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Being Jay Gatsby: vecchi e nuovi adattamenti del romanzo di Fitzgerald

Il Grande GatsbyIn un periodo in cui il cinema è ricco di omaggi ai grandi classici, dopo Anna Karenina e Les Misérables, torna sullo schermo, per la quarta volta, uno dei più celebri personaggi letterari del Novecento, nato dalla penna di Francis Scott Fitzgerald: Jay Gatsy.

A cinque anni dall’adattamento di un racconto di Fitzgerald, Il curioso caso di Benjamin Button, e a quarant’anni dall’ultima trasposizione de Il grande Gatsby, il 15 maggio aprirà il Festival di Cannes l’attesissima pellicola dell’eccentrico Baz Luhrmann.

Dopo mesi di slittamenti dovuti, pare, a questioni di budget, dal giorno seguente il film, la cui uscita era prevista per lo scorso Natale, sarà in tutte le sale italiane e promette di essere la sorpresa della stagione. Seppur non prolifico, Luhrmann è autore di film rivoluzionari. Il regista australiano si è già misurato con i mostri sacri della letteratura girando, nel 1996, il sorprendente Romeo+Juliet dove, tra una sparatoria a Verona Beach e un Mercuzio “drag queen”, in salsa visionaria si consumava l’amore tragico per antonomasia. Nel 2001, invece, resuscitò il musical come genere con il colossal Moulin Rouge. Neanche Gatsby scapperà alla sua mania di “attualizzare” e acquisirà una luce contemporanea inaspettata.

Per il volto del triste miliardario Gatsby, Luhrmann ha scommesso sul “suo” Romeo: Leonardo Di Caprio. Sulla carta l’attore sembra perfetto per il ruolo di ricercato dandy con il cuore spezzato ma si dovrà misurare con la performance di un’altra icona di Hollywood. Fu infatti Robert Redford a interpretare Gatsby nella pellicola del 1974, diretta da Jack Clayton e preceduta da una versione muta del 1926 e una del 1949.

Di Caprio avrà dalla sua l’intensità del 3D targato Warner Bros, cosa che certo non era pensabile per la Paramount degli anni Settanta, e potrà contare per le sue mise sull’estro anni Venti di Miuccia Prada, che si affianca allo storico marchio Brooks Brothers, caro a Fitzgerald e già utilizzato per vestire Redford.

Sempre che, per entrambi gli attori, sia possibile eguagliare il fascino del Gatsby di Fitzgerald, il calore delle sue stanze piene di fasti e la solitudine dello sguardo perso a fissare la luce verde intermittente del pontile di Daisy, dall’altra parte della baia. Come documento sugli anni Venti a New York e dintorni, i 144 minuti del film di Clayton sono una preziosa testimonianza di abiti e ambientazioni d’epoca che trovano, nelle sequenze delle feste alla villa di West Egg, la loro vetrina migliore. Un’aderenza al contesto del romanzo (scritto nel 1925 e ambientato nel 1922) che gli è valso l’Oscar per i migliori costumi, una delle due statuette vinte nel 1975. L’altra premiò la colonna sonora molto jazz che trasudava direttamente dalle pagine di Fitzegerald. Al contrario, le musiche saranno uno degli aspetti più sperimentali del film di Luhrmann, che si è buttato su rap, hip hop, R&B e indie rock, scegliendo artisti contemporanei tra cui Jay Z, Florence & The Machine e Beyoncé.

Se tanto la fedeltà al contesto ha giovato al film del 1974, la quasi ossessiva conformità al testo lo ha penalizzato, a cominciare dalla lunghezza: due ore e mezza di technicolor sono davvero troppe! Tanto più se si considera che la parte centrale del film perde completamente fluidità e inizia a assomigliare a un collage maldestro di scene, nel tentativo di seguire di pari passo il libro. Il risultato finale deve aver deluso anche Francis Ford Coppola, il quale scrisse la sceneggiatura per poi rinnegarla all’uscita del film.

C’è una generale ridondanza nella recitazione da parte di tutti, in particolare delle tre donne; un’enfasi teatrale che rischia di minare la spontaneità e uccidere la suspense di fondo.

Tra le poche differenze rispetto al romanzo ce n’è una che disturba particolarmente: l’incontro fra il narratore Nick Carraway (cugino di Daisy e vicino di casa di Gatsby) e Gatsby stesso. La casualità con cui li aveva fatti conoscere lo scrittore, due soldati che si ritrovano nel chiasso di una festa, è andata completamente persa nella convocazione ufficiale da parte di Redford, che riceve lo sconosciuto Nick nel suo studio e gli fa un’inverosimile proposta di amicizia. Lo stesso gossip che circonda la figura di Gatsby non ha il crescendo del libro e si spegne quasi subito. Il suo intercalare “old sport” (tradotto in “vecchio mio” nella versione italiana), di cui è ricco il dialogo originale, sembra, già dalla prima volta che lo pronuncia, forzato.

Ma non c’è Gatsby senza la cerchia ristretta (qui una simpatica infografica riassuntiva) che si muove con lui, in un andirivieni dalle ville di Long Island, lungo la strada che porta a New York, sotto lo sguardo giudicante del dottor T.J. Eckleburg. Gli occhi del cartellone pubblicitario appeso davanti alla pompa di benzina dei Wilson, teatro del dramma che farà precipitare Gatsby e, con lui, il sogno che la ricchezza porti la felicità, condannano la perdita di valori della società americana del tempo, asservita ai soldi e alla corruzione. Come lo stesso Gatsby, corrotto per amore di Daisy.

Nel film ha il volto di Mia Farrow, la quale era incinta quando interpretò una Daisy labile e isterica, con una voce stridente che rende bene il personaggio; l’ex moglie di Woody Allen risulta abbastanza convincente come la viziata e insipida Daisy di Fitzgerald: «Erano gente sbadata, Tom e Daisy: sfracellavano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nella loro ampia sbadataggine».

Bruce Dern sembra invece fuori parte nei panni dello scorbutico marito di Daisy, Tom Buchanan, rendendolo più tonto che altezzoso, più vanitoso che aggressivo. Lo stesso narratore Nick sembra fin troppo sperduto e meno impulsivo di quello che descrive Fitzgerald, oltre a essere troppo impacciato nel corteggiare Jordan Baker.

Ma criticare è spesso fin troppo facile. Come rendere al meglio Jay Gatsby da queste parole: «Se la personalità è una serie ininterrotta di gesti riusciti, allora c’era in lui qualcosa di splendido, una sensibilità acuita dalla promessa della vita, come se egli fosse collegato a una di quelle macchine complicate che registrano terremoti a ventimila chilometri di distanza»?

Vedremo come vestirà i suoi panni Di Caprio, sotto la guida di Luhrmann, e usciremo dalla sala tenendo a mente l’avvertimento, tradotto da Fernanda Pivano, che Fitzgerald ci dà nella seconda pagina de Il grande Gatsby: «L’evitare giudizi è fonte di infinita speranza».

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Commenti

Dimenticate qualcosa, cioè la versione più fedele...
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=Asajgm-ciWA

Quella è attualità, gli altri sono moda antiquaria...

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