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“Apri gli occhi” di Matteo Righetto, quando la fine è nell’inizio

“Apri gli occhi” di Matteo Righetto, quando la fine è nell’inizioDopo La pelle dell’orso, Matteo Righetto ritorna con il romanzo Apri gli occhi, pubblicato a gennaio 2016 dalla casa editrice Tea.

Le montagne che dominano mentre le parole di Matteo Righetto scorrono leggere. La grandezza delle montagne mostrata attraverso una scrittura intima.

«Ti sembrerà tutto un Déjà vu». 1985 Luigi è uno studente milanese di architettura. Francesca invece a Milano ci arriva proprio quell’anno per frequentare l’università. Si conoscono al bar dove lei lavora come cameriera per mantenersi gli studi. Un primo incontro. Il secondo avviene a distanza di tre anni grazie a una festa tra amici. Si innamorano mentre Luigi manifesta il suo lato da non alternativo e Francesca gli parla della sua tesi su Walt Whitman. Il tempo di laurearsi, trovare un lavoro e Luigi e Francesca decidono di mettere su famiglia. Si sposano e arriva un figlio. Si chiamerà Giulio. Con l’aspetto di Francesca e il carattere tranquillo e pacato di Luigi, Giulio diventerà un adolescente solitario, amante di Alan Moore, Garth Ennis e Frank Miller. Una solitudine che si “apre” con l’aiuto di Mara, una ragazza trasgressiva capace di liberare Giulio da complessi e paure. Un amore che nasce quando quello dei suoi genitori è ormai un pezzo del passato. Ma questa vita, consumata tra unione e lontananza, è già un ricordo. In Apri gli occhi Luigi e Francesca vivono un presente dove l’esperienza da genitori si è ormai esaurita e dove il loro rapporto ritorna a esistere in quanto condivisione di un dolore insopportabile. E il luogo che li avvicina è quello del Latemar, la catena montuosa che hanno già percorso ai tempi della felicità e che li accoglie nuovamente al tempo della tragedia.

Immobili e imponenti, le montagne sono davvero sempre le stesse? Una tensione verso il cielo sembra guidarle oltre la corruzione di quel movimento naturale che le include, ma non le logora. Fuori dal tempo e fisse in uno spazio statico, le montagne tuttavia costituiscono solo apparentemente un punto di riferimento immutabile, e Francesca lo scopre mentre il paesaggio del Latemar si trasforma davanti i suoi occhi:

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“Apri gli occhi” di Matteo Righetto, quando la fine è nell’inizio«non è vero che le montagne sono sempre uguali […]. A volte basta un alito di nuvole, una nuova sfumatura nei prati, un raggio di luce obliqua, per trasformarle in singoli momenti irripetibili… Le montagne non sono mai la stessa cosa. Il loro senso del tempo è diverso da quello degli uomini».

 

Dopo la separazione, Luigi e Francesca riscoprono nel Latemar il rifugio dove leccare le ferite che a colpi di momenti drammatici la vita gli ha procurato. Ma per raccontare il presente, o quello che sembra esserlo, Matteo Righetto sceglie paradossalmente la forma del tempo futuro. In questo modo si accentua la distanza che intercorre tra ricordo e fatto in costruzione, tra ciò che non può essere più modificato e ciò su cui si può ancora agire. Il presente, infatti, si svolge attraverso una proiezione in avanti come se non sapesse aspettare il momento che si sta compiendo, e così lo rincorre e lo oltrepassa.

In Apri gli occhi l’inizio è già vissuto alla luce di una nostalgia che si lascia percepire immediatamente. Per questo motivo anche quando «iniziarono a sentirsi un corpo unico. Iniziammo a sentirci un corpo unico. Ed eravamo felici» si è già coscienti che quel corpo unico è pronto a frammentarsi. Luigi e Francesca si incontrano, ma sono già separati. Giulio nasce, ma è già perso dentro un progetto che non si attuerà mai. Poi c’è la voce narrante che si manifesta attraverso la terza e la prima persona. Lo sguardo passa così da una visione esterna a una che osserva dall’interno gli eventi, ma senza mai farsi coinvolgere. Perché c’è una rassegnazione che spinge i protagonisti a prendere le distanze da ciò che accade, senza però rinunciare a un ritrovo affettivo.

Apri gli occhi di Matteo Righetto è un invito, un suggerimento, un desiderio; ritornare alla vita anche quando il dolore si fa intenso, anche quando l’esistenza appare come un vuoto privo di senso.

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