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Anteprima «Nuovi Argomenti» – La misericordia in Tolkien, secondo Michela Murgia

Anteprima «Nuovi Argomenti» – La misericordia in Tolkien, secondo Michela MurgiaUscirà il 13 settembre il nuovo numero di «Nuovi Argomenti» dedicato al tema della Misericordia.

La sezione tematica, a cura di Chiara Valerio e Leonardo Colombati, riporta contributi di Michela Murgia, Clara Gallini, Costanza Quatriglio, Alessandro Giammei e del cardinale Gianfranco Ravasi.

Tra gli altri articoli, non possiamo non citare l’intenso ricordo di Enzo Siciliano scritto da Raffaele Manica, co-direttore della rivista insieme a Arnaldo Colasanti, Furio Colombo, Raffaele La Capria, Dacia Maraini e Giorgio van Straten, e la lettura di Amelia Rosselli proposta da Andrea Riccardi.

Qui di seguito, invece, proponiamo in anteprima l’articolo di Michela Murgia:

 

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Del perché sulla misericordia degli elfi di J.R.R. Tolkien non bisogna farci troppo conto

 

Difficilmente si potrebbe comprendere l’impalcatura su cui è costruita l’idea della misericordia ne Il Signore degli Anelli, ne Lo Hobbit e ne Il Silmarillion se si cercasse di ignorare il peso avuto nelle scelte letterarie di Tolkien dalla sua robusta formazione cattolica, i cui capisaldi non sono forse la falsariga della sua opera, come qualcuno ha sostenuto, ma il cui influsso appare comunque innegabile per più aspetti, senz’altro in quelli delle dinamiche etiche che guidano la soluzione dei conflitti di coscienza di alcuni dei suoi personaggi. Che l’influenza della morale cattolica sia presente non significa però che appaia anche lampante e, mi sento particolarmente grata al vecchio professore per questa scelta di spiritual pudore, un esercizio di meta-misericordia con cui l’autore ha risparmiato al testo quel didascalismo offensivo dell’intelligenza a cui invece – con lo zelo tipico del neo convertito – ha fatto copiosamente ricorso il suo antico amico C. S. Lewis ne Le Cronache di Narnia. Laddove infatti la saga fantasy di Lewis ricalca in modo quasi mimetico le vicende cristologiche, generando una favoletta catechetica che ha sedotto papi e gesuiti e mosso Philip Pullman a scrivergli contro Queste oscure materie, Tolkien – cattolico di ben altra tridimensionalità – preferisce mandare l’esercizio della misericordia cristiana dentro al corto circuito simbolico con il sostrato pagano dei riferimenti letterari nordeuropei dell’opera. Laddove si sarebbe dunque portati a trovare la misericordia in mano al cavaliere potente che fa grazia al fragile e all’errante, nel mondo tolkeniano sono proprio la potenza e la forza a rendere impossibile l’esercizio della misericordia. Per trovarla occorrerà guardare ai personaggi più deboli, agli sconfitti in partenza. Quando Tolkien mette in scena la pietà non pensa infatti alla magnanimità dei grandi verso gli inferiori, ma alla misericordia del Vangelo, dove essa non appare mai come un atto di tenerezza del cuore, casomai di similitudine d’animo, e nasce dall’empatia con la fragilità che nel cristianesimo si sublima massimamente nell’incarnazione del divino nell’umano. Per questo è Gesù Cristo, e non Dio Padre, il giudice apocalittico assiso sul trono dell’ultimo giorno, colui che separerà le pecore dai capri, i giusti dai perduti, la gramigna dal grano buono. Nel giorno del giudizio è infatti solo il Figlio, colui che condivide sia la natura di Dio che quella umana, a poter valutare le colpe in modo realmente equo. Dio nella sua infinita trascendenza non può conoscere la paura, l’avidità, la rabbia, il desiderio e il bisogno umano che sempre spingono l’umanità all’errore. L’uomo dal canto suo davanti a Dio avrebbe la consapevolezza di un verme dinanzi alla scarpa che lo schiaccia: non ha idea della portata della comprensione del tempo e dello spazio, non conosce l’amore senza il possesso, né comprende l’onnipotenza soprannaturale che piega a sé le leggi del cosmo. Quella tra questi due estremi inconciliabili non può essere una relazione. Cristo – vero Dio e vero Uomo – appare tra essi come una sorta di «terra di mezzo» spirituale – Io sono l’Alpha e l’Omega – dove il divino e l’umano finiscono entrambi ricapitolati in lui. Nell’economia escatologica cristiana soltanto lo sguardo di Gesù può dunque essere «secondo giustizia», perché scaturisce dalla coscienza personale e profonda dell’abisso dell’umana natura, delle sue miserie quanto delle sue vette. Il giudizio di Cristo è metaforicamente crociato: la verticalità lo rende potente nella grazia, perché egli da Dio può agire verso il servo errante con l’imperio che viene solo dalla più alta delle signorie, ma solo l’orizzontalità lo rende credibile nella misericordia, cioè nell’empatia per la simile miseria del cuore che esiste solo tra l’uomo e l’uomo. In Tolkien, il terribile rispecchiamento che conduce alla misericordia lo si incontra con nitore nella mirabile pagina de Lo Hobbit in cui Bilbo deruba Gollum dell’Anello e si trova davanti alla possibilità (e soprattutto all’impunità) di ucciderlo prima di fuggire con il prezioso tesoro: «Doveva pugnalare quel pazzo, cavargli gli occhi, ucciderlo. Voleva ucciderlo. No, non era un combattimento leale. Egli era invisibile adesso. Gollum non aveva ancora realmente minacciato di ucciderlo, o cercato di farlo. Ed era infelice, solo e perduto. Un’improvvisa comprensione, una pietà mista a orrore, sgorgò nel cuore di Bilbo: rapida come un baleno gli si levò davanti la visione di infiniti, identici giorni, senza una luce o speranza di miglioramento: pietra dura, pesce freddo, strisciare e sussurrare. Tutti questi pensieri gli passarono davanti in una frazione di secondo. Egli tremò».

