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Antonio Moresco: «Lo scrittore non deve volare basso per conquistare lettori»

Antonio Moresco: «Lo scrittore non deve volare basso per conquistare lettori»Si è già detto e scritto molto, a proposito de Gli increati di Antonio Moresco, imponente e atteso romanzo uscito per Mondadori l’11 marzo scorso. Atteso perché costituisce la terza e conclusiva tappa di un percorso iniziato con Gli esordi (Feltrinelli, 1998, riedito da Mondadori nel 2011) e proseguito con Canti del caos (prima parte uscita da Feltrinelli, 2001 e seconda parte da Rizzoli, 2003, infine edito in versione completa da Mondadori nel 2009).

Cosa ci raccontano dunque le mille pagine di questo romanzo?

Impossibile riassumerne la trama in poche righe. Il protagonista ci racconta il suo viaggio post mortem in un aldilà che scardina tutte le ipotesi formulate fino ad oggi, dove i confini tra vita e morte sono annullati, ed è in corso una sorta di guerra globale tra vivi, morti e risorti, che si muovono in modo frenetico in un mondo devastato da continui terremoti, perché la lotta sembra propagarsi dalle viscere stesse del pianeta. Grandi figure della storia e personaggi dei romanzi precedenti di Moresco compaiono, scompaiono, s’incontrano per lasciarsi e poi ritrovarsi in luoghi e momenti diversi, anche se spesso non è chiaro quale sia il tempo della narrazione. Un romanzo epico e visionario, scritto in uno stile personalissimo, in cui abbondano ripetizioni e descrizioni, ma il cui ritmo finisce per catturare il lettore, anche se a volte si rischia di rimanere perplessi di fronte alla sovrabbondanza narrativa.

Un libro, in definitiva, destinato a lettori molto forti e determinati.

Antonio Moresco ha risposto alle domande di un gruppo di blogger, nel corso di un incontro organizzato a Milano dalla casa editrice Mondadori, con un’eloquenza pari all’esuberanza della sua scrittura.

 

Ne Gli increati ci sono moltissime domande, che spesso rimangono senza risposta. Ritiene che la letteratura oggi debba porre più domande o fornire più risposte?

Quando scrivo ho la sensazione di cercare una strada muovendomi nel buio, ma credo che questo ruolo creativo debba toccare anche al lettore. Si tratta di un’avventura che si fa insieme, perciò alla fine restano più domande che risposte, e spesso queste possono essere spiazzanti, come capita anche in altri miei libri. Io continuo a farmi domande perché penso che ciò che non sappiamo sia molto di più di ciò che sappiamo. Lo dicono anche gli scienziati, che continuano a cercare. La letteratura non è diversa dalla scienza e ti deve portare in una zona di scoperte e intuizioni. Il bambino cerca e chiede sempre, l’adulto spesso pensa di sapere tutto, ma non è così. Io voglio cercare una strada.

 

Noi siamo ingabbiati in un concetto di spazio e tempo che ci siamo inventati. Lei riesce in qualche modo a superare questi limiti?

Mi spingo più in là quando scrivo, sono dentro una zona fluida che in qualche modo moltiplica le mie forze: quando non scrivo sono meno intelligente e ardito.

Noi sappiamo da tempo che spazio e tempo sono limiti convenzionali, che ci siamo inventati per rassicurarci e ordinare la vita. La nostra idea è lineare, come una freccia orizzontale che collega passato, presente e futuro. Ma non ci sono solo la vita e la morte, tutto è dentro in qualcosa di più vasto. Nel romanzo ho provato a sconvolgere questo schema chiuso, parlando prima della morte, poi della vita e poi di un terzo stato che ho chiamato increazione. È un viaggio in una dimensione diversa, che non chiude gli orizzonti ma pone altre ipotesi, in base alle quali cose come l’economia, la politica, le teorie scientifiche possono apparire in una maniera del tutto diversa. La letteratura con i suoi mezzi può spingersi in una zona ritenuta inaccessibile.

Dopo trentadue anni di rincorsa, questo è lo svelamento dei miei due romanzi precedenti. Ci sono arrivato piano, e anche un po’ a mia insaputa, perché già negli altri libri avevo inserito cose di cui, all’inizio, non capivo perché le avessi messe, ma che hanno funzionato come le briciole di Pollicino, mostrandomi la strada per dopo.

Io spero che questo libro sia preso sul serio, non come un paradosso o un gioco letterario, e che venga letto non solo da chi ama la letteratura, ma anche da figure di altri ambiti.

