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Alessandro Raveggi, la nuova fortunata stagione dei narratori toscani

Alessandro Raveggi, la nuova fortunata stagione dei narratori toscaniDal suo speciale osservatorio lo scrittore toscano, Alessandro Raveggi racconta la nuova fortunata stagione dei narratori toscani. E ne ha da ben dire. Una scena ricca, vivace, multisfaccettata. E Raveggi fa parte a buon diritto di questa folta schiera, dividendosi tra l’Italia e il Messico, di cui assorbe energie ed influenze per riportarle da quest’altra parte del globo.

Abbiamo intervistato il fiorentino Alessandro Raveggi per conoscere da vicino il suo lavoro e l’interessante e fortunata stagione dei narratori toscani.  

 

Che cosa pensa dell’attuale vivacità e fertilità degli autori toscani? Pensiamo a Vanni Santoni, Francesco Recami, Simone Lenzi, Marco Malvaldi

Ovviamente ne penso bene. Finalmente una scena letteraria si vede e soprattutto è in connessione, partecipa a progetti in comune, come l’antologia curata da Raoul Bruni nel 2013. L’azzardo è forse farla durare nel tempo, perché la Toscana è da sempre terra di “minori”, di personaggi più o meno schivi rispetto all’establishment, ma per questo anche di grandi innovatori (Malaparte, Bianciardi, Papini, Coccioli). Non vorrei che si perdesse questa linea “brava” rispetto a scritture da cassetta o addomesticate al toscanismo del “guarda come è simpatico questo toscanaccio”. Non si tratta, poi, di far valere un moto di orgoglio – “W gli scrittori toscani!” (anche perché noi toscani siamo bastian contrari per eccellenza e ci si rifiuterebbe). Si tratta di sostenere tutti quanti un sistema editoriale, anche al di là degli autori: festival, editori, traduttori, lettori (e quindi pure biblioteche), che promuovano e mettano in circolo le nuove scritture.

 

Che posizione occupa oggi Firenze nel dibattito culturale italiano?

A Firenze c’è una gran voglia di maturità, di dialogo con città come Milano, Torino e Roma, c’è qualità ma forse per minore quantità questo si percepisce meno. Oggi è una città ricchissima di luoghi ben connessi con il resto del Paese: festival di cinema, teatri classici e non, musei contemporanei e grandi gallerie storiche che si rinnovano e non sono più atrofizzate come un tempo. Per quanto riguarda il mondo letterario, pensa solo al caso della Libreria Todo Modo, nella quale confluiscono varie esperienze: dal Castello in Movimento, residenza internazionale per scrittori, a Sur edizioni e Marco Cassini che da Roma hanno ben pensato di partecipare alla costituzione di un luogo del genere. Dal mio punto di vista di scrittore, spero solo che le mire giustamente riposte nel nuovo progetto editoriale di Giunti portino a compiere dei passi avanti non solo alla casa editrice, ma anche alla comunità locale di suo, imprescindibile riferimento, a parer mio. Insomma, che sia occasione di un dialogo con quello che accade in città, per paura di provincialismo.

 

Ci racconta l’esperienza di lavoro della scorsa estate in Messico?

Ho goduto di una borsa artistica internazionale del governo messicano, grazie anche al sostegno di Juan Villoro, e ho così sviluppato in circa un mese e mezzo un progetto di scrittura particolare: basato sul concetto di felicità degli italiani che vivono in Messico, volto a prendere appunti, bozze, per un mio nuovo romanzo “messicano” sulla vita metropolitana e universitaria a Città del Messico – che è prisma di tutto il Messico contemporaneo: violento, devastato e perso, ma anche culturalmente vivacissimo e maturo. La residenza-raccolta si è espressa attraverso tre interviste a tre italiani che vivono al Distrito Federal, due incontri pubblici presso importanti centri di cultura e musei della megalopoli, dove discutevo con il pubblico presente i risultati della mia ricerca. Ad oggi ho scritto su quest’esperienza un reportage che sta uscendo per Minima&Moralia in parti, oltre a un racconto autonomo e alcuni capitoli del romanzo. La prossima primavera presenterò il percorso a Roma, in un evento all’Ambasciata del Messico.

 

Lei è un grande appassionato, oltre che profondo conoscitore, della narrativa e della letteratura sudamericana: quali sono gli aspetti più importanti e significativi degli autori sudamericani ancora poco conosciuti in Europa?

