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Antonio Scurati e la Resistenza di “un padre infedele”

Antonio Scurati, Il padre infedeleIn estrema sintesi, si potrebbe dire che è semplicemente la storia di un cuoco che si innamora. L’ultimo libro di Antonio Scurati, Il padre infedele, uscito per i tipi di Bompiani (208 pagg., 17 euro), presentato giovedì scorso a Milano, alla Cascina Cuccagna, davanti a un folto pubblico, potrebbe essere presentato così, anche se in realtà è molto altro.
Il padre infedele è la storia di Glauco Revelli, laureato in filosofia ma cuoco di professione, la cui vita viene investita da un uragano il giorno in cui la moglie gli confessa, piangendo, che forse non è più attratta da lui, anzi, dagli uomini. Alternando e mescolando lucidità e pathos, Revelli scandaglia la sua vita di uomo e di padre, guardandosi in uno specchio ideale nel quale si riflettono tutti i padri della storia e tutti i padri attuali.

Nel romanzo, si ritrovano concetti chiave dell’intera produzione, anche saggistica, di Scurati, con la filosofia che si presenta come «elemento di provocazione, ma anche come deflagrazione». Così ne parla Cristina Battocletti, che nel corso della sera, assieme a Daniele Giglioli, ha accompagnato Antonio Scurati nella conversazione a margine di Il padre infedele.

Per la giornalista dell’inserto domenicale del «Sole 24 Ore», quello di Scurati è un libro bello perché «non parla banalmente del maschio che si sente abbandonato, e in realtà neanche di un marito infedele. Ma è l’autoanalisi di un uomo, sulla quarantina, che scopre pian piano il rapporto tra padre e figlio». Il romanzo narra effettivamente di un padre infedele, non di un marito fedifrago. Un padre che ragiona sul «cambiamento delle relazioni tra padri e figli che forse solo ora, nella storia dell’umanità, si scoprono essere di tipo affettivo».

Il padre infedele è «bello soprattutto per i rischi che evita», secondo Giglioli, che vede scongiurati, nel libro di Scurati, sia il rischio di sociologismo («non è un libro che spiega, ma un romanzo che pone davanti un mistero senza giudicarlo, il mistero della coppia che si disunisce proprio quando da essa nasce qualcosa di nuovo») sia il pericolo di autobiografismo («molti ci cascano, come se la finzione, da sé non avesse valore per sostenersi; ma l’arte è un po’ come lo psicanalista, ci si va senza conoscere nulla di lui»). Ma bello anche per il suo far emergere il tema e il valore della pedagogia, «il filo rosso di tutto ciò che Antonio ha scritto finora».

In quanto a Scurati, lui esordisce ammettendo di non aver molta voglia di parlare del suo libro. «Ho l’assoluta convinzione – spiega – che l’unica cosa che potevo dire su questo tema l’ho detta nel libro. La nascita di un libro – continua – al giorno d’oggi equivale spesso all’evento, all’unico evento della nostra esistenza. Io rimango muto di fronte a questo mistero, il mistero dell’essere padre, che ogni giorno riparte e si replica».
A chi gli fa notare come anche in questo libro non manchino le citazioni e richiami ad un periodo bellico da lui trattato in saggi come Guerra. Narrazioni e culture nella tradizione occidentale (2003, finalista al Premio Viareggio) e Televisioni di guerra (2003), oltre che nel suo romanzo d’esordio, Il rumore sordo della battaglia (Bompiani, 2006), Scurati risponde di essere convinto che «l’unica cosa sensata che avevo da dire l’ho detta con questo libro. Il resto è stato tutto un training “militare” di preparazione al momento in cui anch’io sarei diventato padre».

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Antonio ScuratiUn training dal quale emerge il concetto di pedagogia, nota Giglioli e conferma Scurati. «Essere padri – aggiunge l’autore – ha sempre significato essere parte di un mondo e sforzarsi di essere anche strumento di interpretazione di questo mondo». Pedagogia che è senso di responsabilità nei confronti del mistero della vita che prosegue da te, come avviene per Glauco Revelli, il protagonista, con la figlia Anita, che per Scurati è «la vera protagonista del romanzo». Pedagogia e storia si intrecciano spesso, ne Il padre infedele, a partire dal nome del personaggio principale: Glauco (che è anche «il nome del mio personaggio preferito dell’epica omerica – spiega Scurati – e ho voluto riscoprirlo oggi, quando ormai di epico non è rimasto quasi più nulla, nelle nostre vite, se non proprio la nascita di un figlio») Revelli (come Nuto, partigiano, autore di vari libri sul periodo storico della Seconda Guerra mondiale, premiato dall’Università di Torino con la Laurea honoris causa in Scienze dell’Educazione proprio per l'attività di narratore e di saggista, ma soprattutto per le sue capacità pedagogiche…).

E continui sono i richiami alla Resistenza nel testo, con il personaggio di Glauco stesso che nel vivere il momento epico della sua vita si sente quasi protagonista di una nuova Resistenza, una Resistenza interiore, personale, ma al tempo stesso sociale; una Resistenza del padre, nella quale Glauco si sente incoraggiato dai tanti che sono venuti prima di lui: «Avanti! Non sei il primo, non sei l’ultimo, ecco, soprattutto non sei l’ultimo», spiega Scurati, dopo aver letto a voce alta un brano del suo libro. Un intreccio, quello tra la Resistenza “storica” e quella dell’essere padre, che porta Revelli ad usare il famoso canto antifascista Bella ciao con sua figlia come ninna nanna.

Ma c’è anche una parte maledetta, ne Il padre infedele. È «quella in cui si rende giustizia al demone del sesso, nella quale le naturali pulsioni ferine dell’uomo vengono a convivere e confliggere con quelle del padre». Anche in questo, in un rapporto d’amore (sognato?) con la tata di origine filippina, Glauco trova stimoli per una riflessione profonda sull’essere padre oggi, assolutamente uguale ma profondamente diverso da quello che è sempre stato. Oggi che il padre scopre di avere, o forse di voler avere parte, di quel compito pedagogico storicamente assegnato alla madre; consapevole che è questo compito, quello dell’educazione e della formazione di una nuova vita, che racchiude in sé tutto ciò che ha di eroico la figura del genitore.

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