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Anteprima «Nuovi Argomenti» – “Lupinari e altri mostri” di Elisa Casseri

Anteprima «Nuovi Argomenti» – “Lupinari e altri mostri” di Elisa CasseriÈ uscito oggi l’ultimo numero di «Nuovi Argomenti», lo storico trimestrale culturale italiano fondato nel 1953 da Alberto Carocci e Alberto Moravia e attualmente diretto da Arnaldo Colasanti, Furio Colombo, Raffaele La Capria, Raffaele Manica, Dacia Maraini e Giorgio van Straten.

 

Pubblicato da Mondadori, questa nuovo s’intitola Mostro da niente, e contiene un’ampia sezione dedicata ai mostri, a cura di Giulio Silvano e Matteo Trevisani.

 

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Proprio da questa sezione pubblichiamo in anteprima l’articolo di Elisa Casseri.

 

Lupinari e altri mostri

TOMMASO LANDOLFI, IL BASSO LAZIO E MIA NONNA BERTA

 

 

«E come fa quell’uomo a portar via un corpo tanto grande?»

«Si fa aiutare dai servi di casa o da altri e lo carica su un carro appositamente costruito»

«E dove lo porta?»

«In un luogo sconosciuto, o meglio conosciuto a lui soltan­to, e lì lo seppellisce accanto a quelli degli altri pitecantropi»

«E dov’è questo luogo?»

«Abbi pazienza, se è un luogo sconosciuto... Ma credo sia nello stato romano; a piè dei monti Lepini, credo»

«Perché così lontano?»

«Non so dirtelo; forse in tempi antichissimi quella era una terra di famiglia»

Tommaso Landolfi, Il pitecantropo

Anteprima «Nuovi Argomenti» – “Lupinari e altri mostri” di Elisa Casseri

Col tempo ho imparato che a dividere l’universo così come lo immaginiamo dall’universo così come lo vediamo c’è soltanto una recinzione in fil di ferro, pure un pochino arrug­ginita. Per questo i mostri riescono a muoversi da una parte all’altra, confondendoci le giornate, per questo non c’è pace per la realtà perché loro – i mostri – la recinzione la buttano giù a calci, a morsi, a pugni: scivolano, strisciano, saltano, si gonfiano, urlano, portandosi dietro pezzi di tutto quello che incontrano, di qua e di là; poi mescolano, sputano, intorbidiscono l’aria, creano una materia quotidiana densa, una matassa di albe, lune piene, pomeriggi incauti e strani mezzogiorni che è quella con cui noi, alla fine, dobbiamo avere a che fare.

Se non era pe’ chiglio polipo che ci s’ha rentorcinato ‘ntorno alle budella, nonneto starìa ancora aecco. Non te spaventa’, Lisù, è come a ‘no teremo­to, mi gli sento ‘ncorpo e me fa parti’ le zampe com’anguille che vanno da tutte le parti. Levete, va’, che co’ si capigli me pari ‘na soreca pollastrina.

 

Sullo sperone del Monte Nero, nella collina dei Monti Lepini dove risiede mia nonna Berta e dove io sono nata, ogni trasfor­mazione, ogni rappresentazione, ogni dolore è sempre animale. La mostruosità è disciplina di tutti i giorni, è linguaggio, è tema, è estetica e quindi si vive tra metamorfosi, mimetismi, antropo­morfismi e teriomorfismi terreni. Come dice Tommaso Landolfi, forse per i mostri, un tempo, quella era «una terra di famiglia».

Il Basso Lazio, in effetti, se lo guardi su una cartina, ha la forma di una bocca spalancata, fauci geograficamente sospese nell’attimo prima di sbranare qualcosa – la provincia di Roma, probabilmente – e quindi affamate, feroci e insieme stanche.

Tommaso Landolfi è nato su queste fauci, a Pico – la fortuna letteraria più grande che la mia terra potesse avere, visto che con la nobiltà della sua lingua, con la sua poetica surreale e il suo immaginario fantastico, questo scrittore è riuscito a descrivere carne e ossa di quei luoghi, nella loro umanità (e animalità) più reale –, e dentro i suoi racconti pieni di strane creature io sono riuscita a sentirmi profondamente a casa.

