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“Ballata di uomini e cani” – Jack London secondo Marco Paolini

Marco Paolini, Jack LondonFa freddo. Il fumo si muove denso oltre le nostre bocche la mattina quando usciamo e la sciarpa non basta mai a coprire tutto ciò che dovrebbe: il collo, le orecchie, il naso, i pensieri. Forse dovremmo comprare una tuta termica.

La mattina non ci piace perché non ci piace il giorno che ci attende. Perché, per dirla con Jack London, siamo accerchiati da Bastardi che non appena avviciniamo mano o parola ci azzannano per strappare. E non perché abbiamo fatto loro qualcosa, ma per prevenire la voglia di picchiarli che la loro tenacia ci tirerà fuori. Perché siamo stanchi e vedere che c’è qualcuno che riesce ancora a lottare, magari solo per se stesso, solo per prevaricare un altro cane che gli passa accanto, ci può far arrabbiare e parecchio.

Chi non ha incontrato un Bastardo questa mattina? Ecco, appunto, non mi sembra di vedere molte mani alzate. Ma se tutti abbiamo incontrato il nostro Bastardo, è possibile che siamo stati anche noi i bastardi di qualcun altro? Questa è solo una delle tante domande che Ballata di uomini e cani (in scena fino al 2 febbraio al teatro Argentina di Roma e poi in tournée nel resto d’Italia) ci offre.

L’idea è venuta a Marco Paolini cantastorie, attore, drammaturgo, musicista e soprattutto uomo attento al mormorio che si annida nelle pance delle persone, su cui si addensa la contraddizione dell’agire quotidiano che fa a botte con il parlato e ancor più con il desiderato.

Partendo da alcuni racconti di Jack London (Macchia, Bastardo e Preparare un fuoco) e accompagnato da sonorità tra jazz club e balera, Paolini espone l’uomo al ludibrio della sua temporaneità e della sua stupidità nel pensarsi controllore della Natura, così come magistralmente ha fatto Leopardi con le sue Operette morali e Martone con la loro messa in scena proprio all’Argentina nel 2011. Il punto di vista in questo caso è però mobile, passando di racconto in racconto, dall’uomo alla Natura e soprattutto ai cani, che della Natura sono in questo caso gli occhi increduli sulle limpide certezze dell’uomo.

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Con un allestimento essenziale fatto di qualche bidone e una manciata di tavole (tutto funzionale ai “rumori” di scena), Paolini dimostra, come aveva già fatto in ITIS Galileo, che da un testo (da un buon testo) conosciuto fin nelle sue viscere si possono tirare fuori sempre nuove idee. Idee spesso spiazzanti, poco apprezzate all’inizio, ritenute di scarso successo e interesse per un pubblico teatrale (Paolini passa tutto il tempo a verbalizzare i testi scritti di London), idee che hanno bisogno di una lunga maturazione (all’inizio Paolini ha sperimentato questi racconti-rappresentazioni fra i boschi e solo dopo ha pensato di unire musica a parole), ma che sono degne di essere sostenute.

E se lo spettacolo in alcuni momenti ha delle lievi ridondanze, dovute alla prolifera e spesso puntigliosa vena descrittiva “londoniana”, ripresa da Paolini nella sua drammatizzazione, alcuni passaggi, da soli, ripagano il tempo dedicato dallo spettatore a questo interessante esperimento.

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