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[ANTEPRIMA] In arrivo il nuovo romanzo dell’autrice di “Il diavolo veste Prada

[ANTEPRIMA] In arrivo il nuovo romanzo dell’autrice di “Il diavolo veste PradaSarà domani in libreria il nuovo attesissimo romanzo di Lauren Weisberger, già autrice di successo con Il diavolo veste Prada.

Il diavolo vince a Wimbledon (Piemme, traduzione di Valentina Daniele) è il titolo di questo nuovo capitolo della serie creata dalla Weisberger, che ha già visto la pubblicazione di altri tre titoli: Un anello da Tiffany, Al diavolo piace dolce e Il diavolo vola a Hollywood, tutti editi da Piemme

Questa volta ci troviamo a Wimbledon, come si evince fin dal titolo, e non si potrà che parlare di tennis con Charlotte Silver, promessa mondiale di questo sport. Sarà l’incontro con Todd Feltner, dopo un incidente che rischia di fermare la sua carriera per sempre, a spingerla verso una nuova vita, convincendola a stringere un patto con il diavolo.

Qui di seguito presentiamo un estratto dei primi due capitoli di Il diavolo vince a Wimbledon.

 

1

Non sono sempre fragole e panna

 

Wimbledon, giugno 2015

Non capita tutti i giorni che una signora di mezz’età, con uno chignon impeccabile e l’uniforme di poliestere viola, ti ordini di alzare la gonna. La voce della donna era asciutta, con un limpido accento britannico. Pura efficienza.

Dopo un’occhiata a Marcy, la sua allenatrice, Charlie sollevò l’orlo del gonnellino bianco a pieghe e aspettò.

«Più su, per favore.»

«Le assicuro che là sotto è tutto a posto, signora» replicò Charlie, il più educatamente possibile.

Gli occhi della funzionaria si strinsero in una linea d’acciaio, ma non disse una parola.

«Fin su, Charlie» disse severamente Marcy, ma era chiaro che si sforzava di non sorridere.

Charlie alzò il gonnellino fino a mostrare l’elastico dei calzoncini bianchi in lycra che indossava sotto. «Non porto biancheria ma questi hanno la doppia imbottitura. Per quanto possa sudare, non si vedrà niente.»

«Molto bene, grazie.» La funzionaria prese un appunto su un blocco. «Ora la maglietta, per favore.»

A Charlie venne in mente un’altra decina di battute (è come andare dal ginecologo ma con gli abiti sportivi, di solito non mostrava la biancheria al primo appuntamento, eccetera) ma si trattenne. A Wimbledon tutti avevano accolto lei e il suo entourage con grande gentilezza, ma non si poteva proprio dire che avessero il senso dell’umorismo.

Si sollevò la maglietta fino a coprirsi quasi completamente la faccia. «Il reggiseno è dello stesso materiale. Del tutto opaco, qualsiasi cosa succeda.»

«Sì, vedo» mormorò la donna. «C’è solo questa fascia colorata qui, in basso.»

«L’elastico? È grigio chiaro. Non sono nemmeno sicura che si possa considerare un colore» disse Marcy. Il tono era calmo ma Charlie sentì una punta di stizza.

«Sì, ma devo misurarla.» La funzionaria prese un metro giallo a nastro dal marsupio che portava sopra l’uniforme viola e lo avvolse esitando intorno al torace di Charlie.

«Abbiamo finito?» chiese Marcy, la cui irritazione ormai era evidente.

«Quasi. Dunque: cappellino, polsiere e calze sono tutti a norma. C’è un unico problema» disse la funzionaria con le labbra strette. «Le scarpe.»

«Quali scarpe?» si stupì Charlie. La Nike si era fatta in quattro per adattare le sue solite scarpe ai rigidi standard di Wimbledon. I suoi completi colorati erano stati sostituiti da indumenti bianchi: non panna, non avorio, non bianco sporco ma bianco. La tomaia in pelle era candida. I lacci erano bianchi, bianchi, bianchi.

«Le sue. La suola è quasi interamente rosa. È una violazione.» «Una violazione?» ripeté Marcy incredula. «I lati, la tomaia, il tallone e i lacci sono completamente bianchi, come imposto dal regolamento. Il logo della Nike è perfino più piccolo di quanto richiesto. Non è possibile che le suole siano un problema!»

«Temo che zone di colore così ampie non siano consentite, nemmeno sulle suole. Il regolamento parla di una striscia di un centimetro.»

Charlie, con una punta di panico, guardò Marcy che alzò la mano. «Lei cosa suggerisce, signora? Questa ragazza deve giocare sul Centrale fra meno di dieci minuti. Mi sta dicendo che non può mettere le scarpe?»

«Certo che deve indossarle, ma secondo il regolamento non può indossare queste.»