Ci sono le donne armadillo «capaci di chiudere nel loro amplesso tutto il corpo dell’uomo» e «certi esseri a forma di palloni più o meno afflosciati che però conservano vagamente sembianza umana». Ci sono un pitecantropo che morirà nel 2280, una minuscola principessa dentro a un calice di giglio, la bestia che morde Rosalba nella notte del suo menarca e che è «una testa come certi uomini sono un naso» e il verme che fa l’amore con Lucrezia sulla nave diretta verso il Mar delle Blatte. Poi c’è il mostruoso gigante che tiene il suo cuore ma­linconico prima dentro a un picchio, poi dentro a una bufala selvatica e infine dentro a una raganella d’oro. Mannuppo «rassomiglia tutto a un ombrello aperto, senza il manico; ma è molle e leggero, quasi un cencio». Non mancano gnomi e or­chi, ma ci sono anche i «Fuochi Fatui, o Folletti, che di giorno sono invisibili, e di notte s’accendono come lucciole». Popolello può infilarsi dappertutto e «l’uomo Azzurro, chiamato anche Uomo delle Gallerie, si fa presto a dirlo, è fatto di niente». C’è l’enorme mano pelosa del Cisternaio, e poi c’è «l’impero degli Esseri Universali» dove «ogni bestia, ogni pianta è dotata di ragione» e ci sono «un senato d’elefanti, una corte di camaleonti, i tribunali presieduti e composti da alberi, un Foro di piche», «e le volpi sono ambasciatori, i corvi esecutori testamentari, i montoni o capri grammatici, i cavalli consoli».

 

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Ma soprattutto, più di tutto, ci sono i lupi mannari e gli altri mutaforma che vengono raccontati ne La pietra lunare, un romanzo in cui le «scene della vita di provincia» sono descritte nella loro duplicità e il Basso Lazio ruota insieme a tutto il resto della Terra, calpestando la recinzione che c’è tra il giorno e la notte, tra la luce e il buio, e mostrando una faccia (della luna e di se stesso) che di solito possiamo solo immaginare.

Nel libro, quando Giovancarlo vede Gurù per la prima volta sembra essere l’unico a rendersi conto che quella ragazza addosso ha delle zampe di capra. Si spaventa, si incuriosisce, un po’ si tormenta ma, alla fine, quando la rivede (con la scusa di essere un poeta, spia spesso nelle case degli altri), cade in una specie di innamoramento febbrile. Così chiede di lei, si informa e gli dicono che anche se non si può dire che quella ragazza non sia bella e modesta, ci sono molti sospetti su di lei, legati al fatto che vive da sola in un castello, legge un sacco di libri, canta «a tutte le ore, e qualche volta anche dopo l’avemaria, certe nenie strane e rivoltanti», prende spesso «la via dell’aperta campagna, la via verso i monti, anche di notte». «Eppoi ci sono le capre». E così, per bocca della pinzochera Filomena, Landolfi spiega cosa voglia dire essere «lunari».

Non bisogna però credere che esista una sola specie di lupi mannari, teoricamente invece sono possibili scambi, totali o parziali, colla natura di qualsiasi bestia; nel tenimento di C. c’era una donna che regolarmente cedeva la propria testa a una sua vacca, ricevendo in cambio la cornuta cervice, nel tenimento di L. un’altra che diventava gufo laddove il gufo, divenuto a sua volta madre dei figli di lei, li nutriva di gechi e tarantole (origine di numerose altre complicazioni), nel tenimento di S. un uomo che si mutava in serpente e fischiava eccetera. Ora, era stato notato che Gurù se l’intendeva colle capre in generale, le quali venivano a lei da ogni parte come gli uccelli a S. Francesco. Se ne concludeva che ella era – secondo l’espressione della vecchia – «capra mannara».

Anteprima «Nuovi Argomenti» – “Lupinari e altri mostri” di Elisa Casseri

Nonostante le voci su di lei e il fatto che quando si rivedono Gurù sembra non ricordarsi affatto di aver già conosciuto Giovancarlo, i due giovani si innamorano. Grazie al tempo che passano assieme, scopriamo almeno due cose di Gurù e di quelli come lei: la prima è che non hanno paura dei temporali – in effetti, «in determinati frangenti, i lupi mannari possono proteggere dalla “cosa trista” (il fulmine)» –; la seconda è che la luna non gli piace, che li fa soffrire terribilmente. Difatti, quando la luna cresce, Gurù si inquieta e convince Giovancarlo ad accompagnarla in montagna dove finalmente scopriamo una terza cosa: la maniera in cui i lunari mutano la loro forma, come avviene insomma l’atto durante il quale uomo e animale – in questo caso donna e capra – si fondono, si schiacciano, si compenetrano fino a scambiarsi. Il libro, poi, prosegue come una specie di iniziazione per Giovancarlo che incontra, vede, impara e tenta di battere tutte le altre creature della notte – fantasmi di briganti, veranie (ovvero «le altre gurù»), lupi mannari, Madri pietrificate che tutto pietrificano, antenati. Quando, però, sorge il sole e il libro finisce, sia Giovancarlo che Gurù sembrano aver dimenticato tutto, facendo ripiombare le loro vite in quella conoscenza fumosa e incompleta che rubrica i mostri nei sogni, nell’immaginazione, nel folclore, in quella superstizione che diventa voce di popolo e poco più. La stessa che ha edotto anche me, sugli scalini ripidi della mia scuola materna: la casa dei miei nonni.

