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Berlino crocevia del nostro immaginario. “Il cuore e la tenebra” di Giuseppe Culicchia

Berlino crocevia del nostro immaginario. “Il cuore e la tenebra” di Giuseppe Culicchia«Ich bin ein Berliner». Così affermò John Kennedy davanti alla porta di Brandeburgo nel famoso discorso del 1963, uno di quegli interventi che hanno segnato il periodo della guerra fredda. «Ogni uomo libero, ovunque viva, è cittadino di Berlino», concludeva il presidente americano che denunciava allora il pericolo comunista che si materializzava nel simbolo più diretto e perturbante: il Muro che dal 1961 divideva in due la città. Appena vent’anni prima Berlino era stata quasi interamente rasa al suolo dai bombardamenti degli eserciti alleati in lotta contro la belva nazista (Hitler nel frattempo mandava a morire le ultime truppe dell’esercito formate da soldati giovanissimi pronti a immolare la loro vita al Führer adorato).

La capitale tedesca è proprio una delle protagoniste principali dell’ultimo romanzo di Giuseppe Culicchia pubblicato da Mondadori: Il cuore e la tenebra. Già il titolo denuncia una vicinanza affettiva col celebre racconto di Conrad. In entrambi i testi c’è infatti un’indagine che lì aveva a che fare col colonialismo, qui col nazismo. Nel libro di Culicchia Giulio Rallo, un fotografo di successo poco più che trentenne, ha appena saputo della morte di suo padre Federico, direttore d’orchestra di fama internazionale che era perfino arrivato alla direzione dei Berliner Philharmoniker, dopo esser transitato tra l’altro per Santa Cecilia e i Wiener. Il loro era un rapporto fatto di lontananza e di telefonate smozzicate. L’altro figlio di Federico, Pietro, contraddistinto da un affetto morboso per la madre, aveva ormai interrotto qualsiasi rapporto col genitore dopo aver scoperto dei preservativi nella stanza del padre, quando lui aveva già divorziato dalla moglie. Sarà Giulio a inoltrarsi nel cuore di tenebra di Federico, ad andare a Berlino per organizzare le pratiche relative alle sue esequie. Il direttore aveva lasciato per iscritto la volontà di essere cremato; le sue ceneri dovevano essere sparse in Sicilia.

 

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Federico Rallo aveva avuto nella sua vita un’ossessione, un’ossessione paralizzante e al tempo stesso distruttiva: Wilhelm Furtwängler e la straordinaria, perfetta esecuzione che il 19 aprile 1942, il giorno del compleanno di Hitler, il direttore tedesco fece della Nona sinfonia di Beethoven. In una fantasia che lambisce forse la follia più spaventosa tenta alla testa dei Berliner di riprodurla fedelmente:

«Da quanto ne so, avevi obbligato gli orchestrali a mesi e mesi di prove massacranti di cui non eri mai davvero soddisfatto. Li avevi costretti non solo ad ascoltare e riascoltare giorno dopo giorno la sola registrazione esistente di quella Nona ma anche a vedere ore e ore di cinegiornali nazisti, perché si calassero il più possibile nella temperie in cui si trovavano i loro colleghi di allora… avevi cominciato a pensare che se eri finito dentro uno degli edifici costruiti nel dopoguerra lì dove sorgeva la Cancelleria, l’epicentro del regime, la casa berlinese di Hitler, l’uomo da cui Furtwängler bene o male dipendeva e in fin dei conti il suo impresario, non si trattava di un caso ma di un destino».

Berlino crocevia del nostro immaginario. “Il cuore e la tenebra” di Giuseppe Culicchia

L’ossessione di Rallo si scontra con i maestri dell’orchestra che si ammutinano al loro direttore, finendo col mettere in giro la voce che lui sia nazista. Da quel momento è il precipizio. Rallo viene allontanato dall’orchestra, i suoi dischi non vengono più ristampati dalla Deutsche Grammophon. Il suo declino contempla una comparsata in tv nella prima edizione di X Factor. Nel frattempo si mette anche a schiaffeggiare Giovanni Allevi incrociato appena fuori della Scala e che dovrà risarcire per danni. Continua a vivere a Berlino, tra i fantasmi della Cancelleria hitleriana, dando ripetizioni agli studenti del Conservatorio e collezionando testi e film che hanno per tema il nazismo, in un gorgo infinito e autodistruttivo. Sulle nocche delle mani si è perfino fatto tatuare la frase HOLD FAST, “Tieni duro”. Il figlio ritrova nell’armadio di casa addirittura una divisa delle SS (ma le apparenze in questo caso possono ingannare).

