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“Aspetta primavera, Lucky” di Flavio Santi

Aspetta primavera, LuckyImmaginate di essere un traduttore, due libri da consegnare, uno più corposo e l’altro un po’ meno; essi ritmano i tempi delle tue giornate, si personificano nella tua esistenza perché accompagnano i tuoi pensieri di continuo.

La vita di un traduttore è immersa nelle parole, alla ricerca del lemma perfetto o più congeniale. Ma il lavoro non bussa alla porta, bisogna cercarlo. Gli incontri di Fulvio, il protagonista di “Aspetta primavera, Lucky” di Flavio Santi (Edizioni Socrates), assomigliano a quelli di tanti altri operai-intellettuali, persone laureate col massimo dei voti, magari un dottorato, qualche collaborazione universitaria, eppure sempre sul lastrico, fra affitto, bollette e prime necessità. La modernità di Fulvio è la sua diatriba fra rabbia e rassegnazione, un percorso che anni addietro sembrava il migliore si rivela invece una fregatura, soprattutto se confrontato con altri percorsi meno impegnati.

Fulvio è sposato con Giulia, una donna militante sul fronte politico; una complicità di coppia che col tempo è mutata, aprendo pericolosi sentieri romani, perché a Roma, gli dicono, c’è il centro di tante attività, ma in un luogo imprecisato lungo la Casilina c’è ben altro. Un conflitto interiore che non sarà risolto. Come non si risolverà il rapporto con Simone, suo caro amico e poeta, e che rappresenterà il finale più inaspettato che si potesse immaginare.

 

“Strana la carriera del poeta. Strana soprattutto in Italia. Prendete ad es. uno come Simone. In Inghilterra o in America sarebbe una star, un poeta conteso da reading e salotti buoni, programmi tivù e seminari universitari. Che è quello che succede ai suoi colleghi Armitage – con cui condivide fra l’altro lo stesso nome –, Paul Muldoon e soci. Quello che voglio dire è che Simone fa una poesia al vetriolo, tra il sociale e il vuoto per dirla con i Baustelle, amatissima all’estero. Simone è il nostro Armitage. C’è solo un piccolo problema (tale in Italia, no di certo all’estero): Simone è come la sua poesia, ruvido e schietto, non fa la corte a nessun potente di turno, critico e poeta, lui pensa a vivere e a scrivere. Ma nel nostro bel paese questo significa una sola cosa: isolarsi”.

 

E l’isolamento lo conosce bene anche Fulvio, isolato nei suoi pensieri conflittuali e nelle giornate divise fra Centosettanta e Duecento… a volte la collaborazione universitaria per un semestre si rivela un’occasione per conoscere maggiormente gli studenti, o meglio, le studentesse, una in particolare si presenta come in qualche sogno trasgressivo. Fulvio accetta l’invito, nonostante la ritrosia iniziale, ma qualcosa lo turba.

 

“Aspetta primavera, Lucky” è un romanzo diviso per diapositive, le quali si presentano come capitoli di esperienze di vita e di pensiero, fra arrivi rocamboleschi a Roma e rimembranze letterarie, a cominciare da Pasolini che non è Pasolini.

L’operaio-intellettuale contemporaneo soffre di ansia, nel caso di Fulvio sedata da compensazioni emotive e dall’aerosol. Compensazioni che permettono di tirare avanti con qualche leggerezza, altrimenti le pesantezze porterebbero a scelte ben più sofferte e drammatiche. Fulvio cerca anzitutto di non perdere la ragione, di lottare giorno per giorno, benché manchi una progettualità o almeno una vista che vada oltre la mensilità da pagare d’affitto o i bisogni più urgenti. Distrazioni sacre sarebbe da dire, così Giulia non basta, i soldi non bastano, i sogni non bastano, gli spostamenti non bastano, le collaborazioni lavorative non bastano, c’è sempre qualcosa che manca alla sua vita, alla ricerca di altro, per tale ragione le compensazioni emotive sono come nettare per le api. Esecrabile? Forse no. Difficile che il lettore condanni, discutibili certi suoi comportamenti, ma la comprensione domina sul giudizio affrettato.

 

“Aspetta primavera Lucky” di Flavio Santi è un breve romanzo che vi potrebbe fornire uno spaccato della società contemporanea, soprattutto per chi, come Fulvio, cerca di mettere al servizio proprio e del mondo del lavoro le capacità intellettuali, utilizzando la scrittura come ragione di vita e ragione di morte.

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Commenti

bel libro, schietto (anche se certi passaggi rasentano la banalità: il minimo dazio), potente.
peccato che, almeno dal mio punto di vista, questa rabbia alla fine non porti a niente, imploda invece di esplodere, di fare il botto. molto spesso Santi indugia in lamentele giobbiane, invece poteva essere una buona occasione per costruire, proporre alternative, additare percorsi vergini. ma forse era proprio questo lo scopo.

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