Anteprima «Nuovi Argomenti» – La misericordia in Tolkien, secondo Michela Murgia

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In quell’istante fatale non è la pietà verso l’inferiore che salva la vita di Gollum, ma la pulizia di visione con cui Bilbo percepisce l’orribile familiarità di destino che lo assimila a colui che vuole uccidere. Il confine etico agli occhi dell’Hobbit è davvero un con-fine in senso letterale, un luogo in cui assassino e vittima si darebbero convegno per finire mischiati insieme e non distinguere più il destino dell’uno da quello dell’altro. Ne Il Signore degli Anelli Gandalf spiegherà all’attonito Frodo – che si domanda perché lo zio non abbia ucciso quell’essere ripugnante e meritevole di morte – quanto quel gesto istintivo di empatia pietosa abbia pesato nel preservare Bilbo dal potere divorante dell’Anello e quanto potrebbe di conseguenza contare per lui fare altrettanto. Il giovane Hobbit – personaggio sacrificale di chiara ispirazione cristologica – imparerà quella lezione e non smetterà di esercitarla per tutto il viaggio verso il Monte Fato. Inizialmente fragile d’animo, privo di forza e di armi e anche della piena consapevolezza del sacrificio a cui va incontro (che fino a un certo punto sarà definito ottimisticamente «avventura»), l’Hobbit è l’antieroe dell’epica classica e anche di quella nordica, lo sconfitto in partenza da un nemico che si preannuncia così forte da far dire a Gandalf che contro il suo potere «non c’è vittoria». Eppure non è al signore di Rohan e ai suoi cavalli leggendari che si affida il compito della distruzione dell’Anello, non al re viandante in incognito che può rivendicare la corona degli uomini, e neppure al rude nano dall’ascia micidiale o all’elfo scattante dall’infallibile mira con l’arco. A diventare il vessillifero del gruppo sarà proprio il perdente annunciato, il solo che in virtù della sua debolezza può farsi portatore dell’oggetto che corroderebbe le intenzioni di tutti gli altri. Tolkien è chiarissimo nel delineare la poetica dell’umile come unico degno del compito più grave: nessuno dei personaggi detentori di una qualche superiorità può toccare l’Anello oscuro senza che quella superiorità diventi prima superbia e poi ambizione alla supremazia, finendo per instaurare strutture di dominio tanto più forti e terribili quanto più grande sarà la pretesa di incarnarvi valori giusti. Frodo in principio non ha alcuna di queste aspettative, né un’idea di sé così strutturata. Appartiene a quel genere di «semplice», di «povero in spirito», che ha una evidente derivazione evangelica. Per questo la misericordia che ripetutamente si troverà a esercitare nel suo percorso non verrà mai agita sulla base della superiorità morale o fisica che consente l’esercizio della magnanimità del forte sul debole, ma deriverà dal riconoscimento di una sostanziale fratellanza con l’infimo: come suo zio prima di lui, essere misericordioso con Gollum significherà essere misericordioso con quella parte di se stesso che di Gollum può sentire propria la più brutale bassezza. Non è un caso che tutti i portatori dell’Anello nella saga tolkeniana siano Hobbit: Bilbo, Frodo e Samvise, e non appartengano mai ad altre razze. Soprattutto è impossibile immaginare che, nella prospettiva del potere tolkeniana, a portare quello specifico Anello potessero mai essere gli elfi, perché tra le razze delle terre note appaiono evidentemente come la meno misericordiosa di tutte, proprio perché tra tutte la più perfetta.