«Grazie per il chiarimento» sbottò Marcy. «Adesso ci pensiamo noi.» Prese Charlie per il polso e la portò in una delle salette da allenamento private in fondo agli spogliatoi.

Vedere Marcy nervosa, per Charlie, era come stare su un aereo durante una turbolenza. Quando guardi gli assistenti di volo in cerca di rassicurazione, se li vedi preoccupati ti viene la nausea. Marcy era la sua allenatrice da quando Charlie aveva quindici anni, quando finalmente aveva superato in abilità suo padre. Era stata scelta tanto per la sua intelligenza quanto per il fatto che era una donna: la madre di Charlie era morta di cancro al seno solo qualche anno prima.

«Aspetta qui. Fai un po’ di stretching, mangia la banana e non ci pensare. Concentrati su come smonterai il gioco di Atherton punto dopo punto. Torno fra un minuto.»

Troppo nervosa per sedersi, Charlie camminò su e giù per la stanza cercando di stendere i polpacci. Era possibile che si stessero già contraendo? No, era impossibile. Karina Geiger, testa di serie numero quattro con il corpo di un frigorifero che le aveva procurato il poco lusinghiero ma affettuoso soprannome di Montagna Tedesca, si affacciò nella stanza.

«Tu sei al Centrale, vero?» chiese. Charlie annuì.

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«È un manicomio» tuonò la ragazza con il suo forte accento tedesco. «Il principe William e il principe Harry sono in tribuna reale con Camilla, il che è strano perché non credo che si stiano molto simpatici; Carlo e Kate invece non ci sono.»

«Davvero?» disse Charlie, anche se lo sapeva già. Come se giocare sul Centrale di Wimbledon per la prima volta in carriera non fosse già abbastanza stressante, doveva affrontare l’unica testa di serie inglese del singolo. Alice Atherton era solo la numero cinquantatré del mondo, ma era giovane e già salutata come Grande Speranza Britannica, quindi tutto il paese avrebbe fatto il tifo contro Charlie.

«Sì. Anche David Beckham, ma lui va dappertutto. Non è una novità. C’è anche uno dei Beatles, qual è quello ancora vivo? Proprio non lo so. Ah, poi ho sentito che Natalya diceva di aver visto...»

«Karina? Scusa, ma stavo facendo un po’ di stretching. In bocca al lupo per oggi, eh?» Non le piaceva essere sgarbata, specialmente con una delle poche donne simpatiche del tabellone, ma non ce la faceva a sopportare altre chiacchiere. Non ne poteva più.

«Ma sì, certo. In bocca al lupo anche a te.»

Uscendo, Karina incrociò Marcy, che era ricomparsa con una borsa di tela piena di scarpe completamente bianche. «Presto» disse, tirando fuori il primo paio. «Queste sono un 41 stretto, una specie di miracolo. Provale.»

Charlie si sedette di colpo per terra – la sua treccia nera la colpì sulla guancia come uno schiaffo – e si infilò la scarpa sinistra. «Sono Adidas, Marce» obiettò.

 

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«Non mi interessa affatto che cosa penserà la Nike se indossi Adidas. La prossima volta magari ti danno le scarpe giuste e nessuno si dovrà preoccupare. Ma ora ti metti quelle che vanno meglio.»

Charlie si alzò e fece un passo di prova. «Infila l’altra» disse Marcy. «No, sono troppo grandi. Mi scivola il tallone.»

«Prossime!» esclamò Marcy lanciandole un’altra Adidas.

Charlie stavolta indossò la destra e scosse la testa. «Sono un po’ strette sulla punta. Già mi fa male il mignolo. Magari potrei mettere un cerotto e provare lo stesso...»

«Non se ne parla. Tieni» disse Marcy, slacciando un paio di K-Swiss e posandole ai piedi di Charlie. «Queste potrebbero andare.»

La sinistra sembrava calzare bene. Speranzosa, Charlie infilò e allacciò l’altra. Erano goffe e brutte, ma comode.

«Vanno bene» annuì Charlie, anche se aveva l’impressione di indossare due blocchi di cemento. Fece un paio di salti seguiti da una corsetta e uno scarto veloce a sinistra. «Ma sembra che siano fatte di mattoni. Sono pesantissime.»

Mentre Marcy stava tirando fuori l’ultimo paio, dagli altoparlanti sul soffitto arrivò un annuncio: «Attenzione prego. Alice Atherton e Charlotte Silver sono pregate di presentarsi al banco del torneo per essere accompagnate in campo. L’incontro inizierà fra tre minuti».

Marcy si inginocchiò e premette sulla punta della scarpa. «Qui hai spazio. Non è troppo, vero? Possono andare?»

