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Alla ricerca di Sophie, rapita in Sudan. Un racconto di Maurizio Maggi

Alla ricerca di Sophie, rapita in Sudan. Un racconto di Maurizio MaggiDopo La coda del diavolo, pubblicato qualche mese fa da Longanesi, Maurizio Maggi decide di fare un regalo ai suoi lettori, rendendo disponibile online un racconto sul suo sito web.

Con Cartoline da N’Djamena, questo il titolo del racconto, passiamo dalla Sardegna all’Africa, tra Ciad, dove Nicolas, il nostro protagonista, presta servizio nella Legione straniera, e il Sudan, dove Sophie, figlia del comandante di Nicolas, è stata rapita.

Al nostro eroe il compito di mettersi sulle sue tracce per cercare di ritrovarla.

 

Qui di seguito un estratto del racconto e, alla fine, il link per proseguire con la lettura e scaricarlo in formato pdf sul proprio pc.

 

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      Oggi è il giorno in cui morirò. Già nel pomeriggio, a quanto pare.

      Dicono che in punto di morte si riveda la propria vita come in un film accelerato, ma sono tutte balle. Dopo quasi quarant'anni nella Legione straniera, m'è sembrato tante volte d'essere a fine corsa, ma l'unica cosa a cui ho pensato nei momenti critici è sempre stato come venirne fuori, altro che il film della vita. Del resto non sarei arrivato al momento critico successivo se mi fossi concesso riflessioni esistenziali. Una palla in testa al nemico e via. Che fosse un giovane idealista di qualche Fronte di liberazione degli anni Settanta o un jihadista dei giorni nostri, o magari solo un contadino senza colpe finito nel posto sbagliato, io ho sempre sparato per primo. Meglio avere rimorsi che rimpianti, se vuoi restare vivo.

      E porcherie, per errore o per scelta, ne ho fatte tante negli anni da legionario, ma una sola brucia ancora, tanto da non riuscire a dimenticarla. Perché gli avvenimenti degli ultimi giorni, appena prima che mi rinchiudessero qui dentro, hanno buttato altro aceto su una vecchia ferita. Vecchia di quasi dieci anni.

Alla ricerca di Sophie, rapita in Sudan. Un racconto di Maurizio Maggi

      Il comandante Montigny mi convocò nel suo ufficio, un container alla periferia di Abèchè, diverso dagli altri che lo circondavano, e destinati alla truppa, solo per l'impianto d'aria condizionata, un vecchio arnese sovietico comprato al mercato locale e rumoroso come un trapano. Ogni mattina ingaggiava una lotta impari contro la calura del Ciad centroorientale, in genere perdendola prima di mezzogiorno. I sacchetti di sabbia sul tetto e sulle pareti esterne non facevano che accrescere il senso di oppressione di quegli scatoloni di latta.

      "Nicolas, siediti" mi disse il comandante. "Ho una missione per te."

      "Credevo d'essere qui per il congedo. Oggi è il mio ultimo giorno."

      "Quelle sono solo scartoffie. Questa è una cosa personale" disse indicando i fogli che ingombravano la scrivania.

      Lì in mezzo doveva esserci anche il mio certificat de radiation. Ancora una firma e sarei tornato in Occitania a godermi la pensione, fra tramonti sul mare e battute di pesca. Rimasi in piedi, volevo chiuderla in fretta, dall'aeroporto potevo essere a N'Djamena in meno di due ore e da lì a Parigi in altre otto.

      "Hanno rapito mia figlia" disse Montigny, mostrandomi il palmo della mano come per indicarmi le bassezze del mondo attorno a noi, o forse solo insistere perché m'accomodassi.

      Mi lasciai cadere sulla sedia.

      "Sophie?"

      Tutti sapevano di lei, alla base, anche se pochi l'avevano incontrata. Io l'avevo vista solo una volta, e di sfuggita, il mese prima, mentre il padre la caricava a forza su un veicolo militare di fronte a uno dei tanti campi profughi a nordest della città.

      "S'era messa in testa di aiutare gli sfollati dal Darfur" m'aveva detto lui il giorno seguente. "L'ho dovuta rinchiudere in casa."

      Il vecchio non aveva tutti i torti. Sei mesi prima, alla morte dell'ex moglie, s'era ritrovato in eredità quella ragazza. La teneva in città, dentro una villa super sorvegliata, ma la vocazione da crocerossina di Sophie rischiava di metterla in pericolo.

      Il conflitto nel Sudan meridionale aveva costretto decine di migliaia di persone a cercare scampo altrove, e il Ciad era la meta più facile. Abéché aveva circa ottantamila abitanti, ma nei campi in periferia ce n'erano quasi il doppio e ogni giorno ne arrivavano di nuovi. Il personale dell'UNHCR si prendeva cura di loro e c'erano soldati ONU tutt'attorno, ma nessuna sicurezza. La settimana dopo quella scenata tra Sophie e suo padre, fra quelle stesse baracche da cui lei era stata allontanata di peso, avevano violentato più di duecento donne. In pieno giorno. E nessuno aveva pagato.

      "Hanno chiesto un riscatto?" chiesi.

