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Bertrand Russell – La verità come teoria dei fatti

Bertrand Russell – La verità come teoria dei fattiPuntata n. 3 della rubrica Il Premio Nobel in12 scrittori

 

Bertrand Russell, oltre a rappresentare una delle figure più enigmatiche e poliedriche del ‘900, a oggi è l’unico matematico “di professione” ad aver vinto il premio Nobel per la letteratura nel 1950, anche grazie alla sua variegatissima produzione, che spazia dalla saggistica accademica – tra filosofia della matematica, del linguaggio e logica –, a quella morale, scettica, politica e sociale. Si tratta, quindi, di una figura che offre moltissimi spunti di riflessione e dà la rara possibilità di affrontare in questa seconda puntata della rubrica sui premi Nobel spazi a metà tra logica, letteratura e filosofia.

In questo breve resoconto, proveremo a tracciare un percorso che risponda essenzialmente a uno dei temi che hanno più impegnato la sua attività speculativo-filosofica e che, ci sembra, possa realmente offrire una, seppur sommaria, ricostruzione della complessità del suo pensiero su una tematica che investe contemporaneamente quasi ogni ambito dello scibile umano: la verità. Lo faremo considerando anzitutto le recensioni che Russell apportò a uno scritto chiave della sua epoca: The Nature of Truth di Harold Joachim. Una di queste fu pubblicata con il titolo What is Truth? nel 1906 sulla rivista «Independent»; la seconda sulla rivista «Mind»nell’ottobre dello stesso anno.

Il manoscritto di Joachim esemplificava tre teorie generali inerenti il tema della verità: la prima asseriva la verità come corrispondenza delle nostre credenze ai fatti; la seconda – difesa da Russell – affermava invece che la verità è una teoria dei fatti, in quanto il fatto è qualcosa che va distino dalla sua credenza; la terza – difesa da Joachim– affidava alla convenzione di verità quella di coerenza, secondo cui nulla è del tutto vero tranne l’intera verità.

 

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Joachim non condivideva l’idea corrispondentista poiché centrata su supposizioni prettamente idealistiche. A riguardo Joachimsosteneva come ogni cosa risulti modificata dalle relazioni con le altre; tesi, questa, esclusa invece dalla seconda ipotesi che teorizza invece la separazione tra fatti e giudizi. Come nota Russell, Joachimaveva centrato il problema chiave della questione, assumendo che fare esperienza dei fatti non fa alcuna differenza per i fatti; per Joachim, infatti, l’unico modo per pensare la verità era quello di pensarla “intera”, o, in altri termini, andava fatta coincidere con la coerenza sistematica in un tutto organico. Ma è proprio nella nozione di coerenza che Russell innesta la sua critica. Per il filosofo britannico, sebbene concedesse che la nozione di coerenza potesse rivelarsi preziosa, nel contesto della verità la sua definizione resta indicibile e indimostrabile.

Bertrand Russell – La verità come teoria dei fatti

Tuttavia, per Joachim, l’elemento chiave che non segue nel quadro teorico di Russell è proprio quello antidealistico, che per lo stesso Joachimè inammissibile, poiché, se nel senso in cui i fatti sono indipendenti dall’esperienza lo riconosce come vero, in un altro lo considera privo di significato e in contrasto con il senso comune. Dappiù, Joachimrifiutava finanche la convenzione pluralista di Russell, contestando la possibilità secondo cui entità semplici e indipendenti siano in una relaziona esterna con altre. Ma, per Russell, la realtà in cui avrebbero dovuto trovare giustificazione le relazioni tra le entità appare come un abbozzo della vecchia metafisica. Dunque, sempre secondo Russell, le relazioni devono essere fondante nella natura dei loro termini, ma da ciò consegue che allora tutte le proposizioni debbano essere della forma soggetto-predicato.

A riguardo, una delle criticità dell’ontologia delle proposizioni che Russell affronta è inerente al rapporto di verità tra il vero e il falso derivante dal famosissimo paradosso del mentitore del 1906. In questo, Russelldiscute la possibilità che la negatività del paradosso sia l’intrinseca soluzione al paradosso stesso.

Ora, nella formulazione del paradosso “Mento sempre”, dire il falso significa mentire, o negare il vero: il filosofo ipotizza che la proposizione costituisca in sé l’entità mai negativa oggetto del giudizio, che esso nega o afferma, con l’effetto di ridurre la negatività a un’espressione psicologica di incredulità all’interno della proposizione stessa. Alternativamente a ciò, si può supporre che esistano soltanto le proposizioni vere e che le credenze errate non posseggano un oggetto. Ma cosa significa allora credere in qualcosa che è falso?

Consideriamo la proposizione (1) “Cesare non è morto”. Per Russell l’oggetto del giudizio non è la proposizione. Invero, ritenendo che, per esempio, A sia B, Russell sostiene che vi sia un pensiero relativo ad A e B ma non alla proposizione, pertanto se un uomo mente non c’è alcuna proposizione che egli asserisca nel mentire. Dunque, secondo Russell, l’opposizione tra credenze vere o false è nella differente struttura logica di quegli oggetti: una credenza è vera quando è una credenza in un fatto; è errata quando è una credenza in qualcosa di fattuale.

Proseguiamo la panoramica di come Russell alimenti le sue tesi circa la verità, considerando il testo On the Nature of Truth che egli presentò nel novembre del 1906 al Cambridge Moral Science Club.

