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Anteprima «Nuovi Argomenti» – Le metastasi linguistiche del fallimento, di Marco Cubeddu

Anteprima «Nuovi Argomenti» – Le metastasi linguistiche del fallimento, di Marco CubedduUscirà domani il nuovo numero di «Nuovi Argomenti» dedicato al tema della lingua e delle sue evoluzioni con un titolo assai evocativo Che lingua fa? e con una serie di articoli che affrontano il tema da punti di vista differenti, in un dialogo comune tra scrittori, traduttori, intellettuali, tra i quali citiamo Nicola Lagioia, Giorgio Vasta, Emanuele Trevi, Ilide Carmignani, Andrea Camilleri, Igiaba Scego, Violetta Bellocchio ed Elisa Ruotolo.

Pubblichiamo, oggi in anteprima, l’articolo di Marco Cubeddu che troverete domani sul primo numero del 2016 di «Nuovi Argomenti».

 

Anteprima «Nuovi Argomenti» – Le metastasi linguistiche del fallimento, di Marco Cubeddu

 

Le metastasi linguistiche del fallimento

 

Da mesi mi sento come Snoopy alle prese con le sue notti buie e tempestose, ma privato dell’idiosincratico sollievo di scagliare gli infortuni letterari in un cestino, dal momento che al posto di una risma di fogli, illuminato da un riverbero azzurrino che evoca i fantasmi dei miei romanzi precedenti, sono seduto davanti a un inappallottolabile “schermo bianco”.

Eccomi bloccato, a passeggiare guardando il portatile in cagnesco, la scrivania ingombra di appunti sull’Isis, buste di tabacco, numeri di «Limes», possibili titoli (Nebbia? Lo spettacolo delle macerie?), sequele di epigrafi (da von Clausewitz, Della guerra), possibili protagonisti (uno YouTuber? Un’inviata di guerra?), elenchi con colonne di pro (un lungo lavoro di ricerca), colonne di contro (il conto in banca affamato di bonifici). Non riuscire a cominciare questo nuovo romanzo ha come unico e magrissimo aspetto positivo quello di portarmi a riflettere sulla mia scrittura: Cosa scrivo? Come scrivo? Come scrivo di cosa scrivo?

 

Cosa

Ho l’impressione che tutti i miei apocalittici tentativi letterari finiscano per essere più tragicomici che immortali. Se riapro i vecchi file della cartella Scarti mi trovo davanti a un cimitero di incipit imbalsamati in sudari ironici che suonano come “mettere le mani avanti”.

È come se, incapace di tradurre in parole le metastasi della mia vita, fossi intrappolato nel paradosso di vivere ogni giorno il romanzo che non riesco a scrivere.

Mario Desiati mi raccontava, tempo fa, che secondo lui gli scrittori si dividono in due categorie: gli chef, capaci di cucinare con ammirevole professionalità, piatti di ottima fattura semplicemente seguendo una buona ricetta, e i demoni, posseduti, ossessionati da un unico piatto, che spesso sbagliano, condannati a cucinare qualcosa che non possono fare a meno di ricucinare all’infinito, mai paghi.

 

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Prendendo per buona questa divisione, che scrittore sarei io? Penso un ibrido, come il cartone animato Balto, che non è cane, non è lupo, e sa soltanto quello che non è.

Mezzo chef, mezzo demone: inadeguato e indaffarato, più che “ossessionato dal”, “incarnazione del” Fallimento.

Scrivo e incarno il fallimento quindi, e credo che questo abbia molto a che fare con il periodo a cui appartengo culturalmente, gli anni Novanta, un decennio spartiacque, la cui duplicità ontologica mi rende un “nostalgico analogico” che coltiva quella nostalgia attraverso smartphone e social network, cioè gli strumenti dei “nativi digitali”.

Sono figlio di un decennio cominciato in anticipo e finito in ritardo, di un “secolo breve” chiuso da un “decennio lungo”: dall’89 al 2001, dal muro di Berlino alle Torri gemelle, la mia generazione, compressa tra due grandi crolli, è quella dello “spettacolo delle macerie”.

Molto prima di poter essere definiti come generazione Bataclan, siamo stati le più giovani vittime di Chernobyl, quelli che hanno visto confutate coi propri occhi le scemenze sulla “fine della storia”, cresciuti tra la Guerra del Golfo e quella in Jugoslavia, tra Saddam e Miloševic, tra il declino degli USA e l’implosione dell’URSS, quelli che hanno assistito in diretta al tramonto del Sol dell’Avvenire con il cannoneggiamento del Cremlino, alla trasformazione dello Studio Ovale dei nostri sogni americani in postribolo mediatico durante il caso Lewinsky, al fuggi fuggi della vecchia leva politica italiana spazzata via da un colpo di spugna giudiziario.

