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Alla ricerca di silenzio, solitudine e senso. “Benedetta follia” di Vittorino Andreoli

Alla ricerca di silenzio, solitudine e senso. “Benedetta follia” di Vittorino AndreoliBenedetta follia. Dai padri del deserto ai mistici di oggi: lo psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli, per la casa editrice Piemme, con un titolo apparentemente oscuro e ossimorico e un sottotitolo, al contrario, chiaro ed esplicativo, torna a far capolino tra gli scaffali di tutte le librerie del Paese.

Con tanto di «ventaglio scomposto ed irrisolto» di capelli e «sopracciglia da primate» sopra gli occhi vividi che spuntano dal fondo della copertina bianca, lo studioso e divulgatore ci guida in un viaggio lungo secoli, a partire da Paolo di Tarso. Nella Prima lettera ai Corinzi si legge: «La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio» e «la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio». San Paolo non pone i termini “follia” e “stoltezza” come assoluti, li «deriva dal confronto»: infatti, la sapienza di Dio e di coloro che lo seguono è follia per chi nel mondo si considera sapiente. Dio stesso è dunque folle e folle deve essere chiunque cerchi di camminare lungo il Suo cammino. Questa la prima diagnosi, senza fondamento scientifico ma di palese efficacia dialettica. In seno alla Chiesa, con l’Inquisizione poi, il termine “follia” non sarà più attribuito agli stolti in Cristo, bensì a oppositori, eretici, peccatori e indemoniati: riconoscere e, appunto, diagnosticare la follia diventa «una modalità per escludere l’altro e per attestare la propria sapienza (o normalità)».

 

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Quando però si parla di folli di Dio, il riferimento è un altro e si colloca nei primi quattro – cinque secoli della storia del cristianesimo: in quel tempo, molti cristiani decisero di mettere in scena, consapevolmente, il teatro della loro follia attraverso l’ascesi, un esercizio protratto di allontanamento dalla convenzione, dalla consuetudine, dal mondo.

Alla ricerca di silenzio, solitudine e senso. “Benedetta follia” di Vittorino Andreoli

Accompagnandoci in luoghi solitari come la Tebaide, le montagne della Nitria o la Calcide e con costanti riferimenti letterari a testi quali La storia lausiaca di Palladio di Galazia, la Vita di Antonio di Atanasio d’Alessandria, la Vita di Ilarione di Girolamo, Andreoli presenta i punti più avvincenti del racconto e dello spettacolo folle dei percorsi ascetici dei padri del deserto. Lontani dalle vanità del secolo (biblicamente inteso), i folli di Dio penetravano «nel territorio in cui infierivano i demoni della notte […] polimorfi, laidi, bestiali, violenti» ma incapaci di tener testa sia a scontri fisici, vere e proprie lotte con pugni e percosse, sia a un «segno di croce, una preghiera calma e indifferente» (cito da G. Manganelli, Laboriose inezie, Milano, Garzanti, 1986, p. 65).

Dalla lotta contro i demoni, sempre meno cruenta (il demonio, da grande tentatore, è ridotto – in un passo dei Dialoghi di Gregorio Magno – a un «povero merlo» fastidioso) si passa alla narrazione di prodigi e miracoli, a cronache popolari tanto fiabesche da generare in noi «l’idea di quanto allora medici, maghi, uomini con potere di guarire e di liberare dai demoni fossero richiesti per qualsiasi motivo».

Il capitolo successivo di Benedetta follia abbandona i padri nel deserto ed entra nei monasteri medioevali, vagola per gli scriptoria, proseguendo nel racconto dell’eterna lotta tra bene e male: come protagonista sceglie la falotica figura di Rodolfo il Glabro. Nessuno meglio di lui, infatti, a cavallo dell’Anno Mille, può incarnare questo scontro: monaco e quindi considerato folle per il mondo, è considerato folle anche tra i monaci. Di più: a causa della sua natura irrequieta e riottosa, uno zio lo aveva obbligato a indossare il saio all’età di dodici anni, convinto che il monastero potesse costituire un farmaco, una cura, una terapia per i suoi comportamenti molesti.

Di seguito, Andreoli smette il taglio storico della trattazione e sbriglia il suo discorso verso i piani di una riflessione più ampia: nell’«agonia» della civiltà occidentale dominata «dagli istinti e dalle pulsioni» i folli di Dio sono scomparsi e Dio stesso appare come «un insensato».

Poiché «Dio per l’uomo è un desiderio, un’immagine necessaria», a che pro ritenerlo un folle?  In realtà «i folli sono, forse, coloro che si sono attribuiti il potere umano di parlare e di sentenziare in nome di Dio».

Alla ricerca di silenzio, solitudine e senso. “Benedetta follia” di Vittorino Andreoli

Le pagine successive impegnano il lettore in un itinerario tra «Volti e maschere del demonio», lungo il solco della «inquietante questione del male». Come una guida in un museo l’autore mostra una lunga rassegna di come il diavolo è stato interpretato, inteso e rappresentato sia nella letteratura, sia nella storia del pensiero (anche scientifico) e della religione: dalla Bibbia a Freud, da Milton col suo Satana alto dodici chilometri, al diavoletto “da tavolo” di Cartesio, da Martin Lutero (singolare e grottesco un passo dei Discorsi a tavola, in cui il monaco scaccia il diavolo con una scoreggia) a Rabelais (per restare in tema, nel Gargantua e Pantagruel «Lucifero soffre di problemi intestinali a causa di un’alimentazione sregolata»); demoni mostruosi e alieni e demoni affabili ed urbani; diavoli che allontanano da Dio e diavoli che riportano a Dio; il demone interiore della malattia mentale; quello della volontà di potenza, il volto del potere.

 

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Nella conclusione, dall’eloquente titolo «Una follia che sa di sapienza», Andreoli espone un desiderio cogente: poter fuggire, almeno temporaneamente, dal mondo alla ricerca di «silenzio, solitudine e senso». Tre bisogni radicati nel profondo dell’uomo, prima che temi di fede. Sembrerebbe una follia nel turbinìo dell’oggi, ma «trascendenza e ascesi rispondono […] ai bisogni della mente», della struttura essenziale e «costitutiva» di ogni uomo, il quale «è protagonista della vita sulla terra» e al contempo si relaziona continuamente con qualcosa di superiore, senza esserne schiavo, come un figlio con il padre.

«In questo tempo di confusione e di smarrimento del senso dell’uomo e del mondo abbiamo bisogno di folli di Dio». Aggiungo: abbiamo anche bisogno di voci, come quella di Vittorino Andreoli; e di occasioni di riflessione, studio e dialogo, come ce ne offre la lettura di Benedetta follia.


Per la prima foto, copyright: Paolo Nicolello su Unsplash.

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