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“Atti osceni in luogo privato”: Marco Missiroli si racconta

Marco Missiroli, Atti osceni in luogo privatoFeltrinelli ha appena pubblicato Atti osceni in luogo privato, il quinto romanzo di Marco Missiroli: il protagonista italo-francese Libero Marsell racconta in prima persona la propria crescita e maturazione fisica, intellettuale e sentimentale, in un periodo compreso all’incirca tra la metà degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta del ventesimo secolo.

Ci sono molte cose in questo romanzo: il rapporto tra l’adolescente e i suoi genitori, i primi turbamenti erotici e la scoperta delle donne, inclusa la difficoltà di costruire legami stabili con loro, senza dimenticare le affettuose descrizioni delle città – Parigi e Milano – entro cui si muovono il protagonista e gli altri personaggi. Di tutto ciò si è parlato nel corso di un incontro con l’autore, molto vivace e ricco di spunti interessanti, che si è tenuto qualche giorno fa nella storica sede milanese della casa editrice Feltrinelli.

 

Quello che colpisce di più del suo romanzo è il modo in cui lei tratta le molte citazioni che fa di libri e di autori famosi, che a una prima lettura possono sembrare un po’ banali (Parigi, Sartre, Lo straniero di Camus) per l’uso che ne è già stato fatto in passato, ma che contano molto per la crescita del protagonista. Come si è posto questo problema scrivendo?

In principio ne avevo una visione statica, ma poi ho capito che i libri da esposizione, quelli da mostrare sugli scaffali delle case, servono a poco. Tutti i libri citati da Libero sono funzionali alla sua crescita: Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, ad esempio, filtra la sua solitudine.

Io sono un lettore tardivo: mia madre era insegnante e d’estate mi obbligava a leggere sei o sette libri, ma io a volte baravo, con la complicità di mio padre, e fingevo di averli letti anche se non era vero. Al liceo Il deserto dei Tartari non mi era piaciuto, ma quando l’ho riletto per conto mio è stato come il cavallo di Troia, ha aperto la strada al successivo amore per la lettura. So che i libri che ho scelto sono già stati usati e sventrati dalla coscienza popolare, ma io ho cercato di ringiovanirli, un po’ come fa Salinger nel Giovane Holden.

 

Come mai in un mondo anglofono, per non dire anglomane, lei ha scelto di ambientare il libro a Parigi e di parlarci della cultura francese, di Camus, di Sartre?

Perché non parlo inglese! Lo parlo molto male, e questo mi mette a disagio: per colpa di questo ho perso un sacco di belle occasioni, avrei potuto incontrare e intervistare scrittori famosi. A certe cene mi sono sentito terribilmente a disagio, sono arrivato al punto di farmi squillare il cellulare per avere una scusa per allontanarmi un po’. Il mondo inglese, Londra, la regina e tutto il resto, mi mettono a disagio.

 

Non ha mai provato a seguire un bel corso full immersion?

Ci ho provato, ma essendo romagnolo ho avuto risultati pessimi nella pronuncia. Così non riesco a immaginarmi un personaggio con un nome anglosassone, per esempio, ed evito di farlo.

Marco Missiroli, durante l'incontro con i blogger

Che tipo di pubblico può avere Atti osceni in luogo privato, più maschile o più femminile?

È un libro “maschile” ma non maschilista, sembra piacere anche alle donne, e forse le aiuta a scoprire un po’ il mondo maschile. In parte è autobiografico: quando l’ho fatto leggere a mia madre, l’ho vista con le orecchie scarlatte, ma mi ha detto di aver scoperto cose su di me che non conosceva.

Ma non mi chiedete della copertina? L’immagine fa pensare a un posteriore, non si capisce bene se maschile o femminile. Per mia zia è una croce fatta male, ma lei vede simboli religiosi dappertutto. Per mio padre in principio era un divano. Per il marito di una mia professoressa è la breccia di Porta Pia, tanto che ho pensato di aver scritto un romanzo storico, ma in verità sì, è l’immagine di una modella fotografata negli anni Settanta da Erwin Blumenfeld, scattata in modo che non si capisse il sesso.

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Marco MissiroliIl titolo è quello originale?

Sì, è nato prima il titolo della storia. Gli atti osceni sono offensivi se accadono in pubblico, ma non in privato. Emmanuel Carrère mi ha detto «tutto quello che è relativo ferisce le persone perché si muove continuamente». Volevo capire cosa può essere offensivo per le persone, perché le cose possono colpire in modo differente a seconda dei punti di vista.

