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[Anteprima] “Sulla poesia” di Giorgio Caproni

[Anteprima] “Sulla poesia” di Giorgio CaproniDobbiamo a una stranezza se oggi possiamo accogliere in libreria un libro come Sulla poesia di Giorgio Caproni, edito da Gaffi in una collana dedicato a un altro grande della letteratura italiana, ITALOSVEVO. Piccola biblioteca di letteratura inutile. Una stranezza che però non è da attribuire a Caproni ma all’attore Pietro Tordi, che aveva l’abitudine di registrare qualsiasi cosa venisse detta sulla poesia durante qualunque evento in teatri, accademie o circoli. Ed è questo ciò che fece Tordi quando, il 16 febbraio 1982, Giorgio Caproni commentò la sua poesia Parole (dopo l’esodo) dell’ultimo della Moglia, durante una conferenza in via Santo Stefano del Cacco, al Teatro Flaiano di Roma, alla presenza di amici e di alcuni critici letterari.

È proprio grazie alla registrazione di Tordi dunque se oggi possiamo leggere un libro come Sulla poesia, di cui vi proponiamo in anteprima le prime pagine, con le parole pronunciate da Caproni immediatamente dopo la lettura dei versi tratti dalla poesia cui abbiamo accennato sopra.

 

Ora dovrebbe venire, secondo la prassi, il commento. Chi mi conosce sa benissimo che non so parlare in pubblico. Per di più sono convintissimo che una poesia non si possa commentare. Come – mi hanno detto alcuni – ma lei è anche un critico? A parte che io non sono un critico, ma un semplice recensore; qui di critici ne vedo uno illustre, come Giacinto Spagnoletti per esempio, ma ce ne sono altri. Il critico può criticare le poesie degli altri, ma non le proprie.

Quindi, più che un commento, vi potrò dire – così, alla buona – certe mie idee generali sulla poesia. Che possono servire da, non dico da introduzione perché ormai la poesia l’ho già letta, ma così, da commento alla poesia stessa. Cioè, sapendo quali idee ho io della poesia, forse si capisce meglio il senso che io ho voluto dare a queste parole dopo l’esodo, in senso diciamo metaforico. Io non sono un dottore in poesia – non ho un laboratorio mentale, vi leggo gli appunti scusatemi – abbastanza attrezzato e tantomeno presumo di potervi dare una lezione di poesia. Sono un modesto artigiano. E penso, in fondo, che l’antico vasaio, per esempio, non si preoccupasse troppo di discettare intorno alla natura e all’essenza di un vaso, ma <di> costruire vasi che fossero quanto più possibile belli e utili. Cioè vasi riusciti, si direbbe oggi, sia in senso estetico sia in senso funzionale.

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[Anteprima] “Sulla poesia” di Giorgio CaproniTutto questo naturalmente non significa che anch’io non abbia qualche idea intorno alla poesia in genere, che ritengo necessario esporvi prima di parlarvi in particolare dei versi che un momento fa vi ho letto. Purtroppo son tutte idee che io ho già detto e ridetto, scritto e riscritto tante volte. Ma non riuscendo a dirne delle nuove, ve le dirò così alla rinfusa, una dopo l’altra. Intanto, convinto come sono che non si possa definire che cos’è la poesia, vorrei notare la profonda differenza che secondo me esiste tra il linguaggio poetico e il linguaggio di normale comunicazione. Una differenza tale da rendere pressoché impossibile spiegare o parafrasare in termini logici un determinato componimento poetico.

 

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Nel linguaggio di normale comunicazione, un linguaggio pratico, si sa che la parola non è che un segnale acustico o grafico di un codice convenuto, noto sia a chi emette tale segnale sia a chi lo riceve. Ora, è vero che anche nel linguaggio poetico la parola ha, o deve avere, tale funzione, ma è anche vero che in esso ne assume un’altra, dove la parola stessa, oltre il senso letterale, diventa matrice di una serie pressoché infinita di significati armonici. Dico armonici nel senso che si dà alla parola nella fisica e nella musica. Potrei dire di altri significati: un do in musica genera la sua terza, la sua quinta, la quale a sua volta genera la sua terza, la sua quinta, insomma una serie infinita di altri suoni oltre quello emesso dallo strumento. Una serie di significati armonici dipendente forse dalla sua stessa forma fonica, nonché dai contenuti culturali ch’essa ha in quella determinata lingua, e magari dalla stessa posizione ch’essa occupa nel verso. Basta, infatti, far la cosiddetta versione in prosa d’un qualsiasi verso famoso mutando l’ordine dei vocaboli per ché l’incanto poetico il più delle volte sparisca. In questo senso arrivo addirittura a dire, un po’ paradossalmente, che la lingua condiziona il poeta.

 

[…]

 

L’esercizio della poesia rimane puro narcisismo finché il poeta si ferma ai singoli fatti esterni della propria persona o biografia. Ma ogni narcisismo cessa non appena il poeta riesce a chiudersi e inabissarsi talmente in se stesso da scoprirvi, ripeto, e portare al giorno quei nodi di luce che non sono soltanto dell’io ma di tutta la tribù. Quei nodi di luce che tutti i membri della tribù possiedono, ma che non tutti i membri della tribù sanno di possedere o riescono a individuare. Mi pare che sia stato Proust, potrei sbagliarmi a dirlo, <a dire che> quando uno legge un poeta in fondo non fa che legger se stesso.

Quel poeta ha raggiunto in se stesso una verità che vale per tutti e che già, come la bella addormentata nel bosco, sonnecchiava in tutti in attesa di essere svegliata. E s’arriva così all’altro paradosso: che quanto più il poeta s’immerge nel proprio io tanto più egli allontana da sé ogni facile accusa di solipsismo, appunto perché in quella profondissima zona del suo io è il noi. Un io che, dalla singolarità, passa immediatamente alla pluralità. La funzione sociale, civile della poesia sta, o dovrebbe stare, appunto in questo.

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