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La descrizione di Elrond, signore di Gran Burrone, mette in effetti il lettore a confronto con la quintessenza di tutte le eccellenze. «Era nobile e bello in viso come un sire elfico, forte come un guerriero, saggio come uno stregone, venerabile come un re dei Nani, e gentile come la primavera». L’oleografia dell’elfo cozza con la consapevolezza che egli elfo lo sia solo per metà; tuttavia lo è per la metà che ha scelto come il suo tutto e questo nelle svolte etiche del suo personaggio farà una grande differenza. In Elrond c’è infatti una lotta costante tra il meticciato di nascita, che lo vorrebbe tanto umano quanto elfico, e la volontà ferrea di essere per intero solo una delle due cose: quella perfetta. «La sua casa era perfetta, che vi piacesse il cibo, o il sonno, o il lavoro, o i racconti, o il canto, o che preferiste soltanto star seduti a pensare, o anche se amaste una piacevole combinazione di tutte queste cose. In quella valle il male non era mai penetrato». La precisazione tolkeniana è una citazione della condizione primigena della Genesi: la valle in cui il male non è mai penetrato è il giardino dell’Eden senza ancora il serpente e dunque Elrond, Galadriel e tutto il popolo elfico sono presentati come la continuazione ideale della prima e perfetta creazione, la cosa terrena più vicina al cielo che esista, ben sintetizzata dal significato del nome stesso di Elrond, che in Sindarin vuol dire appunto «firmamento». Santi senza aver mai subito la tentazione, virtuosi senza bisogno di redenzione, gli elfi appaiono agli occhi degli Hobbit come una specie superiore e terribile, affascinante e temibile allo stesso tempo. È ben comprensibile che il giovane Frodo, travolto dalla sua inadeguatezza, offra l’Anello a Galadriel perché se ne serva lei al suo posto: davanti a quell’algida saggezza e a quella perfezione di visione egli non comprende come mai possa toccare proprio a lui, ultimo tra gli ultimi e privo di ogni astuzia e forza, il compito che mette in gioco le vite di tutti.