Charlie fece un altro paio di saltelli. Erano pesanti, senza dubbio, ma erano le migliori delle tre. Probabilmente avrebbe dovuto provare l’ultimo paio, ma alzò gli occhi appena in tempo per vedere Alice, nella sua uniforme bianca, passare davanti alla porta mentre andava al banco del torneo. Bisognava muoversi.

«Andranno bene» disse Charlie sforzandosi di sembrare convinta.

Devono andar bene, pensò.

«Brava ragazza» mormorò Marcy con immediato sollievo. «Andiamo.» Marcy si mise in spalla l’enorme borsa delle racchette e uscì. «Ricorda, dai effetto alla palla, più che puoi. Lei è in difficoltà con i rimbalzi alti. Approfitta della tua statura e costringila a colpire palle alte, specialmente di rovescio. Questa partita la vinci con lentezza, costanza e perseveranza. La forza eccessiva non serve, tienila da parte per i prossimi turni.»

Charlie annuì. Si stavano solo avvicinando al banco del torneo e già le tiravano i polpacci. Il piede destro strusciava un po’? Sì, decisamente. Le sarebbero venute le vesciche, senz’altro.

«Credo che sarebbe meglio provare quell’ultimo...»

«Charlotte?» Un’altra funzionaria di Wimbledon, anche lei in completo di poliestere viola, la prese per il gomito e l’accompagnò per gli ultimi dieci passi. «Prego, una firma qui... grazie. Signor Poole, le signore sono pronte per essere accompagnate al Campo Centrale.»

Charlie e la sua avversaria incrociarono lo sguardo per un istante e si scambiarono un cenno della testa. Un piccolo cenno. L’unica altra volta che si erano incontrate era stato a Indian Wells, due anni prima, e Charlie l’aveva battuta per 6-2, 6-2.

Tutto il gruppo (Charlie, Marcy, Alice e la sua allenatrice) seguì Poole nella galleria che portava al più celebrato campo da tennis del mondo. Sulle pareti c’erano enormi fotografie lucide in bianco e nero delle leggende del tennis che erano tornate vittoriose dal Campo Centrale: Serena Williams, Pete Sampras, Roger Federer, Maria Sharapova, Andy Murray. Chi stringeva la coppa, chi la baciava; chi lanciava in aria la racchetta, chi alzava i pugni al cielo. Esultavano. Tutti vincitori. Anche Alice guardava le foto, prima di arrivare alla porta che le avrebbe condotte al centro della scena.

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Una stretta all’avambraccio da parte di Marcy riportò Charlie al presente. Prese la borsa e se la mise in spalla come se fosse stata leggerissima, anche se dentro c’erano sei racchette, un rotolo di grip, due bottiglie di Evian, una di Gatorade, due completi identici a quello che indossava, un altro paio di calzini, polsiere, nastro kinesiologico per la spalla e il ginocchio, cerotti, un iPod, cuffie esterne, due visiere, lacrime artificiali, una banana, un pacchetto di Emergen-C e la foto plastificata e solitaria di sua madre, che abitava nella piccola tasca laterale e che assisteva a tutti gli allenamenti e ai tornei di Charlie.

Marcy e l’allenatrice di Alice andarono a sedersi ai loro posti. Anche se le due giocatrici entrarono in campo nello stesso momento, il pubblico esultò molto di più per Alice, la beniamina di casa. Ma non importava molto per chi esultavano: il cuore di Charlie accelerò come sempre prima di un incontro, importante o meno. Solo che stavolta avvertì anche un formicolio nel petto, uno sfarfallio di ansia ed euforia talmente forte che temette di sentirsi male. Il Campo Centrale di Wimbledon. Si concesse un rapido sguardo alle tribune, un istante per assorbire tutto. Folle di persone eleganti che applaudivano educatamente, in piedi. Bicchieri di Pimm’s. Fragole con panna. Cappellini con pizzi e velette. Aveva già giocato nel torneo di Wimbledon prima, per cinque fantastiche volte, ma questo era il Centrale.

 

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Quelle parole continuavano a risuonarle nella mente, anche se lei cercava in tutti i modi di concentrarsi. Di solito la routine una volta arrivata alla sua sedia l’aiutava: la borsa delle racchette in una certa posizione, le bottiglie allineate, la polsiera ben sistemata. Faceva quelle cose sempre nello stesso ordine, ma oggi non riusciva a concentrarsi. Oggi notava tutti quei dettagli che sarebbero dovuti restare sullo sfondo: la telecronista sportiva che continuava a ripetere alla telecamera il nome della sua avversaria; l’annunciatore dell’incontro che presentava il giudice di sedia; ma soprattutto il fatto che i calzini scivolavano nelle scarpe, cosa che non succedeva mai quando indossava le sue solite. Aveva esperienza sufficiente per sapere che nessuno di questi era un buon segno: non riuscire a controllare i pensieri prima di un incontro non portava niente di buono, ma non ce la faceva proprio a isolarsi da tutti gli stimoli.