      Sarebbe stata l'ipotesi più rassicurante, dopotutto. Di quel fuggevole incontro con Sophie m'era rimasta l'immagine di una ragazza che lottava per sottrarsi alla presa del padre, agitando gambe e braccia e mettendo in mostra muscoli sodi e guizzanti come pesci appena tirati fuori dall'acqua. Gli occhi color turchese avevano incrociato i miei per un istante, mentre il padre l'agguantava per i capelli rosso rame e le spingeva la testa nel veicolo. Quella bellezza quasi animale poteva indurre un rapitore a fare molto di

peggio che chiedere un riscatto e lei a un gesto di ribellione che poteva costarle la vita. E se c'è una cosa alla quale non mi sono ancora abituato è la violenza sulle donne.

      Ma il comandante scosse la testa.

      "Nessun contatto per ora" disse.

      "Come sai che l'hanno rapita, allora?"

      "La governante non l'ha trovata in casa. In camera sua era tutto sottosopra."

      "L'allarme?"

      "In qualche modo l'hanno disattivato. Hanno anche forzato la cassaforte. Deve essere successo due o tre ore fa al massimo. Non hanno molto vantaggio."

      "Cosa pensi che vogliano?"

      "Non lo so. Ma so cosa voglio io: prenderli prima che lascino il paese"

      "Come sai che lasceranno il paese?"

      Aprì una carta del Ciad davanti a me.

      Ammirai la sua freddezza. Il mio unico figlio era morto a diciotto anni. Me l'avessero rapito, avrei dato di matto. Ma Montigny era diverso. Lo chiamavano Little Boy, come la bomba di Hiroshima, perché era nato il 7 luglio del 1945. Il soprannome se l'era scelto lui, e questo diceva molto della sua sensibilità di fronte alle asperità della vita.

      "Non la terranno in città" affermò. "Una ragazza bianca si farebbe notare. Una come lei, poi. Sanno che la troveremmo."

      "Per uscire dal paese, la cosa migliore sarebbe arrivare a N'Djamena. È grande e ci si può nascondere. Ed è vicina al confine" dissi. "Dobbiamo dare l'allarme e mettere dei posti di blocco lungo la strada."

      "No, niente allarmi. La ucciderebbero subito."

      "Quindi che facciamo?"

      "Chi l'ha rapita sapeva dove trovarla, come entrare in casa e quando. Forse aveva già avuto contatti con lei" mi disse Montigny. "Sospetto che nei pochi giorni in cui ha lavorato ai campi sia stata notata dalle persone sbagliate. È da là che partirete."

      "Partiremo?"

      "Voglio una squadra. Tre o quattro al massimo. Quattro mesi di stipendio base per ognuno, il doppio per te."

      Mise un tascapane sulla scrivania. A occhio c'erano fra i venticinque e i trentamila euro. Una buonuscita inaspettata.

      "Qui c'è una lista. Scegli chi vuoi."

      Mi mostrò un foglio scritto a mano.

      "Sono tutti legionari a fine ferma, come me" gli feci notare, ma lui non mi rispose. Estrasse una foto da un cassetto e la osservò per qualche secondo, quasi soppesandola, prima di consegnarmela.

      "Questa vi servirà."

      Era Sophie. Lo scatto l'aveva colta in un'espressione imbronciata che la faceva sembrare più giovane dei suoi diciotto anni.

      Sul retro c'era una scritta a penna: Non vergognarti dei tuoi sogni.

      Grafia arrotondata e un po' infantile. Era di sicuro la sua.

      "Ok, meglio che mi muova." M'alzai in piedi ma Little Boy mi fermò con un cenno.

      "Un'altra cosa" disse. "Non è nell'elenco, ma uno degli uomini che porterai con te sarà Molmann."

      "Quel Molmann?"

      Smit Molmann, un olandese bravo solo a uccidere. Si diceva che avesse fatto fuori tre dei nostri per questioni di debiti di gioco. Ai tizi della police militaire accorsi sul posto, a due passi dalla base, aveva raccontato di un'aggressione di ciadiani ubriachi. Per loro era bastato ma nella Quinta compagnia nessuno se l'era bevuta.

      "Riporterà lui la ragazza e si occuperà dei rapitori, una volta presi. Non si fanno prigionieri, Nicolas."

Alla ricerca di Sophie, rapita in Sudan. Un racconto di Maurizio Maggi

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      Corsi da Matteu e Louis, i due migliori elementi della compagnia. Per fortuna erano nell'elenco.

      "Niente divise o armi lunghe, è una storia privata. Louis, trova un mezzo senza insegne militari, spicciati."

      "Mica male tornare in Corsica con quattro mesi di stipendio extra" disse Matteu. "Ma quel bastardo di olandese deve per forza venire? Non bastiamo noi tre?"

      "Noi quattro. Ci sarà anche Mirko" misi subito in chiaro. Italiano, neanche vent'anni e in Ciad da pochi mesi, Mirko non era nell'elenco di Montigny, ma lo volevo lo stesso. Sapevo che sarebbe diventato un bravo soldato e l'avevo preso sotto la mia protezione. I due corsi dicevano che lo facevo perché mi ricordava il figlio che avevo perso. Avevano un rapporto ambiguo con lui, a metà strada fra rivalità e rispetto.