L’alternativa era Libero, il nome del protagonista, e forse l’avrei scelto se non ci fosse stato già il quotidiano, ma in fondo era banale e sarebbe un po’ sparito nelle librerie. Di certo questo titolo colpisce di più.

L’ho scritto in ventun giorni e rivisto in due anni. Steso su un lettino a Rimini, d’estate, ho pensato a una donna con la settima di reggiseno e a un ragazzino, e da lì è partita la storia. In principio devo ammettere che era più volgare: mio padre, dopo aver letto la prima stesura venne da me e mi disse «non puoi fare uscire una roba del genere!». È stata la prima volta che l’ho visto così imbarazzato.

Il libro, secondo me, è divisibile in due parti. La prima deve molto a Philip Roth, anche se lui ha una componente ebraica che a me manca. Con lui condivido l’ironia e il coraggio, di lui mi piace il passaggio dall’erotico al sociale, e all’indignazione. Il mio coraggio è stato quello di scrivere un libro che parla di sesso dopo le Cinquanta sfumature di grigio.

Roth però non conclude mai le storie, perché è un infelice: io volevo essere felice, perciò ho scelto che Libero finisse con una donna.

 

E la seconda parte?

La seconda parte deve molto alla Duras de L’amante nell’attivazione di un sentimento, che però non si capisce se è davvero tale o solo puro sesso, se è sentimento o possesso, e anche a Il senso di una fine di Julian Barnes: si parla di sentimenti che decadono in favore di altri sentimenti.

 

Prima accennava a Carrère, che ha scritto la frase stampata sulla fascetta.

Ho intervistato per la prima volta Carrère nel 2009 per «Vanity Fair» e ci eravamo piacevolmente rispettati a vicenda. In seguito gli ho detto che uno dei suoi libri non era poi così buono, e la cosa l’aveva colpito. Voleva leggere questo libro mentre lo stavo ancora scrivendo, perciò gli avevo mandato solo alcuni capitoli, a cui lui aveva risposto con una bella lettera: così gli ho chiesto il permesso di utilizzare qualche frase.

Il 16 marzo, tra l’altro, lo presenterò qui a Milano al Filodrammatici, in occasione dell’uscita del suo nuovo libro.

Marco Missiroli, insieme ai blogger

 

Quanto è autobiografico questo romanzo?

Di solito mi piace dire ai giornalisti che non sono io, perché non mi va di darmi in pasto alla stampa, ma qui siamo in un ambiente diverso, e ammetto volentieri che Libero sono io, almeno al cinquanta per cento. La circoncisione l’ho fatta davvero a 18 anni e a un certo punto è diventata una moda tra i miei amici. I miei genitori però non sono come quelli del libro! Lunette rappresenta tutte le donne che mi hanno rubato qualcosa, Marie l’elemento materno.

 

Però anagraficamente il personaggio è un po’ più vecchio di lei.

Perché io sono in effetti più vecchio dei miei coetanei: anche se ho un viso da ragazzino ho amici molto più grandi di me, mi trovo bene con i cinquantenni e so che mi sarebbe piaciuto nascere nel 1960.

Marco Missiroli, con i blogger

Due parole sulla colonna sonora del libro, dove si parla anche di musica, oltre che dei libri e dei film che contano per il protagonista.

Sono un po’ ignorante in fatto di musica, soprattutto molto antico anche lì: Rino Gaetano, Edith Piaf… Del resto, per Libero, i libri contano più della musica, e i film più ancora di musica e libri. Nel mondo di oggi questa storia sarebbe impensabile, perché la crescita di Libero avviene nella lentezza, e la tecnologia ci ha privati di questo: noi, per fortuna, siamo cresciuti ancora senza cellulari, almeno fino ai 18-20 anni.

 

Allora lei che uso fa dei social?

I social oggi sono un po’ un’ossessione, e io sto ancora imparando a usarli come mi suggeriscono di fare. Qualcuno mi ha detto che sbaglio a usare Twitter solo per parlare dei miei libri, ma è una questione di allenamento. Io pensavo che uno scrittore, per mantenere la sua potenza creativa, dovesse rimanere appartato, e invece adesso ce ne sono alcuni che postano brani dei romanzi che stanno scrivendo: io nasco antico e non sono d’accordo.


Leggi le interviste realizzate ad altri scrittori.

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