Il riscaldamento passò in una nebbia confusa. Charlie respinse distrattamente i diritti e i rovesci di Alice, le servì volée e smash su palle alte. Entrambe arretrarono per provare qualche servizio. Alice sembrava rilassata e a suo agio; le sue gambe snelle si muovevano fluidamente sul campo, il busto stretto, da ragazzo, si torceva senza sforzo per raggiungere la palla. A Charlie venivano i crampi solo a guardarla. Anche se le scarpe nuove tecnicamente calzavano, l’arco del piede già le doleva e il tallone cominciava a sfregare. Si costrinse a tornare al presente, alla scarica di adrenalina che sentiva ogni volta che colpiva la palla per farla girare e rimbalzare esattamente come voleva. E all’improvviso stavano giocando. Aveva perso al lancio della moneta e la sua avversaria stava facendo rimbalzare la palla a fondocampo. Perché c’era stato il lancio della moneta, giusto? Sì, le pareva di sì. Perché allora non ricordava nessun dettaglio? Whoosh! La pallina le sibilò oltre la spalla sinistra come un proiettile. Non era nemmeno riuscita a toccarla con la racchetta. Ace. Primo punto dell’incontro per Alice. La folla esultò per quanto lo permetteva l’etichetta britannica.

Alice impiegò quattro minuti e trenta secondi a vincere il primo gioco. Charlie mise a segno un solo punto e solo per via di un doppio fallo di Alice. Concentrati! gridò a se stessa. Se non ti riprendi, la partita sarà finita prima ancora che tu te ne accorga! Vuoi bruciarti sul Campo Centrale di Wimbledon senza averci nemmeno provato? Come una sfigata? Sfigata! Sfigata! Sfigata!

Le urla e gli insulti mentali funzionarono. Charlie mantenne il servizio, strappandolo ad Alice. Era in vantaggio di 2-1 e sentiva che cominciava a carburare. La tensione nauseante che l’aveva disturbata prima della partita si stava trasformando in quello stato di fluida beatitudine in cui Charlie non sentiva più l’irritazione data dai calzini che scivolavano, non vedeva le facce familiari nella tribuna reale e non sentiva gli applausi e l’esultanza discreta dell’educatissimo pubblico inglese. Non esisteva niente a parte la sua racchetta e la palla, e niente importava se non il contatto fra le due, punto dopo punto, gioco dopo gioco, netto, potente, determinato.

Charlie vinse il primo set per 6-3. Era tentata di congratularsi con se stessa, ma ne sapeva abbastanza da capire che l’incontro era ben lungi dall’essere finito. Nei tre minuti prima del cambio di campo, bevve con calma un po’ d’acqua a piccoli sorsi. Anche per quello ci voleva disciplina mentale (tutto il suo corpo richiedeva a gran voce grandi sorsate fredde), ma riuscì a controllarsi. Dopo essersi reidratata e aver mangiato tre morsi di banana, rovistò nella borsa e tirò fuori i calzini di ricambio.

Erano identici a quelli che indossava e – anche se non c’era motivo di pensare che si sarebbero comportati diversamente – Charlie decise di provare. Quando si tolse i vecchi, i piedi erano un film dell’orrore: gonfi, arrossati. I mignoli erano sanguinolenti e la pelle dei talloni sporgeva in grosse vesciche. Le caviglie erano coperte di lividi violacei nei punti in cui urtavano il bordo rigido e la linguetta delle scarpe. I piedi le facevano male come se ci fosse passato sopra un autobus.

I calzini nuovi erano come carta vetrata e ci volle ogni grammo di forza di volontà per rimettere i piedi martoriati nelle scarpe. Il dolore s’irradiò dalle dita e dai talloni, dalle caviglie e dai calcagni che fino a quel momento non le avevano dato problemi. Charlie dovette obbligarsi a stringere e annodare i lacci; proprio quando finì, il giudice le richiamò in campo. Invece di correre a ginocchia alte verso il fondocampo per mantenersi sciolta e reattiva, si ritrovò a zoppicare leggermente. Avrei dovuto prendere un Advil quando potevo, pensò afferrando le due palle che un ragazzino le porgeva. Cazzo, avrei dovuto mettere le scarpe giuste.