So che mette in campo un’ipotesi giudicata inconcepibile, ma noi stiamo vivendo in un momento in cui dobbiamo andare verso una nuova rivoluzione. Nessuna specie ha combinato tanti disastri come la specie umana, rendendo quasi inabitabile il pianeta, e ora si tratta di uscire da uno schema chiuso per andare verso una fine, oppure un nuovo inizio: tutto dipende dalla nostra capacità di superare il vecchio cammino di creazione e distruzione.

Non possiamo più fare finta di non sapere come siamo combinati e come abbiamo ridotto la Terra.

 

Nel romanzo c’è una visione positiva della morte. Come l’ha maturata?

Non si tratta di vederla come una vittoria della morte sulla vita. Ho provato a scardinare il concetto della morte come conclusione, perché vita e morte sono legate strettamente, come creazione e distruzione: le illusioni e i miti dell’immortalità che gli uomini si creano sono un tentativo di perpetuare questo legame.

Ci sono scienziati che lavorano al tentativo di guarire la morte come se fosse una malattia, ma così non si esce dal cerchio, si cerca solo di perpetuarlo.

 

Perché siamo così attaccati alla vita da voler sconfiggere la morte con le tecnologie?

Le tecnologie hanno illuso l’uomo, facendogli credere di poter sconfiggere la morte, per approdare a una sorta di vita che la escludesse, usando la ricerca del benessere per tacitare la paura. Non c’è nessuna libertà dalla morte, se non quella di non pensarci e di non temerla.

Gli uomini hanno una grande paura della morte intesa come buio, come fine di tutto, perché non riescono a uscire dal percorso lineare della freccia. Proviamo a uscire da questo percorso e apriamoci ad altre possibilità. Se pensassero meno alla morte, forse gli uomini si comporterebbero diversamente e si aprirebbero di più ad altre esperienze di vita: il livello della vita si abbassa se è troppo condizionato dalla morte.

Antonio Moresco: «Lo scrittore non deve volare basso per conquistare lettori»

Non crede che l’incapacità di rapportarsi alla morte sia iniziata dall’incapacità di rapportarsi meglio alla malattia e al dolore, come accadeva in passato?

Il dolore e la morte sono cose che spaventano, e molto spesso per sfuggire a questa paura che ci attanaglia cerchiamo di esorcizzarla in qualche modo. Dovremmo provare a liberarci, ma le nostre strutture mentali sono condizionate dalla paura, e anche da una certa colpevolizzazione della malattia, che è caratteristica di questa epoca.

 

Riguardo a ciò che ha detto prima sulla ricerca dell’immortalità, in realtà ciò che si è allungata è solo la vecchiaia, perché non si è ancora trovato il modo di fermare il decadimento fisico: se si realizzasse l’ipotesi sostenuta poco tempo fa dal professor Veronesi di poter vivere fino a centoventi anni, ci troveremmo a passare più della metà dell’esistenza in una lunghissima vecchiaia. Secondo lei avrebbe senso?

No, per me proprio no. Gli scienziati per ora lavorano soprattutto per sconfiggere le malattie degenerative, poi non so dove si arriverà. Nel mio libro nasce il popolo degli immortali che rappresentano appunto la sconfitta dell’invecchiamento e della morte, e si parla anche della resurrezione, soprattutto in un dialogo tra Gesù e Lazzaro, che rifiuta di essere resuscitato per non dover morire di nuovo. Pensare di essere in ostaggio di un nuovo potere tecnologico che mi tiene in vita per me è solo un orrore, non una salvezza. Ogni potere genera miti, e quello di quest’epoca sembra essere proprio il prolungamento della vita.

 

Questo libro per le sue dimensioni potrebbe apparire un po’ spaventoso agli occhi di un lettore. Lei, in quanto autore, pensa anche a come il libro che scrive potrà essere accolto dal pubblico, perché un’opera di questo tipo potrebbe essere di difficile collocazione, oppure questo non la preoccupa?

Rispetto per il lettore significa cercare di dargli il meglio. Io ho scritto anche dei libri molto più brevi, quando voglio scrivere una cosa breve e veloce lo faccio, ma altre volte ho bisogno di una rincorsa narrativa molto più lunga per riuscire a dire tutto ciò che ho in mente.

Questo è senz’altro un oggetto strano, anche perché l’editore ha fatto una copertina particolare (il titolo e l’autore sono sul retro del libro anziché davanti). Io non so se può spaventare o meno un potenziale lettore, ma sono contento di questa idea editoriale.

