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Antonio Tabucchi e il gioco del rovescio

[Articolo pubblicato nella Webzine Sul Romanzo n. 4/2012]

Antonio Tabucchi, Piazza d'ItaliaUn capitoletto della  seconda parte del primo romanzo di Antonio Tabucchi, Piazza d’Italia, si apre su un’immagine straniante, a metà fra il quadro surrealista e il cartoon: siamo in piena guerra e un paesino toscano viene messo a ferro e fuoco dalle SS, quando, a un tratto, le finestre degli edifici partono; letteralmente si staccano e, servendosi delle imposte come ali, spiccano il volo e si allontanano «come oche selvatiche» verso il mare. Il breve capitolo (praticamente un paragrafo) comincia così: «Dicono che all’alba di quel mattino partirono le finestre». In un romanzo che non disdegna il tono da narrazione orale, ma per offrirsi come credibile deponimento testimoniale di decenni di storia italiana, quel dicono giustifica la stravaganza della scena, attribuendola alla vox populi e non al narratore. Del paesino resta l’immagine realistica degli edifici sventrati dalle finestre divelte; così si salvano le capre della storia e i cavoli della leggenda (o viceversa).

Piazza d’Italia fu scritto nel 1973 e pubblicato nel ‘75, anni in cui Tabucchi era già un giovane lusitanista, e quelle finestre volanti mi hanno sempre fatto pensare alla possibilità di leggere tutta la sua opera alla luce non solo delle ben note influenze portoghesi sul piano tematico, ma anche delle interferenze linguistiche in chiave di bilinguismo ludico, esplorativo, riflessivo. Persino in un romanzo così intriso di elementi regionali prima ancora che italiani (storia di tre generazioni di anarchici toscani) e apparentemente lontano dalle atmosfere di altri testi in cui l’elemento lusitano è evidente già nei livelli più superficiali di lettura, guardando in
filigrana una frase come «partirono le finestre» si scorge un calco linguistico che in un altro scrittore verrebbe scartato come mera coincidenza, ma in Tabucchi rivela una sorta di ispirazione bilingue. Una traduzione portoghese molto fedele ai significanti, ma non del tutto infedele ai significati, suonerebbe più o meno così: partiram as janelas.
In area iberica, però, “partir” si è mantenuto più vicino all’etimo latino del verbo “partio” (che significa “dividere”, da cui l’idea di separazione e,
dunque, l’esito di “partire” in viaggio) ed è sfociato nel significato di “spaccare”, “rompere”, “fracassare”. Vale a dire che, in quella semplice frase, una lettura bilingue individua una situazione pensata realisticamente in portoghese (i nazisti spaccano le
finestre del borgo), ma che in italiano cambia soggetto e... prende il volo.


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