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Alle radici del razzismo di provincia. “Mare fermo” di Guy Chiappaventi

Alle radici del razzismo di provincia. “Mare fermo” di Guy ChiappaventiArticolo di Angela Galloro

Quello che spacca il Paese a metà non è tanto il divario Nord-Sud, quanto l’abisso che divide la provincia dai grandi centri. E l’Italia è, per gran parte del suo territorio, fatta di piccoli comuni. Se il Paese reale è provincia, è anche quello in cui la Lega ha conquistato 36 comuni alle elezioni comunali del 2019 e dove il trend è quello di un crescente predominio del centro destra e in particolare del partito di Salvini nei comuni con meno di 15 mila abitanti.

Per questo fa bene Guy Chiappaventi, autore di Mare fermo (Edizioni Ensemble) ad ambientare il suo racconto e la sua ricerca in provincia, non solo perché è a Fermo che si sono verificati terribili (e ravvicinati nel tempo) episodi di razzismo ma anche perché è sempre a Fermo che come una lenta e latente marea si solleva una reazione civile, di cui lo sport è solo una delle facce.

Come spesso accade a chi sa raccontare, il luogo raddoppia il senso della storia: il mare che non ha ucciso è il mare che salva. E Fermo, a due passi dal mare è una città dove a tratti il razzismo più antico fa breccia in quella zona grigia di giustificazioni e rabbia repressa, di malessere economico e disagio sociale.

A uccidere per una seconda volta Emmanuel Chidi Nnamdi, lungo il Belvedere di Fermo, infatti, non è stato solo Amedeo Mancini, e nemmeno la sentenza di condanna per omicidio preterintenzionale con aggravante dell’odio razziale di cui è stato dichiarato colpevole. Ma tutta la solidarietà dimostrata all’assassino. Dai parroci che invocano il perdono, dai concittadini, da una parte di quell’Italia dei social network che non ha visto nulla, ha sentito poco, ma conta più di tutto. In Mare fermo si legge anche questo, la temperatura che si scalda, l’odio che monta, il web che impazza e, nel mezzo, tutti quelli per cui non è notizia la morte di un richiedente asilo sfuggito ai fondamentalisti di Boko Haram, a una bomba che ha distrutto il suo villaggio in Nigeria e ucciso la sua prima figlia, per mano di un ragazzo italiano e a causa di una stupida provocazione razzista.

 

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Nel libro c’è il paesaggio di una provincia italiana che è un mondo fiacco senza colpe e senza responsabilità dove, raggiunti i 150 rifugiati su 35 mila abitanti, tra la vittima (straniera) e l’assassinio (bianco), si sta senza dubbio e senza ombra di ragionevolezza dalla parte dell’assassino. Una legge di nascita o un delirio di appartenenza che uccidono l’obiettività e giustificano con frasi come “ha sbagliato, però…”, dove in quel però c’è sempre “la colpa del nero” (cit.).

Alle radici del razzismo di provincia. “Mare fermo” di Guy Chiappaventi

Che si tratti di regolamenti di conti basati sul razzismo lo dimostra il caso di Luca Traini, che ha sparato sui neri per strada per vendicare Pamela Mastropietro, stuprata e uccisa da un nigeriano a Macerata.

Le Marche diventano così, nel libro, il luogo archetipico dell’italianità. «Né Nord né Sud», regione impoverita dalla crisi che ha lasciato solo la fabbrica di Tod’s. Una provincia tranquilla e accogliente secondo Guido Piovene, dolce e rassicurante per Angelo Ferracuti. Quello che si respira leggendo è la medietà (o la mediocrità) di una qualsiasi provincia italiana, senza infamia e senza lode. Dove comunque l’accoglienza non è scontata: è un prezzo da pagare per un gap normativo; dove il profugo di troppo si imputa all’assenza delle istituzioni, dove — come ormai dappertutto — la migrazione è un problema invece che la forma di come cambia il mondo, da un articolo di Ferracuti citato nel libro.

