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Alla ricerca dei tormenti dell’anno Mille. Intervista a Santi Laganà

Alla ricerca dei tormenti dell’anno Mille. Intervista a Santi LaganàI giorni del ferro e del sangue colpisce. Già dalla prima pagina ci si ritrova avviluppati nella trama tessuta da Santi Laganà: ci si lascia andare alla storia senza opporre resistenze. Uscito per la Mondadori, rappresenta l’esordio narrativo di Santi Laganà: un romanzo storico, denso ed emozionante.

Anna vive in un mondo complesso, difficile, spaventoso visto da oggi, forse fin troppo per una ragazza giovane e bella. Siamo vicini all’anno Mille. La chiesa, il luogo della purezza dello spirito, è guidata da un papa che incarna i vizi più che le virtù.

È un mondo in cui si muore per poco. È un mondo in cui si può rimanere soli, indifesi e costretti a lasciare il bozzolo delle certezze in pochi istanti. Eppure, sorprendentemente, leggendo I giorni del ferro e del sangue si capisce non solo il passato, ma soprattutto il presente.

In occasione dell’uscita del romanzo, con Santi Laganà abbiamo parlato dei tormenti dell’anno Mille, delle sue insidie e dei suoi legami con l’oggi.

 

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Un libro denso, che porta il lettore lungo le vie impervie che Anna calpesta, ma anche dentro le poche certezze della ragazza e i tanti pericoli che incombono sulla sua figura. Come nasce il romanzo?

Nasce dal desiderio di esplorare un periodo della nostra storia misconosciuto e particolarmente degradato. L’Alto Medioevo mi ha sempre appassionato e la seconda metà del X secolo mi è sembrata particolarmente stimolante anche perché a lungo volutamente “ignorata” – per evidenti ragioni – dalla Chiesa e dalla storiografia ufficiale nonostante sia stata il palcoscenico di grandi avvenimenti, primi fra tutti la fine della autonomia papale e l’inizio della supremazia tedesca sull’Italia che di fatto sarebbe durata nove secoli.

 

Siamo intorno all’anno Mille e, tra le tante fissazioni del mondo, c’è anche quella della sua fine. Un’idea ricorrente nella storia dell’umanità. A cosa è dovuta questa fissazione, secondo lei? Ha forse a che vedere con la natura finita dell’uomo o è l’ignoranza a spingere l’uomo a raccontarsi «storie» di paura, come appunto quello della fine del mondo?

Rispondo con una frase di Jacques Le Goff, grande medioevalista francese, che ho riportato nella postfazione del romanzo: «Gli uomini del medioevo non sanno guardare ma son sempre pronti ad ascoltare e a credere tutto ciò che si dice loro... nel corso dei loro viaggi essi credono di aver visto ciò che hanno appreso per sentito dire... nutriti di leggende che ritengono verità, portano con sé i loro miraggi e la credula immaginazione materializza i loro sogni...»

Va da sé che ignoranza e superstizione sono stati per secoli alimentati ad arte da chi deteneva il potere – temporale e spirituale – ed era interessato a perpetrarlo attraverso il monopolio della cultura, la suggestione religiosa, il timore della dannazione e del peccato inculcato a piene mani a folle di diseredati, la costante minaccia dell’uso legale e arbitrario della forza sulla massa negletta.

Quanto poi alla leggenda della fine del mondo, è stato giustamente osservato come a quei tempi lo stesso computo del tempo era assai aleatorio e problematico persino per molti ecclesiastici! La maledizione dell’Anno Mille certamente non ci fu come noi oggi la fantastichiamo; quel timore diffuso più che derivare da un consapevole richiamo dell’Apocalisse di Giovanni fu piuttosto un qualcosa che rientrava a pieno titolo nella  strategia delle classi dominanti.

Alla ricerca dei tormenti dell’anno Mille. Intervista a Santi Laganà

«La fede […] attecchisce se l’anima è pura, serena, sinceramente disposta a riceverla, ad alimentarla con costanza. Se invece è oppressa da mille preoccupazioni e paure, distratta da angosce e tormenti continui, non potrà avere tempo e disponibilità nemmeno per una preghiera fugace». Una visione che va in controtendenza. Non è l’oppressione a dare il via alla fede, bensì la serenità. Era così allora, in quel lontano anno Mille? Lo è ancora? Cosa serve oggi perché la fede attecchisca?

