Intervista a Nicholas Sparks, ecco come nascono i suoi romanzi

In cucina con Leonardo da Vinci, cuoco provetto

14 scrittori famosi e le loro ultime parole

Come realizzare i propri desideri. I consigli di Bruce Lee

“Applausi a scena vuota” di David Grossman, un incontro a BookCity, Milano

David Grossman, Applausi a scena vuotaDavid Grossman è stato a Milano per presentare il suo ultimo libro Applausi a scena vuota, uscito l’11 novembre per Mondadori nella traduzione di A. Shomroni, nel corso di una serata al Teatro Dal Verme dove è prevista la consegna al grande scrittore del Sigillo d’Oro della città di Milano, che a ogni edizione di BookCity viene assegnato a un grande esponente della lettura contemporanea presente alla manifestazione.

Applausi a scena vuota racconta una storia molto particolare, a metà tra il romanzo e la trascrizione di un monologo teatrale. Protagonista è infatti Dova’le, un cabarettista che una sera si presenta al pubblico grossolano di un locale di Netanya, oscura cittadina di provincia israeliana. A un tavolo è seduto però anche l’onorevole giudice Avishai Lazar, ex compagno di scuola che Dova’le ha invitato telefonicamente ad assistere allo spettacolo, benché i due abbiano smesso di frequentarsi più di quarant’anni prima. Già a disagio in un genere di luogo che non è abituato a frequentare, Avishai assiste con costernazione al lungo monologo con cui Dova’le trasforma uno spettacolo cabarettistico infarcito di barzellette in una drammatica seduta di introspezione personale, coinvolgendo l’ex compagno di scuola nella ricostruzione della tragedia che tanto tempo prima segnò per entrambi la fine dell’infanzia.

David Grossman ha accettato per la prima volta di rispondere alle domande di un ristretto gruppo di blogger poche ore prima della sua serata ufficiale milanese. Oltre alla sottoscritta per Sul Romanzo, erano presenti Noemi Cuffia per Tazzina di Caffè, Debora Lambruschini per Critica Letteraria e Francesca Mastruzzo per Finzioni.

 

Nel libro Dova’le racconta della sua infanzia e della madre che gli faceva leggere libri. Cosa leggeva Grossman da piccolo e che influenze ne ha avuto, anche riguardo al linguaggio?

Da bambino ho lavorato come attore radiofonico e quindi facevo già parte del mondo degli adulti, ero esposto a molte vibrazioni e mi capitava di leggere libri prima del tempo, magari senza capirci molto: ma tutti i bambini sanno che le cose importanti accadono nel mondo degli adulti e hanno sempre fretta di arrivarci. Mi ricordo in particolare che a 7-8 anni impazzivo per una canzone intitolata The Witch [La strega], e questo mi ha spinto a iniziare a studiare l’inglese perché credevo che il testo mi potesse spiegare molte cose delle streghe.

 

Presentando Applausi a scena vuota su «La Repubblica» di venerdì scorso, Wlodek Goldkorn afferma che questo libro riprende diversi temi presenti nei suoi romanzi precedenti, dalla Shoah alle paure infantili, dal senso di colpa ai turbamenti adolescenziali, come se si trattasse di una specie di riassunto di tutta la sua produzione letteraria. È d’accordo con questa interpretazione?

Sì, certamente, perché per me ogni libro è un passo avanti, che mi mostra i limiti che ho raggiunto ma mi lascia sempre qualcosa che andrà poi nel successivo. Qui si parla della solitudine nell’infanzia, e in particolare di Dova’le bambino nella sua famiglia, dove non si sente compreso dai genitori e neanche dagli altri adulti, e poi si parla di Shoah, perché io sono nato nove anni dopo la fine della guerra e la mia infanzia è stata dominata dal peso della Shoah. Dova’le ricorda anche Yair, il protagonista di Che tu sia per me il coltello (Mondadori, 2008), un personaggio che oscilla tra due poli perché prima è dolce e tenero e poi aggressivo. In Applausi a scena vuota, la donna presente nel pubblico che si rivela come compagna d’infanzia di Dova’le interrompe lo sfogo della sua cattiveria nel monologo e gli fa esprimere la parte buona di sé.

[I servizi di Sul Romanzo Agenzia Letteraria: Editoriali, Web ed Eventi.

Leggete la nostra Webzine

Seguiteci su Facebook, Twitter, Google+, Pinterest e YouTube]

David GrossmanQuando è nata l’idea del commediante come protagonista?

Da subito. In realtà coltivavo da almeno venticinque anni l’idea di raccontare la storia di un bambino costretto ad assistere a un funerale in circostanze particolari, ci pensavo ogni volta che terminavo un altro libro e invece non l’ho mai fatto fino a oggi. Ora ho trovato la forma giusta, che per me è una cosa molto importante. Ho raccontato una vicenda intima attraverso le parole di un comico, in mezzo all’anonimato e alla volgarità del pubblico, in una situazione che è all’opposto dell’intimità.

 

Leggendo il libro ho avuto l’impressione di una storia a vari livelli, ma in fondo libera da riferimenti a situazioni politiche e storiche. È così?

