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Bartolino Fiorenzo, bamboccione di primo Novecento

CiuccioMolti anni dopo il Ministro dell’Economia avrebbe dato immensa popolarità a una parola simpatica, molto efficace per indicare figli ormai maturi che continuano a stare a casa con i genitori invece di rendersi autonomi. Molti anni dopo una crisi economica profonda e grave avrebbe reso la categoria dei bamboccioni così numerosa da caratterizzare in modo significativo il quadro sociale dei rapporti tra i figli e le loro famiglie d’origine. Ma per parlare del bamboccione in questione dobbiamo restare nel luglio del 1904, quando Luigi Pirandello pubblica sulla rivista «La Riviera Ligure» una novella intitolata La buon anima.

Il protagonista è Bartolino Fiorenzo, un giovanottone tondo e rubicondo con l’aria, appunto, di un bamboccione, come afferma il grande scrittore siciliano. Viene subito in mente un confronto con l’accezione attribuita a questo termine ai giorni nostri. Oltre al significato accennato poco sopra relativo al figlio ancora dipendente dai genitori pur essendo già "grande", forse è possibile aggiungere altri due significati. Bamboccione nel senso di uomo poco responsabile, viziato e poco maturo. Ma questo significato sembra da escludere nel caso di Bartolino perché è una persona diligente, studiosa. Bamboccione nel senso di uomo belloccio ma non molto intelligente. E non è nemmeno questo il caso di Bartolino. Egli è infatti dottissimo in chimica tanto da essere considerato in grado di aggiudicarsi una cattedra all’università. Non ci sono nemmeno informazioni per giudicarlo un mantenuto, competente e apprezzato com’è nella sua disciplina. Il termine bamboccione sembra riferito in modo specifico al suo aspetto fisico. È biondo e in carne con un’aria infantile e una calvizie che sembra finta come se si fosse rasato la sommità del capo per sembrare meno giovane. Partendo da queste prime impressioni esteriori, il lettore viene condotto nel suo carattere e nella sua psicologia. Altri personaggi lo descrivono vergine di cuore. Qualcuno gli attribuisce anche un altro tipo di verginità. Gli ci vuole un matrimonio per farlo crescere e fargli conoscere la vita! E questo matrimonio viene combinato da un amico di famiglia, il Motta. Fa incontrare Bartolino con una vedova, Lina Fiorenzo. Lina ha vissuto quattro anni con il defunto marito, Cosimo Taddei e il suo ricordo è ancora vivissimo, tanto che lei ama farsi chiamare Carolina, come piaceva tanto al suo povero consorte. E Bartolino non osa contraddirla, anzi accetta con rispetto, tutto timoroso di quell’abitudine che segna un legame con la buon anima.

Ma il legame non finisce qui. Ogni volta che Bartolino si reca a casa della futura moglie, si sente salutare dal ritratto incombente in ogni stanza del fu Cosimo Taddei. Dopo il matrimonio partono in viaggio di nozze per Roma. Prima ancora di arrivare Lina descrive a Bartolino le meraviglie della città, già visitata con l’amato Cosimo. Soggiornano nello stesso albergo dove era stata con il primo marito, addirittura nella stessa camera. La presenza della buon anima è invadente, la sua influenza su Lina è totale. Bartolino non sa reagire e i suoi stessi pensieri sembrano intrecciarsi con quelli di Cosimo che trovano nuova espressione nelle parole e negli atteggiamenti della moglie.

Una breve citazione può chiarire ancor meglio la situazione:

Ah, quel ritratto lì, non poteva più soffrirlo! Era una persecuzione! Lo aveva sempre davanti agli occhi. Entrava nello studio? Ed ecco, l’immagine del Taddei gli rideva e lo salutava, come per dirgli: «Passi! Passi pure! Qui era anche il mio studio d’ingegnere, sa? Ora lei vi ha allogato il suo gabinetto di chimica? Buon lavoro! La vita a chi resta, la morte a chi tocca!» (Novelle per un anno, Newton Compton 2007).

Poi accade un fatto imprevisto. Il Motta, l’amico di famiglia che ha fatto incontrare Lina e Bartolino, viene colto da un malore e muore. La sua vedova, la signora Ortensia, è afflitta dal dolore. A nulla serve l’affetto degli amici. Un pianto l’assale di continuo. Intanto Bartolino è disperato. Persino le carezze che cerca di regalare alla moglie gli sembrano destinate a essere confrontate con quelle un tempo donate da Cosimo Taddei. In poche righe il grande scrittore siciliano indaga lo stato d’animo di questo bamboccione e ci descrive il travaglio complicato delle sue emozioni. Alla fine non riuscendo a regalare il piacere che vorrebbe alla moglie, è preso dalla voglia di consolare Ortensia. Le sue pulsioni incespicano sui ricordi e le incertezze. Alla fine la passione, e forse un certo complesso d’inferiorità, lo portano nel letto di Ortensia. Quando si sveglia accanto a lei, lo colpisce un ciondolo d’oro che la donna portava al collo. Lo raccoglie e lo apre. Trova al suo interno un piccolo ritratto del fu Cosimo Taddei, sorridente.

Così il bamboccione ha fatto le sue esperienze, è passato da una vita fin troppo regolare e precisa, al matrimonio con tutte le sue contraddizioni, alla scoperta di quanto intricato può essere l’insieme delle relazioni umane. Mi ha incuriosito leggere in questa novella di oltre un secolo fa un termine divenuto così di moda ai giorni nostri.

Forse l’insegnamento del grande scrittore siciliano consiste anche nella possibilità offerta al lettore di comprendere quanta complessità si nasconde dietro alle semplici definizioni con cui spesso ai giorni nostri gli esseri umani vengono troppo frettolosamente catalogati.

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