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Quello che Frodo inizialmente non è in grado di comprendere, ma che Tolkien non esita a preannunciare al lettore con una sorta di epifania del rischio, è che per portare l’Anello ci vuole una misericordia della quale il mondo degli elfi non contempla l’esercizio, perché nessuno necessita di essere pietoso quando vive in mezzo ai più Perfetti tra i Perfetti. A Gran Burrone nessuno deve condonare alcunché e nessuno ha debolezze per cui chiedere perdono, ma se le avesse probabilmente non lo chiederebbe. È un mondo conservatore e autosussistente, dove gli abitanti sono obbligati a una posizione difensiva, di retroguardia, e concentrano ogni forza sulla manutenzione dell’esistente. In quella valle la decadenza, destino naturale di ogni perfezione, si respira nella bellezza stessa del suo paesaggio, nel senso di finitudine che assedia l’eternità elfica e la costringe a scegliere tra il venire a patti con un mondo composito che cambia e gli evocati Porti Grigi – metafora potente dell’accesso all’aldilà – dove rifugiarsi in solitario splendore per sempre senza lasciarsi coinvolgere dalle forze in arrivo. Non c’è dubbio che Elrond opterebbe per questa seconda via, se potesse. Di quello che accadrà alle altre razze in fondo non gli importa. In particolare, tra gli elfi a cui da mezzosangue ha scelto di appartenere è radicatissima la diffidenza verso le urgenze degli Uomini e non lo si vede mai chiaramente come nelle sue azioni, guidate da quella parte di se stesso non è disposta a scendere a patti nemmeno per sua figlia Arwen, il cui amore per il ramingo Aragorn egli non comprende né sostiene. Estranei alle vicende della razza umana, gli elfi immaginati da Tolkien sono creature troppo autoreferenziali per essere empatiche, concentrate solo sulla propria specie e distaccate dai problemi di tutte le altre. Il destino degli umani, dei nani e degli Hobbit non li riguarda né li coinvolge, perché la breve durata della vita di queste stirpi rende le loro vicissitudini poco rilevanti davanti a chi ha centinaia, forse migliaia di anni e se ne aspetta davanti altrettanti. A Gran Burrone dunque tutti sono giusti e nessuno è misericordioso, perché la concezione retributiva della giustizia elfica non ammette deroghe: nella valle di tutte le perfezioni si vive secondo una corrispondenza diretta tra azione e sanzione. Ma nella teologia sospesa di Tolkien, come in quella cristiana, la meritocrazia non esiste: solo chi non la merita può essere oggetto della misericordia, e solo chi non ha alcun titolo per domandarla può vedersela comminare. Gli elfi non rientrano in alcun modo in questa logica di gratuità. Se di quando in quando appaiono nelle battaglie con il tempismo di un reggimento cavalleggeri, se aiutano, confortano, soccorrono e proteggono la Compagnia dell’Anello, è in fondo solo per le loro ragioni, e la decisione di dare supporto è sempre comunque lungamente meditata, perché non c’è nulla di istintivo nella loro benevolenza, né di non calcolato nell’estrazione di ogni loro freccia dalla faretra. Quello che Frodo non comprende mentre cerca di dare a Galadriel l’Anello è che l’elfa che ha davanti non è tenera come gli appare e neppure materna come spera: lui (la cui madre nella storia non si è mai vista, né vi compaiono altre figure materne) quella creatura splendente l’ha del tutto fraintesa. Galadriel non è buona: è solo giusta. Ieratica e distante come una valchiria, la regina degli elfi ha nella sua perfezione qualcosa di così consapevolmente terribile che ella stessa si premura di tenere lontana la propria mano dal gioiello di Sauron. «Tu mi daresti l’Anello di tua iniziativa» – afferma scintillando di grazia tremenda davanti a un Frodo atterrito – «E al posto dell’Oscuro Signore metteresti una regina! Non oscura, ma bellissima e terribile come l’alba! Infida come il mare! Più forte delle fondamenta della terra! E tutti mi ameranno, disperandosi!»

Raramente ho incontrato una sintesi così efficace per misurare l’abisso di orrore che si nasconde nell’assolutismo della giustizia. Galadriel sa che con l’Anello al dito sarebbe amata, non odiata come Sauron, eppure ad amarla sarebbero gli stessi disperati che oggi tremano davanti all’Oscuro Signore, perché l’amore degli imperfetti verso la perfezione è disperato in sé: di meglio non si può sognare, ma quel meglio non lo si potrà mai raggiungere. L’amore che Galadriel evocherebbe con l’Anello al dito è privo di reciprocità, perché ciò che è perfetto non può ricambiare l’imperfezione. Incapace di incontro, freddo e in definitiva castrante, lo splendore elfico è un potere solitario, perché abita in un abisso di irraggiungibilità. Perfezione e misericordia in quella dialettica sono antitetici: se della perfezione si ama ciò che di divino non si ha, il misericordioso perdona nell’altro proprio ciò che di più infimo gli appartiene. Il confronto tra l’Hobbit e l’elfa ha un solo vincitore: quello che non se ne accorge.

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Commenti

Come si può pensare che personaggi ricchi di forza e potenza come Galadriel, Gandalf, lo stesso Aragorn fossero incapaci di misericordia e amore autentico verso gli altri?

L'autrice a mio vedere confonde due livelli: la purezza del semplice, questa sì più capace di resistere alla tentazione dell'anello rispetto al grande, al potente, all'antico e saggio; con la capacità empatica che i grandi e i potenti, anche fra gli elfi, dimostrano più che chiaramente nella cosmogonia tolkieniana.