Non del tutto. La vicenda narrata può non avere luogo e tempo definiti ma io racconto sempre la mia realtà israeliana, perché io vivo in Israele e questo mi influenza comunque. Anche nel monologo di Dova’le ci sono riferimenti agli arabi e ai coloni, e ci sono le persone di destra nel pubblico che non capiscono quando lui le sta prendendo in giro. Esprimo il mio dolore perché dopo decenni di guerre gli israeliani si sono induriti moltissimo. In partenza Israele era un Paese molto idealistico ma ora è incattivito.

 

Alla fine del libro si assiste a una catarsi dei personaggi, e sia per Dova’le che per il giudice sembra esserci una speranza per il futuro. Qual è l’importanza del finale?

La speranza è ciò che ci rende umani, ed è un concetto legato all’arte: si crede di poter cambiare le situazioni comunicando qualcosa alla gente. I libri che realmente mi toccano sono quelli che hanno letto loro dentro di me e mi hanno comunicato molto. Al principio della Genesi, Dio compie una grande impresa e crea i cieli e la terra, poi però porta Adamo nel Paradiso Terrestre e gli dice di dare un nome agli animali e alle piante, perché questo è il lavoro dell’uomo: usare il linguaggio per dare nome alle cose. A me fa sempre sorridere l’idea che Dio abbia fatto il gran lavoro ma poi abbia incaricato Adamo di nominare tutto… e poi gli crea la donna perché capisce che Adamo se è solo non può comunicare!

 

Qual è il ruolo del personaggio del giudice Avishai?

È un testimone compassionevole, perché condivide l’esperienza catartica di Dova’le. Tutti noi dovremmo avere una persona del genere che ci sia d’appoggio nella vita, e farlo a nostra volta per qualcun altro. Dova’le ha bisogno di Avishai perché lo ha lasciato nel momento cruciale della sua esistenza, e solo con la sua presenza può tornare al punto in cui si è creata in lui una ferita profonda e trovare una seconda opportunità di vita. A sua volta, il giudice sa di essere giudicato dall’altro per quello che ha fatto.

 

Ironia e dolore sembrano strettamente legati nel libro.

L’ironia è spesso la prima reazione al dolore e può servire a gestirlo, ma è sempre rivolta verso di noi, mentre il cinismo diventa una barriera che ci separa dagli altri. Per la verità, non ho mai capito bene il confine tra ironia, umorismo e cinismo, ma so che essere cinici non appartiene alla realtà. Forse parlo per esperienza personale perché vedo quanti diventano sempre più cinici in Israele dopo ogni nuovo scoppio di violenza: è facile essere cinici, ma è un segno di disperazione. Io spero di non diventare mai cinico e disperato. So di essere considerato naif ma credo ancora che la speranza generi speranza e produca delle alternative.

 

Perché nei suoi libri infanzia e adolescenza hanno sempre tanta importanza?

Tanti scrittori ne parlano perché è da lì che nascono tutte le passioni. Poi da adulti ci si congela un po’, ma l’adolescenza è un periodo veramente drammatico della vita, l’età degli estremismi e delle rotture che ci mettono a nudo, come quando ti rompi un osso e vedi la carne viva lì sotto. Nessuno che voglia tornare giovane vorrebbe avere di nuovo quindici o sedici anni, quando siamo pieni di energia e passione ma siamo anche molto tormentati.

 

A proposito dell’essere testimone compassionevole, come diceva prima, lei si sente testimone di molti?David Grossman

Mi sento privilegiato dall’aver avuto alcune amicizie lunghissime nel corso della mia vita. Conosco il mio migliore amico da quando avevamo undici anni, e con un gruppetto che include anche mia moglie ci frequentiamo da quarantacinque anni.

 

Questo libro sembra più facile da leggere di altri suoi precedenti. È così?

Sì, dopotutto è la storia di uno spettacolo di cabaret, anche se ci sono diversi livelli di significato nel monologo di Dova’le, che spesso infila trappole e scherzi nelle sue frasi ma continui riferimenti alla sua situazione personale. Racconta molte barzellette, e da quando è uscito in Israele, due mesi fa, ho ricevuto moltissime lettere di persone che mi hanno mandato barzellette da inserire nella prossima edizione! È anche un libro fisico, perché Dova’le non sta mai fermo, corre, salta, si muove in continuazione.

 

Qualche attore reale ha ispirato il personaggio del protagonista?

No, perché non sono mai stato in un cabaret, e non volevo nemmeno legare la storia a una persona particolare, anche se ammiro qualche attore americano di quel genere, come Lenny Bruce.

 

Lei ha scritto saggi e romanzi, libri per adulti e per ragazzi. Come sceglie la fascia d’età a cui rivolgersi?

Non scelgo in base ai lettori, perché in fondo non li conosco. Parte tutto da una storia che viene da lontano e insiste nella mia mente, finché non capisco perché è così importante. Preferisco comunque scrivere romanzi che saggi, perché il romanzo ti permette d’inventare un mondo: anche ambientare una storia in un locale notturno, come per Applausi a scena vuota, ti fa descrivere la vita vera. E dopo mesi di fantasie, quando mi metto a scrivere sul serio, provo sempre la stessa sensazione bella e dolce senza paragoni.

Il tuo voto: Nessuno Media: 4.5 (4 voti)

Commenti

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.