La fede è una dote che non tutti hanno o che molti possiedono in una versione “laica” che non ha niente a vedere con quella religiosa esibita invece nell’esempio indicato. Facile per un privilegiato ecclesiastico porre l’accento sulla serenità offerta dalla propria condizione come terreno di coltura ideale per l’abbraccio con Dio, certo, ma sono altrettanto convinto che la fede scaturita dall’oppressione difficilmente è genuina e spontanea. Nell’anno Mille la fede come la intendiamo noi era un lusso riservato a pochi eletti e del tutto sconosciuta alle masse afflitte da problemi materiali di ogni tipo; oggi, invece, il problema è esistenziale, filosofico: chiedere all’uomo o alla donna contemporanei di abbracciare acriticamente la fede significa dire loro di rinunciare in gran misura alla ragione e alle sue ineludibili suggestioni. Dilemma drammaticamente difficile da risolvere. 

 

Sono numerose le riflessioni che colpiscono il lettore, specie per il parallelismo con l’epoca contemporanea, un parallelismo che nasce spontaneo. Lei scrive: «essere informati spesso fa la differenza tra la vita e la morte». Oggi, come possiamo interpretare questo assunto essenziale? È ancora così o l’avvento della tecnologia ha cambiato la situazione?

Assolutamente no. Riporto un dato di fatto oggettivo che è valso in ogni epoca e che, se mai, oggi risulta enormemente dilatato e potenziato dalla tecnologia e dall’informatica. Forse l’unica differenza è che allora l’informazione (comunque acquisita) faceva la differenza tra la vita e la morte, oggi tra il potere e l’emarginazione. 

 

Anna porta con sé una sorta di maledizione o di peso. È bella. Straordinariamente bella. E questo la pone in pericolo. Cos’è allora la bellezza, un’arma o, appunto, un peso? Ha una valenza diversa se appartiene alle donne o agli uomini?

Mi permetto di dire che Anna è bella ma non straordinariamente bella. Come potrebbe esserlo del resto una giovane vissuta negli stenti e consumatasi nel lavoro più duro fin dalla nascita senza neanche saper concepire una attenzione anche solo approssimativa alla propria persona? Una donna che a nemmeno vent’anni si sente già una vecchia senza più speranze?

D’altro canto giova ricordare che a quei tempi il concetto di bellezza era molto diverso dal nostro: allora una donna era di per sè una eccezione, uno strumento perverso del diavolo che valeva spesso meno di una giumenta o di una mucca, ma ugualmente non era affatto necessario essere splendide cortigiane per provocare una forte attrazione sull’altro sesso. I bisogni primordiali sistematicamente repressi pur di trovare uno sfogo si accontentavano di poco e senza badare al rispetto delle forme più elementari.

Infine, da che mondo e mondo, una donna bella (e capace) può aprire ogni porta; un bell’uomo no. Per Anna la bellezza diventa certamente un’arma dopo essere stata un peso, la causa di tante sofferenze.

 

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La vendetta, o la giustizia, è qualcosa di forte in Anna, esonda quasi come un fiume gonfio che strappa via gli argini, anche nei momenti meno opportuni. Per sopravvivere a un mondo che ti vuole schiacciare serve una grande motivazione, sembra dirci Anna. È così? Cerca questo Anna, una grande motivazione per sopravvivere a un mondo a lei ostile?

Anna dopo essere miracolosamente sopravvissuta alle terribili prove che le sono state inferte dal destino aveva due opzioni: uccidersi o vivere pascendosi del desiderio di vendicarsi e di ritrovare il fratello. L’incontro con Arnolfo la orienta sulla seconda via e da allora acquista progressivamente la consapevolezza, rozza ma efficace, che solo con la più forte determinazione e con l’abbandono di ogni pietismo o debolezza avrebbe potuto avere la sua vendetta e, magari, costruirsi un futuro degno di essere vissuto. I romanzi che seguiranno si incaricheranno di raccontare le nuove sfumature e le nuove sollecitazioni che animeranno Anna.

Perché la quiete appena conquistata alla fine di questo romanzo è, con tutta evidenza, assai precaria.


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