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“Borderlife”, la storia d’amore che fa paura a Israele

“Borderlife”, la storia d’amore che fa paura a IsraeleIntervista realizzata in collaborazione con Sara Minervini.

Nata in Israele, da una famiglia di origine iraniana poco più di 40 anni fa, ha vissuto a New York e a Berlino, ed è stata al centro di una delle più violente polemiche letterarie degli ultimi anni: il Ministero della Pubblica Istruzione israeliano ha proibito che il suo libro, Borderlife, venga letto nelle scuole. Si chiama Dorit Rabinyan e di lei Longanesi ha appena mandato in stampa proprio Borderlife (in ebraico Gader Chayah), nella traduzione italiana di Elena Loewenthal

Dorit Rabinyan ha degli occhi vivaci che si infiammano mentre parla, un sorriso pronto, stretta di mano sicura. Me ne accorgo appena ci presentiamo, prima dell’intervista nella lounge del Circolo dei Lettori al Salone del Libro di Torino. Non resisto a dirle che ho vissuto a Gerusalemme nell’estate del 2009 e, con il poco di ebraico che ricordo, riesco a spiegarle che ho studiato in una ulpàn pubblica, vicino a Bezalel rechov (letteralmente, la via dell’Arte). Piega il capo e mi chiedeBeemet? Davvero? Ken, ken. Sì. Ci stringiamo la mano di nuovo, un po’ più forte: siamo pronte a parlarci.

I protagonisti di Dorit Rabinyan sono Liat e Hilmi, lei traduttrice di Tel Aviv, lui artista di Ramallah, cresciuto a Hebron. All’inizio del libro si trovano entrambi a New York, e lì vivranno per alcuni mesi, dall’autunno del 2002, fino alla primavera dell’anno successivo; il loro incontro è una scintilla: si innamorano dopo poche ore. Ma è solo a poco a poco che emergono le differenze, gli orizzonti inconciliabili, l’impossibilità di appartenere a una stessa comunità. Il ritorno a casa è nel futuro di entrambi, e proprio nella capacità di definire questa parola, “casa,” sta il dramma, la bellezza, il senso del loro incontro. Una parola che può ridefinire il significato di un’intera esistenza.

 

Come è nata la storia di Hilmi e Liat nella sua immaginazione di scrittrice?

La loro storia è arrivata dalla realtà. Penso che ogni storia che uno scrittore scrive abbia sempre a che fare con il suo passato e i suoi ricordi. In questo caso, la storia è ispirata da un uomo che ho incontrato a New York. Lui è stato la musa ed è a lui che il libro è dedicato. A volte mi sembrava che lui fosse lì accanto a me mentre scrivevo, era come se mi desse dei consigli. (scoppia a ridere, ndr) Per esempio, sono certa di averlo sentito dire: «Mi stai dipingendo come un tipo troppo sensibile… io sono un uomo! Un uomo arabo!».

 

Nel libro ci sono molti confini, non solo quelli tra religioni e culture diverse. In Italia, per il suo libro abbiamo lasciato il titolo inglese Borderlife. Forse perché in italiano non c’è un’espressione per esprimere tutta la profondità di questo concetto. Secondo lei, l’idea di “confine” è diversa fra Occidente e Medio Oriente?

Passando molto tempo in città occidentali, come Berlino e New York, ho notato che noi in Israele abbiamo meno confini tra le persone. Parlo di linguaggio del corpo, e di spazio del corpo. Da noi il confine è un concetto più legato alla comunità e meno agli individui. In questo senso è come se mettessimo la comunità al di sopra dell’individualità.

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“Borderlife”, la storia d’amore che fa paura a IsraeleLo stesso vale per lei?

