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Andare a vedere il mondo. “La città di Smeraldo” di Jennifer Egan

Andare a vedere il mondo. “La città di smeraldo” di Jennifer EganJennifer Egan è forse una delle scrittrici più interessanti dell’attuale panorama letterario, anche se forse ancora troppo sottovalutata. Sì certo, nel 2011 il romanzo Il tempo è un bastardo ha ottenuto il Premio Pulitzer. Ma è come se il suo talento non fosse ancora compreso a pieno, soprattutto se la paragoniamo ad alcuni nomi mainstream delle lettere USA.

Egan è nata nel Midwest a Chicago, si è trasferita a sette anni sulla West Coast a San Francisco. Ha avuto una vita “movimentata”. Per un anno è stata fidanzata di Steve Jobs; ha fatto anche la modella in Europa negli anni Ottanta. Esordisce come scrittrice nei Novanta, mentre la letteratura americana sparava alcune sue abbaglianti cartucce: Pastorale americana di Roth,Underworld di De Lillo, Infinite Jest di Foster Wallace, l’ossessiva e psicotica biografia della nazione di James Ellroy, i giganteschi libri di Vollmann. Forse è proprio questo che sconta l’inclassificabile produzione eganiana: quella di essere nata mentre le ultime corazzate maschili della letteratura a stelle e strisce prendevano il mare in tutta la loro maestosità. La prosa della scrittrice americana ha bisogno invece di sedimentarsi e soprattutto di avere un lettore disposto a non avere mai la risposta pronta e univoca. È un toboga letterario quello che lei ci sottopone e non sappiamo mai se dopo la prossima curva ci sarà finalmente un rettilineo riposante oppure una curva ancora più impegnativa (e molto spesso è sempre la seconda ipotesi a prevalere). L’inquietudine, un’inquietudine sotterranea attraversa tutti i testi di Egan che non sono mai quello che in apparenza vorrebbero far credere di essere (come l’ultimo suo romanzo, Manhattan Beach, è tutto meno che un romanzo storico).

 

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Mondadori manda in libreria proprio uno dei suoi primi libri, una raccolta di racconti dal titolo La città di Smeraldo (traduzione di Giovanna Granato), racconti che rivelavano già il talento evidente della scrittrice.Sono testi che parlano d’identità e di come questa venga esposta alle pressioni del mondo esterno e di quanto venga alla fine limitata, condizionata, finendo magari con il favorire la dissimulazione dei reali desideri.

Parker, il marito di Lucy in Lettera a Josephine, passa le vacanze a studiare i saggi di storia perché ha sempre avuto una passione per questa disciplina e avrebbe anche delle teorie nuove magari da proporre, ma poi ritornato alla vita di tutti i giorni si abbandona alle leggi del mercato che lo obbligano a far andare avanti l’azienda di famiglia. La vacanza è soltanto una breve parentesi autentica nella dissimulazione della vita, una dissimulazione che forse coinvolge anche il rapporto tra marito e moglie.

Andare a vedere il mondo. “La città di smeraldo” di Jennifer Egan

Nel primo racconto, Perché la Cina, c’è Stuart, un agente finanziario che maschera la sua fuga dagli Usa facendola passare per una vacanza in Cina con la moglie e le due figlie adolescenti, simboli della bellezza wasp. Ha rubato dei soldi alla sua società; lì in un mercato incontra l’uomo che lo aveva truffato a sua volta qualche tempo prima. Venticinquemila dollari andati improvvisamente in fumo. Inizia una specie di partita a scacchi tra i due che fanno finta di non riconoscersi. Ma è soprattutto lui che cerca l’uomo che adesso dice di fare il corrispondente per una testata giornalistica (una specie di deriva rallentata, quasi zen, nel cuore di tenebra conradiano). Il legame ambiguo tra i due trascina il resto della famiglia in un viaggio per la Cina tra treni stipati da contadini sporchi e affamati e alberghi dove mancano gli asciugamani e l’acqua calda. Sono luoghi critici per degli occidentali che per la prima volta hanno davanti un mondo senza Coca-Cola e aria condizionata. La storia termina durante una visita dentro delle grotte buddiste. Alla fine i due giocano a carte scoperte. L’inquietudine si scioglie e si scopre l’insoddisfazione di Stuart verso la sua vita di agente finanziario, verso la famiglia (le figlie «l’hanno prosciugato»), verso dei legami che lo soffocano e lo mettono in crisi. Averne parlato con il suo alter ego può essere una via d’uscita? È comunque una ripartenza per avere un migliore rapporto con le figlie, soprattutto con la più grande con cui quasi non parlava più.

Andare a vedere il mondo. “La città di smeraldo” di Jennifer Egan

Jennifer Egan è maestra nel non far sentire mai a proprio agio i suoi personaggi che sono schiavi del proprio sguardo sulle cose e sugli uomini (non a caso uno dei suoi romanzi s’intitola proprio Guardami).

 

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La protagonista di Sacro Cuore appunta la sua visione d’amore su una ragazza ribelle che fuggirà dalla scuola superiore delle suore per poi rintanarsi a vendere scarpe in un negozio di New York. Le ultime scene del disincanto amoroso fanno pensare quasi a Lolita di Nabokov, un altro autore che s’immerge con voluttà nella dissimulazione e nell’inganno degli occhi. Gli occhi possono essere fallaci, possono far cadere in errore, far soffrire ma sono gli unici, veri strumenti per uno scrittore che è alla fine spettatore “ferito” del mondo. Tutti i personaggi, in un discorso anche meta-letterario di Egan, sono persone che hanno come prima occupazione quella di guardare (Holly del racconto Un pezzo soltanto pensa che solo il suo sguardo possa salvare il fratello Bradley mentre lui si allontana nuotando per il lago). E quando Stacey, la modella sfigata dello splendido racconto che dà il titolo alla raccolta, esclamerà di voler comunque andare a vedere il mondo, Rory, l’assistente di un famoso fotografo con cui ha una storia, non potrà fare a meno di dirle: «Portami con te». Ed è soltanto la visione nel racconto Sorelle della luna che salverà Tally («sempre a guardare tutto quanto… quand’è che ti decidi a combinare qualcosa?» la provoca la sua amica/nemica Liz) dal gruppo di borderline con cui si accompagna a San Francisco. Soltanto i suoi occhi vigili potranno riannodare i fili della memoria quando sarà grande e sentire nostalgia di ogni momento passato con loro. Perché alla fine si ritorna sempre a Salinger: «Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti». Il tempo è veramente un bastardo.


Per la prima foto, copyright: Marina Vitale su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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