Bam!Bastò quello per aprire le cateratte della rabbia e, cosa peggiore, della distrazione. Perché cavolo a nessuno è venuto in mente che le mie scarpe sarebbero state dichiarate inammissibili? Dov’erano i miei sponsor della Nike? Non è che non abbiano mai vestito dei giocatori al torneo di Wimbledon. Charlie lanciò in aria la prima palla e poi la seconda per il servizio. Doppio fallo. Di chi è la colpa, poi? Cambiò lato e servì, più debolmente del solito, e rimase a guardare stordita il dritto vincente di Alice che le sfrecciava accanto. I tennisti sono superstiziosi. Indossiamo la stessa biancheria a ogni incontro. Mangiamo le stesse cose, tutti i giorni. Ci portiamo dietro portafortuna e talismani e recitiamo mantra, preghiere e ogni altra follia per convincere chiunque ci stia ascoltando che se stavolta, soltanto stavolta, potessimo portare a casa quel punto/gioco/set/partita/torneo gliene saremmo taaaanto grati. Il primo servizio di Charlie fu potente e ben piazzato, ma si ritrovò lo stesso impreparata per la risposta di Alice. Arrivò alla palla ma non riuscì a stabilizzarsi tanto da superare la rete. 0-40. Ma davvero mi hanno fatto indossare le scarpe di qualcun altro alla mia prima partita sul Centrale di Wimbledon, il luogo più importante e più prestigioso in cui abbia mai giocato? Cioè... le scarpe? Io e la mia squadra passiamo ore a scegliere e adattare le scarpe nuove, quando è il momento di cambiarle e poi... ma sì, metti questo paio qualsiasi. Andranno bene. In fondo che vuoi che sia, è solo Wimbledon!

La rabbia si scaricò tutta sulla palla, che finì ad almeno cinquanta centimetri oltre la linea di fondocampo; e così aveva perso il primo gioco del secondo set.

Charlie lanciò un’occhiata verso il suo box e vide Marcy, suo padre e Jake. Quando suo padre si accorse che lo guardava le fece un sorriso pensoso, ma Charlie riuscì a vedere quanto era preoccupato fin da fondocampo. I giochi successivi passarono in un lampo, con Charlie che riuscì a vincerne solo uno. All’improvviso Alice era in vantaggio per 5-2 e qualcosa scattò dentro Charlie: Oh mio Dio. È finita. Stava perdendo il secondo set sul Centrale contro una giocatrice che era trenta posizioni più in basso di lei nel ranking mondiale. Giocare un terzo set sarebbe stato l’inferno. Non era possibile, punto. L’educatissima folla inglese era praticamente scatenata rispetto allo standard, applaudiva e ogni tanto esultava perfino. Non era accettabile. Doveva dimenticare le vesciche, le scarpe di mattoni, la rabbia verso quelli che avrebbero dovuto evitare tutto questo. Non era importante, ora. Colpisci forte, colpisci in modo intelligente, coerente, pensò stringendo e poi mollando la racchetta, cosa che faceva spesso per rilassarsi. Stringi, lascia. Stringi, lascia. Dimentica le cazzate e fai il prossimo punto.

Charlie vinse il gioco successivo e quello dopo. Si concentrò di nuovo, costrinse la sua mente a non pensare ad altro che a colpire la palla e fare il punto. Quando arrivò al 5-5 al secondo set, sapeva di poter vincere l’incontro. Respirò a fondo, con regolarità, facendo appello alle sue enormi riserve di energia mentale per ignorare il dolore che dai piedi saliva verso le gambe. I crampi. Quelli li poteva affrontare, come aveva fatto mille altre volte. Concentrati. Colpisci. Riprenditi. Concentrati. Colpisci. Riprenditi. In un istante fu in vantaggio 6-5. Doveva assicurarsi il prossimo gioco per vincere. Era così vicina alla vittoria che poteva quasi toccarla.

Il primo servizio di Alice fu ricco di effetto ma lento e Charlie ci si avventò. Punto! Il successivo fu più piatto e veloce, e Charlie lo ribatté sul lungolinea. Sul punto seguente ci fu un breve palleggio, prima che Alice facesse un tiro corto poco oltre la rete. Charlie capì al volo e si mise in moto, correndo più forte che poteva verso la rete, con la racchetta già protesa e la parte superiore del corpo china in avanti. Poteva arrivarci, ne era sicura. C’era quasi, mancavano letteralmente pochi centimetri perché l’estremità superiore della racchetta toccasse la palla; bastava un colpetto per rimandarla di là dalla rete, quando il suo piede destro, che sembrava legato a un sacco di farina da tre chili, le scivolò di sotto come un pattino. Se avesse indossato le sue solite scarpe, leggere e aderenti, avrebbe potuto controllare la scivolata, ma quella scarpa tozza e pesante slittò sull’erba come se fosse stata ghiaccio, trascinando Charlie con sé. Lei agitò sgraziatamente le braccia, lanciando via la racchetta per frenare la caduta con entrambe le mani, e poi... pop. Lo sentì con le orecchie prima ancora che con i nervi. L’avevano sentito tutti, no? Era stato così forte che tutto il maledetto stadio doveva aver sentito quel rumore terribile, ma nel caso se lo fossero perso, fu il grido di Charlie a farlo notare.