Per questo, sostiene l’autore, un racconto così non poteva essere ambientato in una periferia di Roma o di Milano, dove tutto ha dell’esemplare. In provincia, invece, non rimane esemplare neanche la morte di Emmanuel, con la sua vedova Chinyere che va via da Fermo senza la cittadinanza italiana e una laurea, i due “risarcimenti” che le erano stati promessi. Dove suo marito è morto, nemmeno una targa solidale.

Nulla di esemplare si sussegue in questa Italia del margine che abbiamo nostro malgrado imparato a conoscere. Nulla di esemplare succede nella Save The Youths, la squadra di calcio di terza categoria composta da giocatori italiani e da richiedenti asilo a Fermo. Un fenomeno di segno contrario, un «lavoro di comunità», sostiene Alessandro Fulimeni, uno dei fondatori. Niente che abbia a che fare con un progetto organico di integrazione, ma qualcosa di migliore e spontaneo, di molto più simile all’intrattenimento e al gioco, che si fa condivisione. Non tanto di sconfitte o vittorie, condivisione di esperienze, sforzi, allenamenti. Di una routine a modo suo “felice”.

Alle radici del razzismo di provincia. “Mare fermo” di Guy Chiappaventi

Daniel, Musa, Ousman, Alhagie, Kassim raccontano all’autore le storie più assurde. Traversate del deserto senz’acqua, violenze indicibili fisiche e psichiche, contrattazioni mortali con i trafficanti di uomini nei campi di concentramento libici, la fame da dover patire per pesare di meno sui gommoni che li avrebbero portati in mezzo al mare in attesa di una nave ONG, stive colme di cadaveri, naufragi. Sembrano racconti di un’altra epoca e invece risalgono a sei o tre mesi fa. Non ci deve stupire che siano ragazzi pronti a tutto pur di non essere rimpatriati. Persino a salire sui tetti di treni in corsa pur di superare i confini. Ma disposti anche a lavorare, a vivere una vita tranquilla con i loro concittadini italiani, a giocare a calcio la domenica e allenarsi tre volte a settimana, a smettere di preoccuparsi se si sentono presi in giro per strada da gruppetti razzisti. «Non mi sento un africano tra gli italiani né un italiano tra gli africani. Mi sento uno come gli altri, una persona in mezzo agli altri. Rispetto tutti, anche quelli che non mi rispettano.» dice Musa, ex capitano della squadra, ora operaio in una fabbrica di scarpe.

Dalla Save The Youths vanno e vengono, a volte senza salutare, senza clamore o rimpianto. Chi per necessità, chi per andare a trovare un parente che promette un lavoro da un’altra parte, chi per le pratiche necessarie ad ottenere lo status di rifugiato. Un continuo viavai in cui chi va lascia molto di sé e porta via qualcosa. A Fermo, nel centro d’Italia, con la Save The Youths sfidano il tempo che li separa dalle aspettative del futuro, il razzismo di provincia e il Regolamento di Dublino che li tiene qui.

 

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Non c’è una sola storia, in Mare fermo, quella dello sbarco, troppo presente nella cronaca di ogni giorno, ma ce ne sono tante. Ognuna fatta di sogni, speranze, attitudini diverse, voglia di futuro. Quello della Save The Youths di Fermo è un esperimento come se ne succedono tanti nelle piccole città che puntellano l’Italia, senza finire sotto i riflettori e che (ancora) non sono state toccate dalle “Sardine”, o dai movimenti più grandi. Save The Youths non è una protesta silenziosa: presidente, allenatore, giocatori, sanno perfettamente che gli episodi di razzismo sono dietro l’angolo ogni giorno, in terza categoria come in serie A. Ma si parla, si discute, si condivide. E quando lo si fa giocando, tutto assume un valore sociale diverso.

Un appuntamento, lo sport, dentro queste storie di epica tragica, che dà un desiderato sapore di normalità e il senso di una gara in cui per la prima volta non si rischia la vita.


(Mare fermo sarà presentato a Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria a Roma l’8 dicembre alle ore 16.30)

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