Gli ultimi a nascere senza videogiochi, senza computer e senza cellulare. Ma i primi ad acquistarli.

Anteprima «Nuovi Argomenti» – Le metastasi linguistiche del fallimento, di Marco Cubeddu

Per noi, in buona sostanza, l’uso di internet (escludendo pornografia e serie tv in streaming) equivale a rigenerare i link mentali dei nostri “anni d’oro” per immergerci – in modalità shuffle – nel male di miele della nostalgia.

Ultimi a salire sul Titanic con l’idea di poterci vestire di tutto punto e partecipare alla festa danzante, mentre la nave più inaffondabile del mondo – il mito del progresso infinito – affondava, senza i privilegi dei ragazzi cresciuti negli anni ‘80 – oggi coi posti in prima sulle scialuppe –, senza la malizia di quelli nati negli anni Zero – cresciuti con il motivante spauracchio della precarietà della terza – noi ragazzi dei ’90 siamo una generazione bloccata in seconda classe, scissi tra il desiderio di diventare grandi e quello di tornare a scuola, per marinare il naufragio e smetterla di chiederci ossessivamente (parafrasando i Tre Allegri ragazzi Morti): «dov’è quello che ci hanno promesso, sesso, soldi, successo?»

 

Come

Che quelle promesse non mantenute si siano raggrumate in una demoniaca estetica del fallimento, rivestendosi di idiosincrasie linguistiche dettate dal rapporto con le nuove tecnologie e i nuovi mezzi di comunicazione – con cui sono sostanzialmente cresciuto, non solo professionalmente –, che chat, social network, computer portatili, tablet e smartphone abbiano pesantemente influenzato il mio modo di scrivere, credo sia logico e piano.

Quanto?

Tanto.

Ma come hanno definito come scrivo?

 

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Di base, ho un pessimo rapporto coi social network. In teoria non li sopporto, in pratica li uso ma non li so usare. L’aforisticismo di Twitter mi sembra una forma egotica di arteriosclerosi. Facebook, un videogioco in cui non sentirsi responsabile di nulla. E anche se ormai ho un iPhone a cui non saprei più rinunciare, rimpiango il mio Nokia 3210 (le mie chiacchierate con Siri finiscono tutte, inevitabilmente, allo stesso modo: una sequela di irripetibili improperi), come rimpiangerei la mia Punto del ’96 se dovessi mai comprarmi una di quelle maledette macchine moderne con le cinture che suonano quando non allacciate.

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In buona sostanza, sono arciconvinto che scrivere compulsivamente su Facebook e Twitter, connettendoci con la velocità di questi mezzi ai nostri lettori, non ci renderà scrittori migliori, ma solo più veloci e più cretini.

Ma io, nella vita quotidiana, sono un inguaribile conservatore. Non amo le novità, di nessun genere. Gli aggiornamenti dei sistemi operativi, pur nella loro innocua periodicità, finiscono puntualmente per gettarmi nel più nero sconforto – perfino le nuove versioni di Word riescono a scombussolarmi per giorni – e di tutte le libertà sessual-religio-cultural-democratiche occidentali non so che farmene: sogno un futuro casalingo, con una moglie, dei figli, dei nipoti, coi quali vivere asserragliato in una torre d’avorio – la spingarda caricata a sale sempre a portata di mano – dove invecchiare fedele al precetto di Zio Paperone, «prima sparare, poi chiedere chi è».

Se mai, con un viaggio nel tempo, potessi modificare le trame dell’evoluzione umana macchiandomi del cronoassassinio degli oscuri creatori di internet e sventare così la nascita del selvaggio web, agirei senza indugi.

L’attimo dopo – le mani ancora impiastricciate del sangue dei futuri rei –, pensando alle mie serie televisive e alle mie gallerie pornografiche preferite, scoppierei in un pianto disperato.

E l’attimo dopo ancora penserei: e adesso come faccio a scrivere?

Perché la verità è che anche se ho iniziato a scrivere a mano e, per gioco, su una vecchia macchina da scrivere, social e internet sono stati e sono fondamentali per il mio lavoro, essendo io, in quanto scrittore mezzo chef/mezzo demone, un impenitente copione.

 

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A, C, V è il gesto alla base di ogni cosa che scrivo.

Seleziono tutto, copio, e incollo senza ritegno.

Saccheggio da altri senza nessun pudore, a volte esplicito di averlo fatto, a volte no, a volte copio da cose che mi piacciono, altre da cose che disprezzo.