Cadde a terra pesantemente, come un bambino da un letto a castello. Ogni millimetro del suo corpo le doleva così tanto che era quasi impossibile capire da dove fosse venuto quel terrificante rumore. Al di là della rete, Alice la guardava con un’espressione premurosa, scelta con attenzione. Charlie puntò i palmi sull’erba perfettamente curata e cercò di tirarsi su, ma il polso le cedette come se fosse stato di carta. Il giudice di sedia mise la mano sul microfono e si chinò in avanti per chiedere a Charlie se aveva bisogno di assistenza medica.

«No, sto bene» disse Charlie, con la voce ridotta a un bisbiglio. «Mi serve solo un minuto per riprendermi.» Sapeva che doveva alzarsi e tornare in posizione. Avrebbe potuto chiedere un time-out medico, ma praticamente era come barare: a meno che un giocatore non stesse sanguinando in campo, era convinzione generale che dovesse stringere i denti. Resisti, pensò dandosi un’altra spinta. Stavolta il dolore partì dal palmo della mano sinistra, attraversò il polso e arrivò alla spalla. Altri due punti. Stringi i denti. Alzati e vinci l’incontro!

Gli spettatori cominciarono ad applaudirla, sulle prime in modo sporadico e poi con più entusiasmo. Non era la loro beniamina, ma gli inglesi erano tipi sportivi. Charlie alzò la destra per ringraziare e poi si allungò per recuperare la racchetta. Lo sforzo le fece girare la testa e una nuova fitta, stavolta dal piede, dalla caviglia o dallo stinco (era impossibile dirlo) le trafisse la gamba. Scarpe del cazzo! gridò fra sé, con il panico che cominciava a insinuarsi. Era un infortunio grave? Avrebbe dovuto ritirarsi? Dio mio, cos’è stato quel rumore atroce e quanto ci vorrà a guarire? Gli US Open sono fra otto settimane...

La voce del giudice di sedia interruppe i suoi pensieri e sentir pronunciare il suo nome la riportò alla realtà. «Tre minuti di interruzione per garantire l’assistenza medica alla signora Silver. A partire da... ora.»

«Non ho richiesto un’interruzione del gioco!» disse Charlie in tono stizzoso, anche se la sua voce era troppo bassa per essere sentita. «Sto bene.»

Nel tentativo di allontanare il capo dei preparatori che si stava avvicinando in fretta, Charlie raccolse le gambe e fece appello a ogni residuo di energia per alzarsi. Ce la fece, riuscì a guardarsi intorno e a notare il sorriso appena percettibile di Alice e il giudice di sedia che controllava con attenzione le cifre digitali del conto alla rovescia, pronto a parlare nell’istante in cui il time-out fosse finito. Nella prima fila della tribuna reale, David Beckham guardava il cellulare: il suo infortunio non era di alcun interesse per lui. A destra, nel box di Charlie, la faccia di Marcy, preoccupata fin quasi al panico, così china in avanti sulla sedia che sembrava sul punto di cadere; suo padre e Jake avevano espressioni ugualmente serie. Tutti gli altri chiacchieravano allegri, sorseggiavano i loro Pimm’s e aspettavano la ripresa del match. Il preparatore era accanto a Charlie e le aveva appena preso il polso bollente con la mano fresca e forte quando, senza alcun preavviso, il mondo precipitò nell’oscurità.

 

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2

Il settore amoroso

 

Canyon, luglio 2015

 

Il primo pensiero che passò per la mente di Charlie quando si svegliò dopo l’operazione al tendine d’Achille fu: È finita. Ho chiuso. Che mi piaccia o no è ora che mi ritiri, perché da un infortunio così non si guarisce. La sensazione era che qualcuno le fosse passato sul piede con una macchina, poi glielo avesse rimesso insieme con un coltello da cucina e infine l’avesse ricucito con fil di ferro arrugginito e colla a presa rapida. Il dolore era indescrivibile, la nausea devastante. Aveva vomitato due volte appena uscita dalla sala operatoria e una nella sua stanza d’ospedale.

«È colpa dell’anestesia» spiegò un’infermiera massiccia, controllando i valori di Charlie. «Tra poco starà meglio.»

«Può attaccarla a una flebo di morfina? Per farla stare tranquilla?» chiese Jake dalla sedia sotto la finestra.

L’infermiera non rispose. Disse invece a Charlie che sarebbe tornata con la cena e uscì.

«Mi ama» scherzò Jake.

«È evidente.» Charlie sentì un conato di vomito in arrivo e afferrò il contenitore a forma di fagiolo.

«Devo... tenerti i capelli?»