In passato qualcuno mi ha accusato di non rispettare i lettori e di non avere in mente un target. Una persona per me non è mai un target! Il lettore ha dentro di sé molte cose, che magari fa fatica a esprimere, e scrivendo così io cerco di raggiungere qualcosa di più profondo, non solo in me stesso, ma anche in chi legge.

Il meccanismo dello scrittore contemporaneo è la specializzazione: si scrive solo per le donne, o per i ragazzi, usando soltanto certi ingredienti. Io cerco di dare il massimo e di conquistare così i miei lettori, perché nelle persone non c’è solo l’aspetto immediato e superficiale che ce le fa dividere per categorie. Mi sembra di rispettare di più il lettore se provo a raggiungere la sua profondità interiore.

Lo so che ci vuole coraggio a fare uscire un libro di mille pagine, ma io vorrei addirittura far pubblicare insieme la mia trilogia, se non in un volume unico, almeno in un cofanetto.

Lo scrittore non deve volare basso per conquistare più lettori. La gente ha anche bisogno di volare alto, e io cerco di rispondere a questo bisogno.

Se quello che scrivo non interessa, e non trovo un editore che abbia il coraggio di pubblicarmi, posso anche non farlo, perché io ho continuato a scrivere come pensavo anche nei quindici anni in cui sono stato rifiutato dalle case editrici. Niente mi spinge a scrivere in un modo diverso da quello a cui sono abituato.

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Il rischio della pochezza di un’opera non le fa paura?

Più che paura, mi crea sofferenza. Lo stacco che percepisci tra tutto quello che metti in un’opera, con i tuoi sogni e desideri, e come lo possono percepire le persone nel mondo, soprattutto se vai verso uno sfondamento delle convenzioni, può causare un contraccolpo doloroso. L’arte genera un pensiero fecondativo per natura, tende a farti dare tutto ciò che puoi agli altri, e se il mondo cospira perché questo non avvenga ti viene l’ansia che hanno provato sempre le persone che desideravano dire qualcosa di diverso.

Van Gogh non ha venduto nemmeno un quadro perché dipingendo cercava di esprimere qualcosa di profondo, che non è stato compreso, e io immagino il suo dramma.

Io non riesco a prevedere per me un futuro da scrittore che si sente costretto a pubblicare, e non ho idea di cosa farò più avanti.

Antonio Moresco: «Lo scrittore non deve volare basso per conquistare lettori»

Da dove nasce la necessità di scrivere nel suo modo così particolare e riconoscibilissimo?

Io non mi rendo conto se la mia scrittura è “riconoscibilissima” o meno. Posso dire che ho iniziato a scrivere qualcosa da giovane, ma poi ho smesso per ricominciare sui trent’anni.

Ero arrivato a Milano e vivevo in condizioni difficili, quando ho scritto Clandestinità. Il protagonista è un personaggio inseguito, braccato e tormentato dal padrone della casa in cui si è rifugiato, che alla fine uccide scagliandone poi il corpo dalla finestra. Solo dopo mi sono reso conto che così raccontavo la mia nascita come scrittore, che è stata un combattimento con me stesso: quel corpo scagliato fuori dalla finestra era il libro che doveva arrivare ad altri.

Tutto quello che è successo dopo è stato come una grande avventura, per me molto strana, a partire da quando Giulio Bollati ha accettato di pubblicarmi, anche se tutti mi dicevano di cambiare il mio modo di scrivere. La vita mi ha sottoposto a delle prove, e per me era una questione di vita o di morte dire certe cose in un certo modo.

Mi stupisco ancora quando qualcuno viene a dirmi che mi ha letto. Questo per me è un dono, perché io mi sento ancora sottoterra come tanto tempo fa. Credo che il mondo sia pieno di persone che si sentono sepolte sotto le macerie, e che abbiano bisogno di qualcuno che le aiuti a estrarre la parte più profonda di sé.

 

Cosa le piace leggere, romanzi oppure saggi?

Quando ho cominciato a scrivere, a trent’anni, ho cominciato anche a leggere, perché sono un autodidatta. Non ho frequentato l’università e ho fatto tanti mestieri. Leggere forse mi piace anche più di scrivere, perché penso che la fatica l’abbiano fatta gli altri.

Ho cominciato dall’inizio, vale a dire dall’Iliade. In genere tutti preferiscono l’Odissea, ma a me piace l’Iliade perché racconta di una guerra, dove la vita non è scontata, e c’è l’eroe antico per me più commovente, che è Achille, che sa che morirà presto.