Giulio fa il suo viaggio nella città berlinese come fosse un Marlowe contemporaneo alla ricerca delle motivazioni che hanno spinto il suo Kurtz nel delirio nazista. In casa fa l’elenco dei titoli appartenuti al padre che hanno per tema il nazismo (nella lista, in una sorta di citazione post-moderna, c’è lo stesso romanzo di Culicchia), legge i file che Federico ha lasciato sul suo computer. Frasi, riflessioni personali, deliri, citazioni da altri autori (da Joachim Fest a Nietzsche a Leni Riefenstahl), liste di SS che si sono particolarmente distinti in guerra. Tutto materiale che serve per la domanda che tormenta la sua vita. Perché Furtwängler è riuscito nell’impresa leggendaria di compiere l’esecuzione perfetta, proprio durante il Terzo Reich, proprio nel momento in cui già si comprendeva che il conflitto era perduto? Questo motivo, per Rallo, non può che essere la presa del potere di Hitler, la sua decisione di entrare in guerra contro l’Unione Sovietica. La voglia di non arrendersi mai, il trionfo della volontà di riefenstahliana memoria. Ma la bellezza inarrivabile dell’esecuzione di una sinfonia può giustificare l’azione e la ferocia del simbolo più malvagio e orribile del Novecento, il mostro che insieme ai suoi collaboratori ha programmato in maniera scientifica lo sterminio di un intero popolo?

Berlino crocevia del nostro immaginario. “Il cuore e la tenebra” di Giuseppe Culicchia

Gli altri file disponibili su computer testimoniano invece il fallimento di Federico come genitore. Sono delle trascrizioni dei dialoghi avuti con i figli in alcuni momenti della loro vita insieme. I ricordi del divorzio dalla loro madre, il rimorso per averli fatti soffrire. Alcuni testi sono indirizzati direttamente a loro. Chiede perdono, assicura che sono stati la cosa più importante della sua vita. E Giulio andando con la memoria ai loro ricordi comuni non può che confermare la testimonianza del padre. L’ultima richiesta che Federico fa loro è che le sue ceneri siano sparse sulla spiaggia di Marsala dove lui e la moglie avevano preso la decisione di avere dei figli. Il luogo dove loro sono stati pensati.

 

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Il romanzo di Culicchia è importante perché pone sul tavolo temi non molto comuni per la letteratura italiana. Il cuore e la tenebra è soprattutto un libro di luoghi: «soltanto i luoghi rimangono anche se cambiano. Hanno in fin dei conti questo grande privilegio». Lo scrittore piemontese sceglie così di giocare “fuori casa”, di andare nel cuore tragico della Storia, di misurarsi con i fantasmi del Novecento che ancora assediano il nostro immaginario. Si addentra topograficamente dentro la pelle di Berlino, la metropoli europea che è da sempre in una continua, eterna trasformazione. Nella capitale tedesca convivono la memoria della Cancelleria hitleriana e Il cielo sopra Berlino, il Muro della guerra fredda e il Punk degli anni Settanta, la Banda Baader-Meinhof e la torre della televisione, il cabaret degli anni Trenta e i monumenti in memoria della Shoah, Alfred Döblin e Leni Riefenstahl, Christa Wolf e David Bowie. E naturalmente i Berliner. Culicchia ha il potere di rendere struggente questo groviglio non facile di emozioni pubbliche e private con una scrittura partecipata e sofferta. Una scrittura che tiene sempre bene aperti gli occhi sul bene e sul male che facciamo e subiamo nelle nostre terribili e insieme magnifiche vite. Vite che solo la letteratura più autentica può illuminare e alla fine comprendere.


Per la prima foto, copyright: Håkon Sataøen su Unsplash.

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