In primo luogo, egli si occupò della tesi cosiddetta monistica, ossia quella concezione della verità che la ritiene come coerenza, asserendo che nessuna verità possa essere indipendente dalle altre. Ciò, come sopraddetto, comporta che nulla sia completamente vero se non l’intera verità. Russell afferma, invece, che se nessuna verità parziale è vera, non lo saranno neanche le verità che compongono la filosofia monistica. Per Russell le criticità che riguardano l’impostazione del monismo vertono sulla nozione di intero e sul nesso tra intero e parti. Questi considerano le parti di un intero come semplici parti prive di autonomia, ma ciò determina che queste non possano essere numerabili, e possano soltanto essere verità parziali e le parti stesse non del tutto reali. Dappiù, dal momento che l’intero è costituito dalla natura di ogni parte, l’intero è parte di ogni parte; ne consegue che è la stessa teoria monistica ad affermare che le parti di un intero non siano realmente le sue parti. L’altra criticità che Russell identifica nella tesi monistica concerne l’errore. Invero, se ogni proposizione è portatrice di una verità parziale, nessuna di queste esprime qualcosa di assolutamente vero o falso, e ogni giudizio potrà essere parzialmente vero o falso. Russell inoltre ricorre alla cruciale distinzione tra esperienza e credenza. Di una proposizione si esperisce quando è appresa, ossia l’esperienza è l’atto cognitivo di comprensione; la credenza è invece l’atteggiamento con cui si comprende. Pertanto, considerando una proposizione falsa, da un lato essa è compresa e parte dell’esperienza, dall’altro non se ne fa esperienza e si è portati quindi a credere alla proposizione; insomma l’esperienza può anche essere comprensione di quanto è falso.

Bertrand Russell – La verità come teoria dei fatti

In secondo luogo, Russell, giustificate le problematiche del monismo, rifletté sulla sua tesi pluralista, individuando due differenti opzioni teoriche: la prima che riteneva la verità come la qualità della credenza dei fatti; la seconda attribuisce il vero e il falso alle proposizioni, ossia complessi non mentali. Nella prima ipotesi, la verità è una qualità delle credenze che hanno come oggetti i fatti, mentre, conseguentemente, la falsità è la qualità di credenze differenti. Russell sostiene che la credenza sia la correlazione fra più idee, se infatti crediamo che A sia B avremo ben due idee correlate in un certo modo e non un’unica idea complessa. Dunque, determinate idee in certe relazioni sono chiamate le credenze che le cose stanno in un certo modo.

Con la pubblicazione della sua opera monumentale i Principia Mathematica – in collaborazione con Alfred North Whitehead – Bertrand Russell stabilì con maggior chiarezza quale fosse la sua riposta alla domanda che cosa sia la verità. Com’è evidente da quanto esemplificato finora, per Russell rispondere a questa domanda non significa risolvere una questione terminologica o psicologica, bensì concettuale. Invero, secondo Russell, la questione centrale è indagare quali siano le credenze vere e quelle false, poiché verità o falsità delle credenze determinano le condizioni di verità delle asserzioni. Russell si concentra, quindi, su definire che cosa siano la verità e falsità. A riguardo, considera la relazione tra verità e falsità con la mente che giudica, benché queste dipendano esclusivamente dai fatti che la mente giudica. Ma tale tesi dell’oggettività di giudizio dei fatti comporta le problematiche implicazioni di falsità oggettive, poiché, in tutti gli atti cognitivi, la mente possiede oggetti diversi da sé con cui entrare in relazione. La posizione che Russell difende è quella secondo cui il giudizio e la credenza siano in relazione; in questo senso la distinzione tra giudizi veri o falsi discende da quella tra gli oggetti veri e falsi del giudizio. In altri termini: il giudizio gode di una corrispondenza oggettiva. Dice Russellin On the Nature of Truth and Falsehood:

«Pertanto, la questione del significato della verità e della falsità dovrà essere considerata dapprima in relazione agli obiettivi, e dovremo trovare un modo per dividere gli obiettivi in quelli che sono veri e quelli che sono falsi.»

 

Ma che cosa sono tali obiettivi? Che a giudizi veri corrispondano obiettivi è plausibile, ma a un giudizio falso come (2) “Carlo I è morto nel suo letto” può corrispondere un obiettivo? La seconda criticità all’asserzione di Russellfa riferimento alla problematica di accettare che tutti i giudizi abbiano obbiettivi e che quindi ciò determini l’esistenza di obiettivi falsi. Russell, pertanto, sostiene che la relazione fra giudizio e un solo oggetto non è posta in essere, bensì per poter distinguere tra ciò che è vero e ciò che è falso, è necessario ammettere che il giudizio non coinvolga una sola entità ma molte di queste. Invero, la mente accoglie distintamente quella relazione che si definisce come "consapevolezza di”, ma essa non fornisce l’essenza del giudizio, che, invece, sussiste dalla relazione unitaria tra mente e termini interessati. Dunque, il giudizio è una multiple relation asserita da una proposizione che, oltre alla relazione stessa, coinvolge più di due termini.

 

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Secondo Russell, verità e falsità sono proprietà di giudizi e non esisterebbero se non vi fossero menti giudicanti. Sebbene, però, verità e falsità dipendano dalla mente, ciò non determina che esse dipendano dalla persona che esprime il giudizio; la persona, infatti, non è costituente del complesso corrispondente al giudizio da cui dipendono la verità o la falsità. Così, Russell delineava una teoria che custodiva pienamente quella equilibrata dipendenza e indipendenza dalla mente tipica, secondo lui, della verità.


Riferimenti bibliografici

Bertrand R. (1910), On the Nature of Truth and Falsehood, Collected Papers v.6.

ID. (1907), On the Nature of Truth, Collected Papers v.5.

ID (1906), What Is Truth?, The independent Review, pp. 349-53.

ID (1906), Review of Joachim, The Nature of Truth , Mind (15, n. 60), pp. 528-533.

Joachim H. H. (1906), The Nature of Truth, in ed. Greenwood Press (1969), California.

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