Io sono israeliana. Posso guardarmi dal di fuori, prendere una distanza. Ma, per usare una metafora: quello è il latte che mi ha svezzata. Riesco a vedere i difetti del Paese in cui vivo, ad esempio la nostra totale mancanza di pazienza: anche questa è una declinazione del concetto di limite. Il confine tra identità non è così chiaro per noi... Mi riferisco alla quotidianità: il modo in cui guidiamo, il modo in cui ci esprimiamo (possiamo essere piuttosto rudi!). Allo stesso tempo questa vita, con pochi confini interpersonali, ha un suo calore e una capacità di creare legami. Tutto ciò ha i suoi pregi, benché ammetto che, il più delle volte, vorrei ci fosse più rispetto dei limiti. Naturalmente, tutto ciò si traduce anche nella nostra politica rispetto all’atteggiamento verso i nostri vicini.

 

Si aspettava le polemiche sorte dopo l’uscita del suo libro? Come le ha affrontate?

In realtà, l’uscita del libro è andata bene. Durante la guerra a Gaza del 2014, per molte persone il libro è stato una specie di conforto. Mentre il nostro esercito bombardava Gaza, stavano leggendo un libro che ricordava loro la nostra effettiva complessità. Ho ricevuto lettere e mail da persone che si trovavano nei rifugi mentre leggevano il mio libro. Persone che si proteggevano dai missili e intanto leggevano il mio libro. Era come uno specchio deformato della nostra vita.

Poi, 18 mesi dopo, sono sorte le polemiche. Ne sono rimasta sopraffatta. Ripensando a quel momento, è stato come se non fossi io. Ero completamente scioccata. Tutto il Paese parlava di me e del mio romanzo; e c’era una distanza incredibile tra le persone, il libro, le emozioni e la propaganda politica.

 

C’è qualcosa che possiamo imparare da Hilmi e Liat?

Se lo dicessi con uno slogan sarebbe questo: non siamo spiriti così liberi come vorremmo essere. Veniamo condizionati dall’ambiente da cui proveniamo. Siamo modellati da chi ci ha dato la vita. Certo, possiamo avere delle idee, delle aspettative personali, ma avere un’identità significa anche considerare l’imprinting che viene dal mondo che ci ha cresciuti.

 

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Nel libro c’è un sentimento che pervade la storia, quello della nostalgia di casa. È un sentimento sottile e molto ben descritto.

Vorrei fare una considerazione a partire dal linguaggio. In ebraico abbiamo poche parole per descrivere il freddo. O la neve o il gelo o la grandine, e non c’è una parola per dire: nevischio. Al contrario, abbiamo molti vocaboli per nominare il deserto, il calore, l’afa. Io ho dovuto lottare per descrivere l’inverno newyorkese, perché fosse efficace in ebraico. Il linguaggio riflette una cultura, un Paese, il suo clima, il suo tempo atmosferico. Per Hilmi e Liat, vivere un inverno nordamericano così duro ha significato comprendere il significato della parola “terra di origine”, per contrasto. Appartenere a un luogo, “nuotare in acque conosciute” e godersela.

Anche per me e il ragazzo a cui è dedicato il libro è stato molto difficile. Ci mancava il sole allo stesso modo. E questo ha enfatizzato il fatto che venissimo dallo stesso posto. E se all’inizio dicevamo: «Devo chiamare Tel Aviv», «Devo chiamare Ramallah», a un certo punto abbiamo semplicemente cominciato a dire: «Devo telefonare a casa». Perché era ed è lo stesso luogo. Perciò è così tragico questo conflitto. Perché è la terra di origine di entrambi. E, purtroppo, non c’è soluzione. C’è solo la speranza di una soluzione.

 

L’ultima domanda è per New York. Ambientazione del romanzo, ma anche luogo simbolico. Una terra “libera”, piena di suggestione e ispirazione. È stato così anche nella sua esperienza?

New York è stato un luogo molto liberatorio per me. Anche prima di andarci di persona, era già metafora di qualcosa. L’abbiamo vista in così tanti film, in così tante serie TV. È un simbolo ancora prima di essere una città. Purtroppo, al momento è talmente cara… che abbiamo bisogno di una nuova metafora. Davvero, a New York ti senti una specie di portafoglio! Se trova un’altra metafora, me lo faccia sapere.

 

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Forse Berlino?

Forse Berlino. Sì, Berlino è la mia seconda città preferita.


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