      "Perché Mirko?" chiese Matteu.

      "Perché può esserci utile, vallo a chiamare" tagliai corto.

      Ero in un angolo appartato del cortile, l'ombra di un container offriva l'illusione di un riparo dalla calura, e facevo del mio meglio per convincermi che fosse una buona idea coinvolgere il ragazzo all'insaputa di Montigny, quando Smit mi raggiunse. Sembrava già informato.

      "Diamoci una mossa" disse, come se il capo fosse lui. "Se raggiungono N'Djamena siamo fregati."

      "Non sappiamo nemmeno che faccia abbiano o quanti siano" obiettai. "Né che veicolo usino."

      In quel momento Louis tornò con un Piquatre, il fuoristrada più diffuso nell'Armée. Mirko e Louis erano già a bordo.

      "Forza, muoversi!" dissi io. "Andiamo al campo frequentato da Sophie. Dobbiamo capire se aveva amici, se parlava con qualcuno."

      Quindici minuti più tardi eravamo di fronte a un'enorme distesa di tende e ripari fatti di teli di plastica e canniccio intrecciato, fango secco e paglia, tanto coperti di polvere da sembrare un'escrescenza della terra su cui poggiavano. Il campo ospitava più di trentamila profughi ed era solo uno dei quattro cresciuti alla periferia di Abéché, zeppi di gente che scappava dalla guerra e dalla siccità. Centinaia di donne, quasi tutte col velo, formavano una lunga fila in attesa di ricevere acqua da un'autobotte dell'UNHCR. Parcheggiammo il Piquatre sotto lo sguardo sospettoso di un gruppo di uomini, tutti con la tradizionale

taqiyah in testa e la jellabiya bianca lunga fin quasi alle caviglie.

      Trovammo subito una dottoressa, una tedesca con un taglio di capelli che, non fosse stato per il colore biondo, l'avresti scambiato per un elmetto.

      "So chi è Sophie" ci disse subito. "Ma che prove avete che è stata rapita?"

      "Vuole insegnarci lei come si fa un'indagine?" le disse Louis a muso duro.

      "Mi sta dicendo che c'è un'indagine? Non sembrate poliziotti" concluse la donna, dandoci le spalle per rimettersi al lavoro.

      Eravamo tutti in borghese e dichiarare grado e appartenenza non ci avrebbe aiutati. Il personale umanitario è spesso diffidente verso militari e polizia.

      "La crucca non ci dirà nulla, capo" sentenziò Louis dopo averle tentate tutte. "C'ha scambiato per contractor."

      Pantaloni cargo e camicie a manica corta che non riuscivano a nascondere le pistole infilate alla cintura, occhiali da sole a specchio: sembravamo davvero mercenari. E il veicolo rimediato da Louis, con le insegne militari malamente grattate via, confermava l'impressione.

      M'accorsi in quel momento che l'olandese era tornato al parcheggio e agitava le braccia, invitandoci a raggiungerlo.

      "Ho scoperto chi è il tizio che potrebbe avere preso la ragazza" ci disse. "Simon, un negro che lavorava qui come infermiere. Parlavano spesso."

      "Dobbiamo trovarlo."

      "Stamattina non s'è presentato al lavoro. Ma ha un cugino." Smit indicò una baracca appena fuori dal campo, con l'aria appena meno disperata delle altre. Sul retro, oltre un muretto di taniche impilate, si intravedeva una specie di orto.

      "Andiamo a farci due chiacchiere" dissi.

      La baracca era deserta. Louis sfondò la porta e cominciammo a cercare all'interno, rovesciando i pochi mobili. Sembrava una caccia senza speranza, quando Mirko, che era sparito sul retro, ci interruppe.

      "Capo, forse ho trovato una traccia."

      Lo raggiunsi, all'ombra precaria di un'acacia scheletrica. Sembrava in fiore, ma le macchie bianche erano solo larve di locuste. Mi mostrò un ammasso di profilati di plastica.

      "L'hanno smontata, è la carenatura di un moto-taxi" disse.

      Li chiamano "clandos" e per trenta centesimi di euro ti portano dove vuoi, anche chiamandoli col cellulare. Il Ciad ne è pieno.

      "Il cugino del nostro uomo fa il tassista" disse Louis dall'interno. Si affacciò a una delle finestre agitando un documento.

      "S'è liberato della carenatura" disse Mirko.

      "L'unico motivo per farlo, se sei un tassista, è perché la moto serve a qualcun altro" completò il ragionamento Matteu. "Qualcuno che deve correre in fretta."

      Ripartimmo immediatamente. Una bambina ci rincorse, spiccando lunghi balzi che la mantennero al fianco del Piquatre per quasi un minuto, neanche fossimo la sua ragione di vita, prima che Louis si decidesse a dare gas. La osservai diventare un puntino sempre più piccolo nello specchietto retrovisore.

 

Per scaricare il pdf del racconto completo, clicca qui

 


Per la prima foto, copyright: Randy Fath su Unsplash.

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