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Andare per libri a Tokyo

Jinbocho, la città delle piccole librerie antiquarieIkebana

Andare per libri a Tokyo è sempre un’avventura speciale, un delicato equilibrio di stupore, delizia e frustrazione.

Sunshine-dōri, Ikebukuro Est: il viale d’accesso a quello che per anni è stato il più grande shopping mall di Tokyo. Tra finti dolciumi italiani da 16 000 calorie e grattacieli foderati al neon, le casse di un negozio di accessori rosa rovesciano sui marciapiedi un pezzo death metal. Dall’angolo di fronte, con un incongruo effetto di interferenza, risponde una stridula vocetta kawaii. In preda a una grave dissonanza cognitiva mi sfilo dalla calca e riparo nel vicino Book Off, l’equivalente giapponese del Libraccio, dove chi ha buone gambe (requisito vitale in un Paese dove non esistono panchine) può rimanere in piedi per ore leggendo manga a sbafo. Sensibile all’armonia dei contrari, cerco e trovo a prezzo di copiose sudorazioni l’Elogio dell’ombra di Tanizaki. Il raffinato apologeta dell’estetica tradizionale, invece di parlare del sabi e dei ciliegi in fiore, esordisce decantando le virtù della turca giapponese di campagna, scomoda e fredda in inverno, ma dove almeno ci si sgrava in mezzo alla natura.

In fondo al negozio, sul lato breve del lungo stanzone, c’è il purgatorio dei libri occidentali, senza distinzione di genere o lingua: residui e scorie di chissà quali viaggi, doni o velleità poliglotte. In mezzo ai Penguin, agli Insel, ai thriller dalla costa malconcia e ai ricettari in brossura, troneggia intonso e vanaglorioso un tomo italiano di Bruno Vespa…

A book is a book is a book

Perfino chi mastica un po’ la lingua (anzi, soprattutto quello sprovveduto) ha spesso l’impressione di vagare in territorio alieno. Beati coloro che non vedono e non sanno! Passi pure che il concetto di本 [hon] sia molto più ecumenico del nostro “libro”: in Giappone anche un tankōbon, cioè un albo a fumetti in brossura, non necessariamente di spiccata levatura artistica, è un “libro” a tutti gli effetti e si vende insieme agli altri. La frontiera tra i due mondi, non per nulla, ha cominciato a sfumare con la voga dei cosiddetti light novel, con i tie-in per dritto e per rovescio (il romanzo tratto dal film tratto dall’anime tratto dal manga…) e con la ridondante quanto misteriosa produzione paraletteraria destinata a un esclusivo consumo interno. Scaffali e scaffali di gialli, thriller, rosa, horror e fantasy autoctoni che mai si vedranno da noi, e che nessuno è interessato a esportare, ma che in patria si smerciano come il pane. E poi la manualistica di self help, dall’immancabile sezione bijinesu (business) alle guide per il primo appuntamento, sponsorizzate da un tizio della televisione. A volte, più che in libreria, sembra di vagare in un’edicola con strane manie di grandezza. Ma allora che cosa ci fa, in quella pila di nuove uscite, una traduzione integrale in tre volumi di Fluss ohne Ufer di Hans Henny Jahnn, monumentale romanzone tedesco del secondo dopoguerra che soltanto gli anziani del villaggio ricordano di avere già visto in un’antica edizione francese?

“Nous voulevons savoir…”

Per chi si picca di conoscere la lingua, o quantomeno si tortura da anni per studiarla, comprare libri in Giappone è come disputare un’amichevole di rugby con la nazionale australiana o ripetere l’esame di maturità (se non le due cose contemporaneamente con 41° di febbre). Un implacabile decreto karmico esige che nei titoli in copertina, soprattutto se parliamo di classici, figurino per forza di cose dei caratteri che non avete mai studiato, che vi sembra di capire ma la cui pronuncia vi sfugge o che sconfinano con gaia strafottenza dai 2136 sinogrammi ufficiali approvati dal governo. Il dislivello tra il bungo (giapponese letterario) e la lingua parlata è colossale. Per intendersi, la conversazione giapponese media, tradotta in italiano, funziona grossomodo così:

-          Piove, non le pare?

-          Piove, dice lei? In effetti…

-          Piove, piove!

-          Eeh, allora è un guaio.

-          Già, sono cavoli amari.

-          Proprio così.

-          Mannaggia.

Un titolo di libro giapponese, se venisse mantenuto il divario lessicale e retorico, dovrebbe suonare quantomeno come L’eburnea lattescenza dell’imponderabile. (“Lattescenza…”, “imponderabile…”, annota mentalmente l’aspirante bibliofilo europeo, maledicendo la propria ignoranza, mentre già sfoglia con dita tremanti una Crestomazia dell’epicedio parenetico.)

Sorvoliamo sul problema dei reparti, che si pone soprattutto sulle grandi e grandissime superfici (dove corre il confine tra moderno e contemporaneo, o tra “letteratura” e “narrativa”? Perché gli ultimi libri di Ōe Kenzaburō sono da una parte e quelli vecchi da un’altra?): il grande arcano delle librerie nipponiche è rappresentato dai cognomi degli autori. Gli antroponimi del Sol Levante sono il regno del sadismo e dell’anarchia. La maggior parte dei 2136 caratteri di uso comune ha in media due o tre possibili letture “canoniche” da memorizzare con cura, impresa che ai migliori tra noi esige un minimo di tre o quattro anni. Quando si tratta di nomi di persona, però, ciascuno di quei caratteri può leggersi tranquillamente anche in uno, due o venti altri modi speciali detti nanori, eventualmente – perché no? – combinandosi con uno o più degli 861 sinogrammi onomastici non standard preposti a questo scopo. L’esperienza e la memoria visiva aiutano molto, ma presentarsi impreparati in libreria può essere un errore da non ripetere. Per cercare un tascabile di Fabio Volo, in Giappone, occorre come minimo un dottorato.