Lisù, falla finita che assosì [che indicava più o meno qualunque cosa stessi facendo] uno ci ‘ssa mórto.

 

Durante la (seppur bizzarra e a tratti drammaticamente esa­sperante) educazione al mondo che la mia famiglia ha scelto per me, infatti, i lupi mannari sono stati molto presenti: eppure, non erano uno spauracchio per ottenere qualcosa o per tenermi lontana da eventuali situazioni pericolose – come, invece, erano ampiamente stati per le generazioni prima della mia –, erano una vera e propria narrazione, il racconto di un elemento che, in qualche (seppur bizzarro e a tratti drammaticamente esasperante) modo, era presente nell’universo. Io ascoltavo, ma non capivo. Cosa avrei dovuto farne di quelle creature, se il punto non era averne paura?

Ne Il racconto del lupo mannaro Landolfi scrive: «L’amico ed io non possiamo patire la luna: (…) essa ci costringe a rotolarci mugolando e latrando nei posti umidi, nei braghi dietro ai pa­gliai; guai allora se un nostro simile ci si parasse davanti! Con cieca furia lo sbraneremmo, ammenoché egli non ci pungesse, più ratto di noi, con uno spillo». Ma, nelle storie di mia nonna Berta, il punto è sempre stato un po’ diverso.

Ma me stai a registra’ co ‘sso coso? Quindi tenca dice lupi mannari in italiano o posso dice lupinari? Tanto tu me capisci, no? Comunque, la storia è chella che te so’ sempre raccontata, Lisù: quando emme zichi non ci facenno resci’ pe’ paura dei lupinari, dicenno che la notte certi diventanno

lupi, che ci crescenno i pili e i dénti e che ‘pe non fazze reconosce te sarinno pure potuto accide. E ‘nfatti, na vota, nonneto – era zico, eh – ne vedivo uno che s’era spogliato e s’era ittato dentro la fontana e, pe’ scherzà, ci nascondìo i vestiti. ‘Mbè: chiglio gli riempìo de sassate, ma non menava perché era cattivo, menava pe’ tene’ lontani tutti quanti.

 

Secondo mia nonna, i lupinari non erano dei veri e propri mostri, ma solo persone a cui «ci ‘sse faceva lo malo»: era questo che li costringeva a urlare, a smaniare, a uscire di casa alla ricerca dell’acqua, a spaventare chi si trovasse sulla loro strada. I lupi mannari non erano cattivi o feroci, avevano solo paura di essere riconosciuti. Quindi, raccontandomeli, quello che lei e gli altri della mia famiglia volevano fare era tramandarne la storia, in modo che io potessi essere educata alla nostra terra, al suo rapporto con se stessa e a una certa maniera di avere compassione che voleva dire che si poteva lasciare che una persona, un animale o un mostro vivessero il proprio dolore senza aggiungergliene dell’altro.

Sui Monti Lepini, quindi, la mostruosità andava decostruita e poi riantropomorfizzata, mimetizzata nel quotidiano, nasco­sta nel linguaggio, resa normalità. Io dovevo esercitarmi a deglutirla, cercare di comprendere come la paura che facciamo agli altri e quella che ci viene fatta si compongano, si strut­turino, si generino l’una con l’altra e, confondendosi, creino una condizione che ci trasforma, ci trasfigura, ci toglie pezzi di corpo per mettercene altri. Teste di cane, dita di rospo, piedi di papera. Tenie mistiche, occhi di carbonchio, denti di cera giassa.

 

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E questo è quello che è successo a me. Ci ho messo tutta l’adolescenza, il tempo dell’università, le persone incontrate e gli anni lontana da casa – in mezzo a Roma, stretta in quelle fauci spalancate da sud – per capirlo, ma poi l’ho capito. Ho imparato a muovermi velocemente da una parte all’altra e a non avere pace. Ho imparato a sopportare il sapore della ruggine fino a che la recinzione non veniva giù; a scivolare, strisciare, saltare, ostinarmi a sfidare la luna fino ad odiarla. Ho cambiato posto alle cose e poi ho cominciato a tirarle, insieme ai sassi – per cercare di fare paura forse, o forse per cercare di non averne.

Credo di aver preso il naso da una beccaccia o l’apertura alare da una fregata, gli artigli dalla mia gatta Chicca o le zampe da quel lipizzano che ballava sempre quando andavo al maneggio di Braciola. Oppure al posto dei polmoni mi si sono impiantati dei poriferi che non fanno altro che assorbire tutta quella materia quotidiana densa, facendomene diventare schiava. Non lo so, perché mi è impossibile confrontarmi con la mia immagine lunare, come lo era per Gurù, come lo è per tutti.

Però ci restano le albe, le lune piene, i pomeriggi incauti e gli strani mezzogiorni di questo complesso universo mannaro, che ulula e ci sfugge perché gli facciamo un sacco di paura.


Per la prima foto, copyright: Joshua Sortino.

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