Faccio razzia dagli status delle bacheche di Facebook, dai commenti su Instagram, dalle riviste online su cui scrivono eterni Peter Pan che ignorano il colesterolo alto e recitano la parte degli eterni giovanotti con le sneackers. E anche se non finisco mai di leggere quei lunghissimi articoli autocompiaciuti, apprezzo siano smisuratamente densi di informazioni. Così, quasi quotidianamente, li copiaincollo su un file word, e alla bisogna li taglio conservando solo le parti che mi servono, e lo stesso vale per i blog, per i pdf dei dimenticabilissimi libri che mi arrivano via mail, o per Wikipedia, dalla quale attingo come se non ci fosse un domani, ritendendo, nel farlo, di esercitare il sacro diritto di ogni scrittore ingiustamente privo di segretari che facciano ricerche al suo posto, fedele all’unico precetto morale di migliorare lo stile agghiacciante con cui la maggior parte delle voci sono scritte.

Ma la mia attività preferita è l’autoplagio, senza il quale non saprei scrivere nulla (neanche queste righe, a loro volta frutto di rimaneggiamenti di cose copiaincollate, riscritte, ricopiaincollate, ririscritte, assemblate tra interviste per blog, articoli di giornale, pezzi di romanzi e racconti già pubblicati), tanto che a volte ho il sospetto di non aver mai scritto nulla, ma di aver sempre e solo riscritto.

Il mio lavoro mi sembra la prova del postulato di Lavoisier: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, virato in un meno convincente “nulla si scrive, nulla si cancella, tutto si riscrive”.

Anteprima «Nuovi Argomenti» – Le metastasi linguistiche del fallimento, di Marco Cubeddu

Come scrivo cosa scrivo

Così, eccomi qua: un “nuovo documento vuoto” appena aperto, in testa mille interrogativi di forma e contenuto, il mezzo demone del fallimento travestito da attacco di panico che s’impossessa della mia mano da chef e mi spinge nella rete in cui si dibattono le seducenti Sirene mezze nuovi episodi di serie tv/mezze nuovi trafori di gallerie pornografiche.

Al posto dei tappi per le orecchie, un unico modo per resistere a quel canto di dissoluzione: A, C, V.

Ed eccomi a riempire il vuoto del file copiaincollando mail d’amore scritte ad amanti passate, già riscritte più volte per aggiornarle alle diverse situazioni, e vecchie chat di Facebook o WhatsApp per trasformarle in dialoghi.

Eccomi a scrivere mail e avviare nuove chat al solo scopo di poterle copiaincollare dopo. In qualche caso mi premuro perfino di farlo presente all’interlocutore, e poi riporto tutto in Word, senza tagliare niente, perché la tentazione metaletteraria – la scorciatoia preferita dei mezzi chef/mezzi demoni – è sempre in agguato.

Anche questa volta, come ogni altra volta, avrei voluto progettare l’architettura di una Grande Opera edificandola attraverso Parole Immortali, con lo stesso slancio di quando, da ragazzino, battevo a macchina mediocri versi liberi sentendomi un promettente poeta.

Stesse aspirazioni, stesso risultato: alla ricerca dell’immortalità (puntellata di sesso, soldi e successo), paralizzato all’idea di scriverla ex novo, per paura o incapacità finisco a tentare di produrla riciclando scritti monchi, e invece di dar vita a una nuova vita finisco a dar vita a una “creatura” simile a quella che faceva esclamare al Dr. Frankestein (Junior) «Si può fare!», prima che realizzasse di non poterlo fare affatto.

Fallimento e (auto)plagio si saldano in questi miei documenti vuoti riempiti a metà di realtà e finzione, scritti con un “metalinguaggio postmoderno” (qualunque cosa voglia dire!) che non mi convince mai del tutto, ma a cui non so rinunciare.

Tra citazionismo e rimaneggiamenti, numi tutelari e feticci, idiosincrasie e pigrizia, le cellule linguistiche della mia scrittura impazziscono, dando vita a un incontrollato blob di ripetizioni, suture in rilievo, azzardati innesti e sindromi di rigetto, massicce dosi di immunodepressori sotto forma di scalette, che necessiterebbe di continui cicli di kemioediting.

Stavolta pensavo di poter riempire questo nuovo documento vuoto senza affollarlo di ingovernabili fantasmi.

E invece, appena finito di (ri)scrivere qui, so benissimo che fine farò fare a questo testo: A, C, V. E il file del mio “nuovo romanzo” rimarrà vittima del fuoco amico dei ricordi (selezionati, copiati e incollati) di ogni mio fallimento.

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