Llosa ha trasformato, con perizia narrativa, in un bel romanzo corale. Due libri, infine, per guardare in filigrana quei recenti conflitti mondiali in cui mistici agguerriti e poveri disperati sono ancora bombardati in nome degli alti valori della democrazia.

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