Charlie tossì. «No, no, è passato.»

Poi probabilmente si addormentò, perché al risveglio il cielo fuori dalla minuscola finestra della sua stanza era più scuro e Jake stava addentando un panino di In-N-Out.

«Oh, ciao. Ho fatto una scappata a prendere qualcosa di decente da mangiare. C’è un hamburger anche per te, se ce la fai.» Jake intinse due patatine in una vaschetta di salsa speciale e se le mise in bocca.

Charlie scoprì con sorpresa di avere fame. Annuì e Jake tirò fuori un cheeseburger, patatine e una CocaCola. Infilò una cannuccia nel bicchiere, aprì qualche bustina di ketchup e mise tutto sul vassoio accanto al letto, poi lo girò verso di lei.

«Questo è decisamente l’unico lato positivo dell’essersi lesionata il tendine d’Achille e di essere stata costretta al ritiro al primo turno di Wimbledon, sul Centrale e davanti al mondo intero, due minuti prima di vincere» disse Charlie, ingozzandosi con una mano sola, visto che il braccio sinistro era ingessato dal pollice al gomito. Il primo morso fu quasi orgasmico. Fin dal Bloody Mary che aveva mandato giù sul volo da Londra alla California, per prepararsi all’intervento chirurgico all’UCLA, l’unica consolazione per lei era stata il cibo.

«Dici che potrebbe esserne valsa la pena?» chiese Jake a bocca piena.

«Ho visto un TED Talk l’altro giorno sui fondatori di In-N-Out. Lo sai che è di proprietà di una famiglia che non ha nessuna intenzione di vendere né di darlo in franchising?»

«Interessante.»

«No, ma davvero. Scommetto che non hai notato che ci sono citazioni bibliche stampate con discrezione sui bicchieri e sugli incarti dei panini.»

«In effetti non l’avevo proprio notato.»

«Te l’avevo detto che era interessante.» Charlie non aveva idea di cosa volesse dire, ma vide che sul fondo del suo bicchiere di cartone c’era scritto GIOVANNI 3:16.

Jake fece una faccia esasperata. «Ah, papà mi ha detto di riferirti che tornerà appena finito. C’era un evento speciale al club stasera, una raccolta di fondi, e quindi gli è toccato un corso dopo l’altro. Ho dovuto promettergli mille volte che non ti avrei lasciata un secondo.»

Charlie gemette. «Quindi mi tocca la baby-sitter ventiquattr’ore su ventiquattro?»

«Esatto. Secondo lui ti saresti svegliata convinta che la tua carriera fosse finita e saresti andata a buttarti dal ponte più vicino. O forse sotto un treno, visto che non mi pare ci siano ponti da queste parti...»

«Ma per lui cosa cambia? Non credi che sarebbe contento se smettessi di giocare? Quanti miliardi di volte ha detto che non si può vivere tutta una vita di tennis?»

«Molti miliardi. Però sa che è quello che vuoi, Charlie. Ed è un buon padre, il che significa che può odiare una cosa con tutto il cuore eppure sostenerci se vogliamo farla lo stesso. Come ha fatto con te quando sei passata al professionismo e con me, quando gli ho detto che mi piacciono gli uomini. Credo di poter affermare che nessuna delle due cose lo entusiasma, però è dalla nostra parte. Perché lui è fatto così.»

Finirono di mangiare in un silenzio rilassato mentre Charlie cercava di immaginare cosa stesse facendo suo padre in quel momento. Da più di vent’anni insegnava al Birchwood Golf and Racket Club. Si erano trasferiti a Topanga Canyon dalla California del Nord quando Charlie aveva tre anni, perché il circolo aveva promesso a suo padre più responsabilità e un salario migliore rispetto a quello che guadagnava insegnando a giocare a tennis ai ragazzi di un collegio d’élite. Qualche anno dopo era stato promosso capo degli istruttori e ora gestiva sia il programma di tennis che quello di golf, nonostante di golf sapesse piuttosto poco. Passava quasi tutto il suo tempo a controllare inventari, assumere professionisti e risolvere piccole grane con i soci, ma Charlie sapeva che insegnare gli mancava. Ogni tanto faceva ancora lezione, perlopiù ai vecchi soci e ai bambini piccoli, ma a sessantun anni non poteva più tenere il passo con gli adolescenti o con i giovani professionisti, veloci e potenti nel tiro. Nessuno lo diceva apertamente, ma le richieste di lezioni erano passate agli istruttori più giovani e Peter Silver si ritrovava spesso nel negozio, negli uffici del circolo o perfino alla macchina incordatrice. Se l’evento di stasera era come le altre serate di beneficenza che si tenevano al club, suo padre sarebbe stato a distribuire palle ai corsi dei piccoli, che venivano parcheggiati là mentre i genitori in cravatta nera mangiucchiavano tartine nella sala da pranzo con vista sulla nona buca. Non si lamentava mai, ma il pensiero di lui che insegnava difesa e attacco a un gruppo di bambini di otto anni mentre i suoi coetanei bevevano e ballavano aveva su Charlie un effetto inspiegabilmente deprimente.

