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[ANTEPRIMA] La «svergolata» Milano di Carlo Emilio Gadda

[ANTEPRIMA] La «svergolata» Milano di Carlo Emilio GaddaEsce oggi in libreria La «svergolata» Milano di Carlo Emilio Gadda, saggio di Lucia Lo Marco edito da Giulio Perrone, che ci accompagna in un viaggio a Milano in compagnia di Carlo Emilio Gadda.

Lo Marco si sofferma sul periodo milanese di Gadda, dal 1893 (anno della nascita) fino agli anni Quaranta del secolo scorso, periodo durante il quale dedica molta della sua scrittura alla città che gli ha dato i natali e lo ospita. Ma anche dopo la partenza, l’amore di Gadda per Milano non si spegnerà e lo scrittore continuerà a dedicarci molti suoi ricordi facendone la città insieme più dissacrata e più amata.

Per raccontare la Milano di Gadda, Lucia Lo Marco ha scelto una prospettiva particolare, concentrandosi su una sola giornata lungo cinque archi temporali: la mattina, il pranzo, il pomeriggio, la sera e la notte. E per ognuno di questi momenti di una giornata milanese, Lo Marco riesce a cogliere alcuni aspetti peculiari della città così come vissuta e raccontata da Gadda.

Qui di seguito proponiamo in anteprima un estratto del primo capito.

 

Mattino

Milano si sveglia nel chiarore del primo mattino, «sottilmente ovattata dalle prime sue nebbie». Similmente ad un corpo, si destano prima le parti periferiche, come sgranchendosi da una pigrizia notturna. In quella zona liminare che non è più città, e non è ancora campagna, dominano due colori e due orizzonti, quasi due nature: il «verde vivido» e pianeggiante della terra e la bianca verticalità degli edifici moderni. Gadda ci presenta la prima «zona periferica esterna» della città come incrocio di due linee dominanti, l’orizzonte naturale della vecchia terra agricola, piana ed accesa, e l’innestarsi su di esso di un’architettura moderna, ch’egli considera «scialba» e «assai brutta». Si tratta di «case recenti» a metà strada tra i due mondi in cui sono coinvolte, «già cittadine» nel gusto piattodel fianco e del tetto, nell’altezza sproporzionata dei sei piani, ma allo stesso tempo «isolate» e campestri: distanziate l’una dall’altra, le case moderne occupano il posto che un tempo era delle cascine lombarde, riproducendone quel senso della demarcazione e del possesso, o meglio, della «misura e della necessaria ‘giurisdizione’ agricola della pianura lavorata». Delle vecchie cascine, tuttavia, le nuove case non hanno il contegno: non più indovinate dietro i filari verdi dei pioppi, le recenti abitazioni svettano sopra le linee orizzontali che corrono lungo le file di alberi, dei canali, delle rogge, dei treni e dei panni stesi ad asciugare.

[ANTEPRIMA] La «svergolata» Milano di Carlo Emilio Gadda

Sopra i pioppi e i filari dei panni, lungo il vettore verticale del quadro, non si levano solo le brutte case, ma anche i tralicci dell’alta tensione, i cui fili si distendono e si diramano verso i palazzi e le fabbriche, disperdendosi infine nella provincia milanese. L’immagine proposta da Gadda, se da un lato completa il primo quadro fatto di tracciati perpendicolari ed opposte linee di fuga, annuncia ora un nuovo argomento, non più paesaggistico, ma economico, e sociale: l’energia e il dinamismo di Milano, «la [città] più popolosa del Nord, la più ricca, attivissima». Le linee elettriche ad alta tensione distribuiscono energia elettrica da una stazione centrale alle sottostazioni, da cui si moltiplicano e si diffondono. La diramazione crescente di queste linee di diffusione non è solo segno di un progressivo inurbamento delle campagne, ma è anche figura reticolare che descrive le linee direzionali delle attività commerciali. La rete elettrica diventa una sorta di mappa figurata della rete economica della città: anche la produzione e il commercio procedono lungo lo stesso tracciato, ma, anziché divergerono verso le campagne, da queste converge verso la periferia urbanizzata, sublimandosi in ultimo nel centro della città. È quello che Gadda mostra nel suo scritto Una mattinata ai macelli.È qui, nei macelli municipali, nel suburbio ancora insonnolito, che egli osserva il principiare del giorno, la cui destata laboriosità, dapprima calma e circoscritta, scavalca infine la quiete notturna, con diligente ineluttabilità, e con un’abbondanza di segni inequivocabili:

Gli apparecchi di Taliedo già ronzano, con le ali ombrate o dorate, sopra la testa degli spazzini insonnoliti; rientrano pedalando lenti i guardiani della notte, con una sigaretta tra le labbra; i gatti salutano il giorno accoccolandosi presso la macchina dell’espresso, nelle più mattutine tabaccherie. Un andirivieni di biciclette senza incrocio possibile.