Dopo ho amato inizialmente i poeti, come Leopardi e la Dickinson, i romanzieri russi e tedeschi, Balzac tra i francesi. Ho amato prima i poeti e poi i romanzieri, e forse lo scrittore del Novecento che amo di più è Kafka

Negli ultimi anni ho scoperto i romanzi orientali: La storia di Genji, il principe splendente di Murasaki è un libro meraviglioso, che racconta le cose in modo diverso da quello a cui siamo abituati in occidente, con allagamenti e compresenza delle cose, un po’ come nell’Iliade, mentre ora si tende sempre a scrivere sul rapporto causa – effetto. Dimenticavo Cervantes, che ci ha insegnato che realtà e immaginazione non sono separate come pensiamo.

Leggo un po’ di tutto, perché ho grandi buchi da colmare: adesso sto scoprendo con enorme entusiasmo Il libro della giungla di Kipling, che non conoscevo. Nel complesso leggo molto.

 

In molte recensioni si accosta la sua opera a Dante e volevo quindi chiederle se la sua ricerca lessicale all’interno de Gli increati deve qualcosa al poeta.

Sì, nell’elenco di autori di prima ho dimenticato Dante, che è uno dei miei amori assoluti, anche nei suoi testi meno considerati rispetto alla Divina Commedia. Mi piace l’autore della Vita nuova, che porta nel Medioevo l’innovazione unendo poesia e prosa e parlando dell’amore come non si era ancora fatto. Anche la Monarchia ha ancora molto da dirci, secondo me. Ne Gli increati il rapporto tra vita e morte e il viaggio inevitabilmente fanno pensare a Dante, anche se io sono andato in una direzione molto diversa. Dante immagina l’aldilà come l’universo rovesciato all’interno della visione tolemaica, in cui fa irrompere tutta la forza del suo pensiero e della sua invenzione, mentre io non considero il mio un aldilà.

Per me comunque Dante è uno scrittore che non è stato mai capito veramente in tutta la sua profondità.

 

In questo progetto narrativo che dura trentatré anni, qual è il rapporto tra Gli increati e le opere precedenti?

Io ho cominciato a scrivere Gli esordi parlando delle esperienze della mia vita, ma quando l’ho finito pensavo che il discorso fosse chiuso. Pochi anni dopo credevo d’iniziare un altro libro, ma ho capito che i personaggi del primo romanzo chiedevano di continuare nella storia successiva. Canti del caos è attraversato dalla lotta violenta dei due antagonisti del primo libro, il Gatto e il Matto. Quando l’ho terminato, ho compreso subito che avrei dovuto scrivere anche un terzo libro per concludere l’esperienza. Gli increati ha richiesto meno tempo degli altri due.

Ho scritto quest’opera così lunga perché è stato come se qualcuno mi tenesse per molto tempo una benda davanti agli occhi: non sapevo che sarei andato incontro a un periodo di lavoro così lungo, altrimenti forse mi sarei scoraggiato all’inizio e non avrei nemmeno cominciato, non so se sarei riuscito a sostenere il peso del progetto.

Antonio Moresco: «Lo scrittore non deve volare basso per conquistare lettori»

Lo stile de Gli increati è molto particolare, non facile da assimilare da parte di chi legge. La ripetitività ossessiva rispecchia più un bisogno personale o un desiderio di rafforzare i concetti nella mente del lettore?

Ci sono tutte e due le cose. Un filosofo russo accusato di ripetere spesso i suoi concetti diceva che era per farsi capire meglio, ma io stesso li andavo scoprendo nella scrittura e avevo bisogno di confermarli a me stesso, ripetendo le frasi che però non sono mai identiche una all’altra, e spostano ogni volta un po’ più avanti il senso del discorso.

Ho assistito a una piccola discussione in cui qualcuno mi accusava appunto di ripetere le frasi come un mantra, mentre un’altra persona ha replicato che nella musica nessuno si permette di dire che certe figure, come il contrappunto, sono ripetizioni: si tratta di variazioni, un ripetersi mai identico delle note che allargano la dimensione sonora del brano. Io avevo bisogno di un ritmo che funzionasse come un’ipnosi, per farmi vedere meglio le cose.

In origine poesia, musica e pensiero convivevano, poi si sono separati i generi e ora tutto è molto settoriale. In questo libro credo di aver messo tutto, pensiero, racconto, poesia, perché ci sono pagine in cui le frasi hanno il ritmo dei versi lunghi di certi poeti come Walt Whitman.


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