Mi pareva che nel tuo articolo concludessi che in Tolkien potere e amore misericordioso non sono *mai* coesistenti in un singolo personaggio. Quando affermi "nel mondo tolkeniano sono proprio la potenza e la forza a rendere impossibile l’esercizio della misericordia. Per trovarla occorrerà guardare ai personaggi più deboli, agli sconfitti in partenza." non aggiungi "ma solo negli elfi" :)

Sia chiaro, trovo l'articolo molto interessante e ovviamente ben scritto, ma le conclusioni forse sono un poco semplicistiche rispetto alla complessità della cosmogonia tolkieniano. Con immutata stima.

Beh, gli elfi di errori ne hanno fatti, anche se fuori dalla trama principale (come antefatto) e quasi tutti errori di superbia. Gandalf poi è addirittura un semidio, è vero che (come il finto-scemo Bombadil, talmente sideralmente lontano da trovare la vita umana spassosa) tratta i mortali come bambini da ammaestrare, ma non mi pare affatto che non li capisca, anzi coglie spesso l'occasione per vedere in essi, amplificate, le sue stesse debolezze, di cui è conscio. Non parliamo dell'altro semidio, Saruman, il cui errore enorme consiste sia nel pensare che si possa usare la cattiveria senza pagar dazio e piegarsi proficuamente (crede lui) a tempi pessimi ma anche nel pianificare una soluzione ai problemi del mondo che li metta tutti sulle sue spalle e salti tutti i suoi alleati (gli elfi, gli altri maghi, Gondor che è addirittura contato come un nemico).
Anche dire che Frodo è il vero pinnacolo del gruppo è parzialmente falso: Aragorn e Frodo agiscono ciascuno nel piano che gli compete (così come Gandalf) e in contemporanea: la campagna militare si intreccia indissolubilmente colla cerca solitaria del viandante pezzente e apparentemente innocuo. Anzi la prima è un colossale diversivo per la seconda.
Anche gli sforzi diplomatico-spiritual-intellettuali di Gandalf sono essenziali.
Elrond è un fossile vivente che vive di passato, schiavo di una bellezza museale in una enclave isolazionista e perciò è fortissimo e integro (che qui è un difetto) ma (anzi perciò) non fa quasi nulla!
Quando era il suo tempo fece, e fu anche uno sbarbatello di fronte ai grandi eventi del mondo (appunto, ma nel Silmarillion).
Inoltre nella tua analisi la grande assente è l'atavica amarezza degli elfi, che non sono più "angelici" da un'era o due: sono nostalgici quando va bene e orribilmente rancorosi quando va male, perché anche se ai popoli della Terza Era la loro "perfezione" appare meravigliosa, essa è un pallido riflesso dei loro tempi d'oro, che loro stessi hanno distrutto, tentati dal solito Sauron quand'era in una forma più "rispettabile". Visto che l'evento reale in controluce è sempre lo stesso, gli Elfi sono come dei senatori romani del terzo/quarto secolo d.C.

Infine il vero umile non è Frodo, perché gli elementi (anche molti e complessi) di fondo sono quelli detti da te ma Tolkien li relativizza e li mescola un poco tutti, senza isolarli: non fa puro
teatro delle idee proprio perché mitiga il suo didascalismo come dici.
E' tutto più stratificato: Frodo è un signor nessuno per uomini, elfi, ecc. e in famiglia sua lui
e Bilbo vengono considerati pecore nere ma nel villaggio è uno che conta, ha una bella casa, ecc. Frodo non è un povero, è un piccolo borghese, con qualche vanto, addirittura.
La vera chiave, il vero essere immune all'ambizione e all'anello è Sam, che è appunto un
dipendente di Frodo e lo aiuta per un misto di amicizia disinteressata e lealtà "deontologica".
Ed è Sam che alla fine vivrà felice e contento con tanti figli e una moglie carina e di buon carattere, non Frodo. Frodo ha visto tutto con troppa consapevolezza e troppo da vicino e,
per dirla in termini contemporanei, soffre di PTSD: si ritirerà in silenzio, ancora sconvolto e incapace di comunicare agli altri l'enormità della sua esperienza (se non per iscritto) e verrà
considerato sì un eroe ma di quelli inavvicinabili.Ben ricordato da tutti, rimarrà da solo e finirà per accettare la nave degli elfi.

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