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Milano si accende di un proverbiale attivismo. La stazione di Porta Vittoria si anima di convogli. Costruita e adottata come scalo merci per i vicini macelli comunali e il mercato ortofrutticolo, la stazione è il centro di approvvigionamento per il settore alimentare di Milano, almeno negli anni in cui Gadda scrive il testo, dalla prima versione del 1934, fino ai suoi successivi rimaneggiamenti, e l’ultima edizione del 1969. Allo scalo di Porta Vittoria arrivano le materie prime per essere ridistribuite nei vari settori industriali e commerciali della città; ad attendere l’arrivo della merce c’è anche la locomotiva della «Direzione Macello» che trasporta bovini, cavalli, porci, vitelli, capretti al vicino mattatoio di Viale Molise. Gli animali scendono lamentosi dalle carrozze, ancora «odorosi di vita». Dalla banchina, al piazzale, fino all’ingresso delle strutture riservate al macello, gli animali entrano in un percorso guidato, delimitato da uno sbarramento di ferro, un corridoio di tubi verniciati di grigio, che va via via stringendosi alle porte dei padiglioni – che sono sei, pavimentati di piastrelle rosse e suddivisi per categoria d’animale:

Tre padiglioni da trentasei posti cadauno costituiscono il macellatoio dei bovi: in un quarto si attende ai cavalli: in un quinto ai porcelli: un sesto è l’ammazzatoio dei vitelli. Poco capretto, a Milano, salvo che a Pasqua.

 

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Oltre a definire i gusti e le esigenze alimentari del mercato milanese, il macello diventa per Gadda occasione per descrivere una laboriosa e vivace società di lavoratori; vivace non per spirito, ma per numero, per differenza di ruoli e competenze, per diversità di tunica e camici, per non omogenea stazza: ci sono gli stallieri, i bovari, le pesatrici, i capisala e i vicecapi sala, i garzoni, i sorveglianti di bestiame, i veterinari. Manodopera specializzata e attenta controlla che i vitelli abbiano ricevuto quelle cure atte a renderli «dei manzi che siano veramente degni di Milano»; veterinari che vegliano affinché la carne non sia compromessa da una qualche malattia, arrestando «il male» entro i confini del macello, «constatandolo e distruggendolo davanti le porte della città». Gadda elenca le operazioni che ogni giorno si svolgono su questa soglia del centro milanese: uccisione, macellazione, scuoiatura, «abbellimento». Turni di lavoro si susseguono come in una farandola. Nell’incessante tensione trasformatrice dell’animale, le operazioni si moltiplicano, il lavoro continua, aumenta, raddoppia:

Le pelli, sùbito, ai commissionari delle concerie. Tra un’ala e l’altra d’ogni padiglione è un andito ampio, coperto: vi vengono pulite, arrotolate, pesate, imbarcate. Il sangue, sùbito, che ancora fuma dai carrelli, a un attiguo e recentissimo impianto, che ne deduce concimi, lavori plastici, ornamenti, collanti.

[ANTEPRIMA] La «svergolata» Milano di Carlo Emilio Gadda

Nel descrivere la società lavoratrice, Gadda non ci risparmia l’orrore: all’ingresso del padiglione un uomo attende l’arrivo dei primi bovini sporco ancora di sangue, «la sua mano è lorda come quella di Macbeth, orribilmente armata, come quella di Macbeth: tutto il suo braccio è intriso in un colore da ’89». Egli cerca tuttavia di controbilanciare il dramma della morte, e la descrizione di quegli organi che, privi di vita, ridivengono materia, con considerazioni economiche e ponderazioni etiche:

Mi dico e mi ripeto che si tratta di una necessità senza alternativa, il luogo, nel sole tepido, non è altra cosa se non un mercato, uno «stabilimento» qualunque…

 

Non senza un principio di sgomento, e un triste senso di accettazione, le attività del macello vengono giustificate dalla necessità economica e ammesse nel codice morale della città nell’interesse del lavoro – lavoro che, in quanto tale, può essere inteso come concetto o valore astratto, definito dal fine, inteso in senso generale come attività legata alla produzione di un bene o di una ricchezza: «ogni bestia paga un tanto, a forfait». È la logica del denaro e del lavoro, della domanda e dell’offerta, quindi, che può riscattare le attività del macello, considerandole «necessità senza alternativa», sottraendole all’orrore e alla tragedia, considerando infine il mattatoio un’impresa come un’altra, legittimandolo nell’ottica produttivo-economica della laboriosissima Milano. I macelli comunali sono infatti uno dei centri dell’economia cittadina, economia che Gadda non intende solo come concetto teorico, ma come reale movimento, nella sua declinazione più materiale, chiassosa, frenetica. Da Viale Molise arrivano e partono camion e autocarri destinati a consegnare la merce ai lontani spacci e negozi della città. Il macello è generatore di dinamicità, movimento, traffico.

Già gli autocarri strombazzano, chiedono il passo ai più grevi, nella galleria di caricamento dove ognuno tira a cavarsela quanto più presto gli è dato: fremono già d’irrorare del suo giusto vitto (per la dimane) la città che precipita oggi al suo giusto mangiare, verso i dodici tocchi. Alcuni pochi sono dei baldracconi sfiancati, sanguinolenti, col tetto a pioventi, d’un color verde municipale 1888: altri scivolano via lisci e laccati di bianco, modernissimi, ermetici: fuggitivi ai lontani spacci e negozi.

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