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Articolo 18: l’ultimo tabù?

Articolo 18Lo definì così Aris Accornero: l’ultimo tabù. È l’articolo 18, il rimasuglio di un’epoca finita, per alcuni, per altri un vessillo da difendere a spada tratta. La verità sta nel mezzo.

È vero che l’articolo 18 è una garanzia per lavori non sempre nuovi, ma certi, e in questo tempo d’incertezza conviene salvaguardare sempre quel che abbiamo messo in cassa. Nello stesso tempo, secondo la retorica comune nel mondo imprenditoriale e bancario, l’articolo 18 sarebbe un deterrente per gli investimenti esteri. Quali investimenti? In un Paese, l’Italia, che da quest’estate è retrocesso di cinquant’anni sul piano dei consumi, che produce poco e non sempre bene, che non innova nell’impresa, è difficile se non impossibile che grandi investitori possano essere attratti introducendo altre leve di flessibilità nel mercato del lavoro.

Il sistema manifatturiero italiano è il solo nel gruppo Ocse ad espellere under25 e over50: come la mettiamo? C’è un’evidente discrasia tra le dichiarazioni di Squinzi e l’esecuzione delle industrie, tra le petizioni di principio e l’attuazione delle stesse.

Il sistema d’impresa italiano è il vero problema: un eccesso di gestione familiare e familistica, la scarsa e rozza formazione dei manager privati – alla pari di quelli pubblici – , la pochezza degli investimenti privati in ricerca e sviluppo. Tutto questo nuoce al lavoro, alla rendita, alla tenuta sociale e politica italiane. Siamo di fronte a un bivio, o una pianificazione industriale, che non è contenuta nel jobs act, o il vuoto, il baratro. Senza una pianificazione industriale è ovvio che la retorica politica preferisce colmare un vuoto con un dibattito dannoso sulla pertinenza dell’articolo 18.

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E invece, pubblicamente, dovremmo cominciare a discutere di un avvenire produttivo, di investimenti in settori strategici (cantieristica, cultura, energie rinnovabili, agricoltura e artigianato) e di reperimento dei fondi grazie alla lotta, culturale innanzitutto, all’evasione fiscale e alle mafie.

Tutto questo è più difficile da realizzare perché non è uno spot, ma un’assunzione di responsabilità che presuppone competenza, organizzazione, democrazia: tre parole che, in Italia, sono vilipese da un ventennio circa. Non parole vuote, ma proiezioni di sistema, visioni certe, cornici dentro le quali deve avere di nuovo diritto di cittadinanza il lavoro certo e garantito. E invece ecco profilarsi, nell’assenza di proposta concreta, lo sfacimento della politica e l’irrobustimento dell’attacco all’articolo 18, l’ultimo tabù. Siamo messi male, davvero.

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