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Brian Turner, le tante vite di uno scrittore tornato dalla guerra

Brian Turner, le tante vite di uno scrittore tornato dalla guerraBrian Turner è un poeta americano che per sette anni è stato soldato dell’esercito USA, compiendo missioni in Bosnia-Erzegovina, in Iraq e nell’Estremo Oriente. Da poco la casa editrice NN ha mandato in libreria il suo La mia vita è un paese straniero (con la bella traduzione di Guido Calza), dove lo scrittore racconta la sua esperienza a contatto con la guerra.

Non è un romanzo tout court questo, ma un puzzle di oggetti narrativi (con naturalmente forti accenti poetici). D’altronde è il frammento quello con cui abbiamo a che fare fin dalle prime pagine del libro: il recupero di “pezzi di morti” dopo una possibile imboscata nemica. L’importante, come dice il sergente che tiene la lezione ai soldati, è prima di tutto «fotografare la scena da vari punti vista… A questo servono le bandierine. Dovete piantarne una per ogni cadavere, o pezzo di cadavere che trovate. Se non avete la macchina fotografica fate uno schizzo…». Ogni pezzo di cadavere dovrà quindi essere messo in un sacco di plastica; la cosa fondamentale da evitare, come dice ancora il sergente, è «che quei poveretti dei familiari si ritrovino a seppellire il loro soldato insieme a pezzi di qualcun altro».

Turner dispone invece i pezzi della sua vita con quelli di altre vite, più o meno prossime alla sua, cercando di farne un “corpo unico” («occorrono troppe vite per farne una», dice il verso della poesia di Montale a esergo del libro), che ci parli ancora di cosa significhi il termine “guerra”, «da vari punti di vista».

 

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È facile vedere come l’arruolamento militare sia una delle più forti esperienze di vita americane, un’esperienza che ha permesso a tanti scrittori  (Hemingway, Mailer, Vonnegut, Heller, Steinbeck ed Herr anche se in veste di giornalisti, fino appunto ai nuovi autori partoriti dalle ultime guerre in Medio Oriente) di fornire, con modi e accenti diversi, dei veri e propri capolavori alla letteratura mondiale. L’essere un soldato rappresenta ancora, per una fetta importante della popolazione a stelle e strisce (e non sempre quella meno acculturata), una fondamentale prova (del “diventare un uomo”), una prova che non può essere “simulata”.

A Brian Turner non basta quindi costruire insieme al padre, a soli quattordici anni, una rudimentale bomba al Napalm («per un attimo pensai che quello era il grande corpo della Morte. Una fetta dell’eredità che ci portiamo dentro. Volevo vederla scoppiare e prendere fuoco. Volevo che il mondo ne fosse sconvolto. E soprattutto, volevo essere io sconvolto»).

 

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Brian Turner, le tante vite di uno scrittore tornato dalla guerra

Lui, diventato poeta proprio dopo le missioni in guerra, viene da una famiglia di soldati e il suo libro gli permette di mettere ordine nella sua genealogia, di dialogare da pari a pari con quelli che avevano già vissuto l’esperienza bellica: lo zio Jon che sa bene qual è l’odore del Napalm perché è stato in Vietnam («ha sentito l’odore che arriva dopo il caldo rovente»); l’amico di suo padre che sempre in Vietnam ha percorso le terre bruciate dalle bombe, dove gli uomini lo fissavano con occhi senza vita; il padre che negli anni sessanta faceva missioni di ricognizione sopra l’Oceano Pacifico. A ritroso c’è suo nonno che ha fatto la Seconda guerra mondiale nell’inferno delle isole del sud-est asiatico; c’è il suo bisnonno che durante la Prima guerra mondiale rimase quasi asfissiato dal gas nella battaglia delle Argonne («la più cruenta offensiva nella storia americana»), riuscendo a sopravvivere quel tanto da consentirgli di perpetuare la specie; c’è un suo trisavolo che durante la Guerra civile americana si arruolò nell’esercito unionista e «benché si fosse rotto la schiena per addestrare un cavallo… e avesse poi contratto la febbre reumatica nel corso di un aspro dicembre… era rimasto fino alla fine dello scontro».

La guerra penetra gli uomini “verticalmente”, “infetta” i loro alberi genealogici; ma poi si estende anche “orizzontalmente” e attraversa tutto il pianeta con gli oggetti più imprevedibili. Infatti uno degli episodi più affascinanti e al tempo stesso inquietanti del libro, al limite dell’orrore, è quello delle dentiere. Nel 1862 due uomini, Clem Jessups e un tipo chiamato O’Reilly, si aggiravano tra i campi di una delle tante battaglie della Guerra civile americana. Avevano in mano delle tenaglie con cui cavavano i denti ai cadaveri abbandonati sul terreno e li cacciavano dentro «sacchetti di tela che tenevano appesi al collo con una corda». Questa pratica non era certo sconosciuta nelle altre guerre dell’Ottocento: «In Europa i denti cavati ai caduti di Waterloo divennero così popolari che per anni e anni chi poteva permetterselo sborsava cifre considerevoli per una dentatura di Waterloo. Dicono che quel nome era diventato una specie di marchio di fabbrica… anche quando le forniture erano esaurite ormai da un pezzo. La Guerra civile americana fu una manna per i dentisti e per quelli che volevano sorridere e mangiare… per diversi anni dopo la guerra, uomini e donne in Francia e Inghilterra sorrisero con i denti morti dei soldati americani, con una fila di lapidi di avorio fissati nella bocca».

Brian Turner, le tante vite di uno scrittore tornato dalla guerra

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La guerra è ovunque, dalla guerra non ti salvi (neanche dalle bombe inesplose della Seconda guerra mondiale), sembra dirci Brian Turner, ma senza assumere toni apocalittici, senza invettive pacifiste, ma con un approccio, a tratti, quasi “sapienziale” al racconto (forse aiutato in questo anche dalle letture di Marco Aurelio e del Bhagavadgītā) e con una pregevolissima padronanza stilistica: ne è testimonianza l’oggetto narrativo numero 49 che “dialoga” con uno dei più bei racconti della narrativa americana degli ultimi decenni (“Maschietti”, uno dei Racconti di demonologia di Rick Moody, un autore la cui maestria, a mio avviso, è ancora troppo ingiustamente sottovalutata): «I soldati entrano nella casa, i soldati entrano nella casa. I soldati, determinati e annoiati e brucianti di adrenalina, entrano nella casa fra grida e bestemmie e lampi d’arma da fuoco…».

Forse è soltanto scrivendo che Brian Turner può riuscire a fare spazio a tutto quello che un soldato deve portare al ritorno a casa: i tanti fantasmi, i tanti volti di amici e nemici, il dolore, il contatto persistente, pervasivo con la morte (l’odore della morte). La sua scrittura, per fortuna, è molto capiente.

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