(“Ma gli autori non sono in ordine alfabetico?” diranno subito i miei piccoli quanto petulanti lettori. Già, ma in quale ordine alfabetico? Le librerie giapponesi seguono di norma il gojūon, cioè il sillabario che noi sprovveduti occidentali impariamo a leggere fin dai primi giorni nelle due grafie correnti, hiragana e katakana, ma non necessariamente a recitare, a differenza dei bambini giapponesi: a i u e o, ka ki ku ke ko, sa shi su se so… Bene, e ora dov’è Murakami?).

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Junkudo shoten (Ikebukuro) - nove piani di morbidezza“All your base are belong to us”

Una seconda legge karmica, più mite, governa l’esperienza del libro e l’equilibrio psichico in Giappone. Ad essa si aggrappa il malcapitato stranieroa rischio di iperventilazione. «Ogni volta che la loro lingua ti ha fatto sentire stupido e inadeguato, uno di loro farà qualcosa di buffo nel giro di cinque minuti». Alla saturazione cognitiva della vita in full immersion giapponese corrisponde per giustizia poetica la goffa quanto fanatica monomania del mondo nipponico per l’idioma inglese. Si potrebbe discettare per ore sulle esilaranti meraviglie del wasei-eigo, o “engrish”, il finto inglese made in Japan. È senz’altro meritorio che le traduzioni rechino sempre in copertina o nel risvolto il titolo in lingua originale (山猫/ Il Gattopardo, per esempio). Non si capisce, però, il senso del titolo inglese posticcio – e il più delle volte maccheronico – apposto in modo del tutto gratuito su certi libri nippo-giapponesi. Agli italiani piace molto il pleonasmo bilingue hollywoodiano, in stile Revenge. La vendetta, ma laggiù vale l’esatto contrario. Se un romanzo si intitola, poniamo, 伝説の侍 (Il samurai leggendario), l’editore non mancherà di precisare appena sotto (a beneficio di chi?): The samurai of famous tale!, o qualche altra sgrammaticata approssimazione. In un Paese che investe miliardi in lezioni private di inglese, qualche spicciolo per un rilettore madrelingua si potrebbe anche stanziare!

La civiltà del perbenino

Poniamo ora che ce l’abbiate fatta. Avete indovinato il piano giusto, la sezione giusta, l’editore giusto (spesso i tascabili sono raccolti per serie o per collana), avete decifrato il nome dell’autore e ritrovato il titolo che cercavate. Vi asciugate il sudore grondante nel fazzoletto di stoffa (accessorio irrinunciabile a Tokyo) e ricordate gli antenati con una composta prece. Teoricamente potreste uscire senza pagare, perché le librerie non hanno allarmi, e nei centri commerciali open space non ci sono neppure le pareti, ma probabilmente eviterete di farlo. Da un lato è vero che il furto di libri è in crescita esponenziale, soprattutto tra i ragazzini, al punto che un giornale ha coniato il neologismo 万引き倒産 [manbikitōsan] (bancarotta da taccheggio) per descrivere il fenomeno; dall’altro le forze dell’ordine hanno poteri di custodia preventiva che è meglio non esplorare.

La verità è che pagare, a Tokyo, è una cosa bellissima.

Vi presentate alla cassa, vi inchinate, deponete i libri sul bancone e all’improvviso il mondo si rischiara. In Giappone ciascun essere umano esiste a seconda dei momenti in tre diverse ipostasi: addetto ai servizi (ossequioso), stronzo qualunque (per strada) e okyaku-sama, cioè “riverito cliente”, oggetto del succitato ossequio. In quest’ultima veste si ha diritto a un trattamento regale. Può capitare che la giovane commessa, dopo avervi ringraziato per la preferenza, tiri fuori dei fogli di carta e ve li mostri. Voi saprete anche un po’ di giapponese, ma il senso di quel gesto vi sfugge. La ragazza si scusa e vi spiega: sono sopracopertine protettive. Le volete? Prende il vostro tascabile da 4 euro scarsi e delicatamente gli piega intorno l’equivalente cartaceo del copri-libro di plastica o stoffa che la gente usa in metropolitana per impedire al prossimo di curiosare (altro oggetto cult che esiste solo in Giappone, dove nessuno legge e-book in pubblico, non avendo nulla da dimostrare). L’accorgimento, del tutto gratuito, è ripetuto il numero di volte necessario. Al termine dell’operazione ho speso dieci euro, ho comprato tre classici e ho gli occhi come Candy Candy.

Altrove (fuori pioveva a dirotto) due amabili addette mi hanno regalato una borsa impermeabile e hanno studiato a quattro mani il sistema più ergonomico per farci stare dentro i miei non pochi acquisti. Poi, con un foglio di cellophan e del nastro adesivo, hanno confezionato una mantella protettiva. E non era la bottega di famiglia del signor Tanaka, dove nessuno mette piede dai Giochi del ’64, ma una libreria-grattacielo di nove piani in centro.

Disperdendo con il dorso della mano ardite visioni di campi di rieducazione per librai parigini, mi stringo al petto i preziosi tesori, assaporando una resa senza condizioni. Ci vuole tanto poco a fare cento volte di più! Per questi piccoli dettagli e molto altro, ora e sempre, non si può non adorare questo caro Giappone!

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