[ANTEPRIMA] In arrivo il nuovo romanzo dell’autrice di “Il diavolo veste Prada

«Secondo te perché lo fa ancora?» chiese, spingendo via il vassoio. «Voglio dire, da quanto tempo è lì? Venticinque anni?»

Jake inarcò un sopracciglio. «Perché non è mai andato all’università. Perché è orgoglioso e non accetterebbe mai un soldo da noi. Perché, secondo tutti ma soprattutto secondo lui, quando era professionista era uno stronzo e un donnaiolo finché non ha conosciuto mamma, e quando hanno avuto me era troppo tardi per rimettersi a studiare. Non c’è bisogno che te lo ripeta di nuovo, no?»

«No, lo so. È solo che mi domando perché è rimasto qui. Da quando mamma è morta non abbiamo dei veri legami in questa zona. Perché non tentare altrove? Arizona, Florida? Contea di Marin? O magari il Messico? Non è che qui a Los Angeles faccia questa gran vita di cui sentirebbe la mancanza.»

Jake guardò il telefono e si schiarì la voce. «Non credo che ci siano decine di posti in attesa di assumere un ex professionista sessantenne con qualche anno di esperienza di tornei quarant’anni fa. Uno che, scusa la brutalità ma chiamiamo le cose col loro nome, va a letto con qualsiasi donna gli chieda aiuto con il rovescio. Birchwood lo tratta bene, tutto sommato.»

«Mi sa che vomito di nuovo.»

Jake la guardò esasperato. «È un uomo adulto, Charlie.»

«Ma secondo te è felice?» domandò lei. «Insomma, lo so che ha avuto un’infinità di occasioni di risposarsi e chiaramente ha preferito di no, ma la sua vita gli piace

Il padre aveva lavorato tanto per mantenerli, per dare loro tutte le opportunità dei loro compagni di classe, molto più ricchi: campi estivi, lezioni di musica, gite annuali ai parchi nazionali. E naturalmente le lezioni di tennis. Aveva insegnato a entrambi a giocare quando avevano quattro anni; Jake se n’era disinteressato presto e suo padre non aveva insistito. Charlie, invece, era stata da subito un talento naturale: adorava la sua minuscola racchetta rosa, gli esercizi di corsa ed equilibrio, il tubo in cui si raccoglievano le palle. Le piaceva riempire i bicchierini di carta dal distributore di acqua ghiacciata e ripulire le scarpe dall’argilla con la spazzola rotante fissata al pavimento; le piaceva l’odore delle palle da tennis quando aprivi una lattina nuova. Ma più di tutto amava l’attenzione esclusiva di suo padre, il fatto che lui si concentrasse solo su di lei e s’illuminasse quando arrivava di corsa sul campo con la treccia e la tuta viola a strisce. Quello sguardo che, negli anni successivi alla morte di sua madre, era riservato alla fiamma di turno, dalla scorta apparentemente infinita di divorziate di mezz’età strizzate in abiti troppo corti e troppo stretti, che gli si appendevano al braccio e rivolgevano a Charlie complimenti insinceri sulla sua cameretta, sulle sue trecce o sulla sua camicia da notte prima di allontanarsi nella notte insieme al padre, avvolte da una nuvola di profumo potente.

Non erano tutte così, chiaro. A volte erano più giovani, ancora senza figli, e parlavano con Charlie e Jake con voci acute, come se fossero stati animali allo zoo, o portavano loro regali premurosi ma del tutto sbagliati, come un koala di peluche per la quindicenne Charlie e un portalattine di birra per Jake che invece ne aveva solo diciassette. C’erano donne che suo padre conosceva al circolo; donne che incontrava al Fish Shack a Malibu, dove andava da vent’anni ed era ormai un habitué; donne di passaggio a Los Angeles mentre andavano da New York alle Hawaii o da San Francisco a San Diego e che in qualche modo trovavano sempre la strada per casa Silver. Il padre di Charlie non pretendeva mai dai figli altro che un cortese “buongiorno” al mattino, ma sembrava che non gli fosse mai passato per la mente che presentarsi al tavolo della colazione in famiglia con un corteo infinito di amanti di una notte non fosse il più sano dei comportamenti. Qualcuna restava in giro per un paio di settimane (Charlie aveva un ricordo vivo di una donna magrissima e molto gentile di nome Ingrid, che sembrava sinceramente interessata a lei e a suo fratello), ma perlopiù sparivano in fretta.

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