Fortunatamente oggi abbiamo una conoscenza maggiore e profonda delle varie facce della letteratura latinoamericana: dal romanzo più intimista al grande affresco corale, da scritture minimaliste a barocchi moderni. La riscoperta di autori come Benedetti, Saer, Hernandez, Rulfo, o di autori contemporanei fondamentali (oltre al solo Bolaño) fa sì che si abbia una visione meno stereotipata, viziata dalla vecchia solfa del Boom, del cosiddetto realismo magico. Abbiamo cioè finalmente capito che l’America Latina non è una regione, bensì un gigantesco Continente che può essere paragonato alla Letteratura Europea (e anzi il mondo ibero-americano e lusofono del libro è di gran lunga più ampio della sola letteratura europea). Allo stesso tempo, bisognerebbe non accontentarci di quello che è arrivato in Italia negli anni Settanta, e ricostruire dalla distanza la categoria del realismo magico: magari rispolverando meglio Lezama Lima, Alejo Carpentier o lo stesso messicano Carlos Fuentes, che in Italia è stato in realtà letto poco e male. Si dovrebbe poi guardare anche alla forma duttile del mercato latino-americano: da poco sono usciti nuovi autori di grande livello, penso a Valeria Luiselli, che non disdegnano la scrittura complessa e si guadagnano le copertine dei magazine letterari americani. Un certo tipo di modello, variegato, connesso anche al mondo anglosassone, che rischia, darebbe spazio anche in Italia ad altri tipi di scritture più poliedriche.

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Alessandro Raveggi, la nuova fortunata stagione dei narratori toscaniTornando in Italia, da docente si occupa anche di corsi di scrittura autobiografica che riscuotono sempre un nutrito seguito di consensi e da metà novembre partirà un suo nuovo corso sulla scrittura autobiografica. Perché c’é tanto interesse intorno al genere dell’autobiografia? Quali sono gli autori di riferimento da cui non si può prescindere?

Diciamo che il motivo recondito della maggior parte degli studenti dei corsi (o, come preferisco chiamarli, laboratori) è quello di lavorare su qualcosa di ingarbugliato che hanno dentro. Però spesso si arriva con l’idea che prima di tutto si debba scrivere racconti con protagonisti persone avulse dalla nostra vita e dal nostro vissuto, e che solo così si potrà a pieno titolo mettere un piedino nel vero Mondo Letterario. L’autobiografia rimane così nel cassetto più dei manoscritti. Anche perché si pensa che la scrittura dell’Io sia la più ingenua e banale, meno rischiosa, più naif. Esempi odierni (penso a Carrére, a Sebald, così come a Zambra, Hemon, o l’ultimo Vila-Matas) ci mostrano in realtà come l’autobiografia sia oggi un luogo di novità, dove l’Io e il proprio vissuto viene spezzettato, rimasticato, reso collage e ready-made. Insomma, l’autobiografia è un terreno inesplorato sebbene a noi vicinissimo, una vecchia elegante macchina che vale la pena truccare un po’ per riportarla a correre su strada.

 

Su Doppiozero ha parlato di “Calvino tatuato”, a trent’anni dalla sua morte. Può spiegarci meglio questo concetto?

Sono stato chiamato assieme a un gruppo di scrittori e critici trentenni a rispondere della contemporaneità feconda di un autore come Calvino. Dal mio punto di vista (stavolta di studioso), la parte inesplorata dell’autore è quella relativa (ancora una volta!) all’autobiografia. Calvino in ogni suo progetto dissemina dettagli e marchi del proprio io, si traveste dei propri personaggi, modifica il proprio io e lo confronta con mondi e culture. Tuttavia è ancora oggi considerato un autore scarsamente legato al proprio vissuto. La provocazione del “tatuato” è l’idea che in qualche modo lui abbia giocato a nascondersi dietro i propri testi, facendoli comunque vibrare epidermicamente con il proprio vissuto individuale. Da lì l’immagine di un Calvino tatuato e tatuatore di se stesso, della propria pelle. Che poi, se vogliamo, è anche l’immagine di un Calvino selvaggio, un Calvino antropologo che si mimetizza tra le selve della tarda-modernità e ne interpreta i segni. È un approdo, che mi piacerebbe sviluppare ulteriormente, del mio libro sul rapporto tra l’autore e le Americhe, uscito per Le Lettere nel 2012.

 

Infine, può raccontarci a quali nuovi progetti sta lavorando?

A parte due libri che usciranno nella primavera del prossimo anno (una raccolta di racconti con Liberaria editrice, e un’antologia da me curata), sto scrivendo un nuovo romanzo che vorrei terminare quest’inverno – e che ho dovuto interrompere per il sopraggiungere dell’invito messicano. Mentre spero che, dopo l’anticipazione su Le parole e le cose, esca presto la mia nuova raccolta di poesie. Come curatore, sto lavorando ad altri progetti legati al festival che dirigo per New York University a Firenze, ma ancora è presto per parlarne approfonditamente.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori.

 

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Non vedo dove sia l'insulto siceramente e non so a cosa si riferisca. Ho posto due domande serie e legittime, su questioni essenziali. Se pur brevissime erano chiaramente argomentate. Oppure bisogna per forza allinearsi?

Concludo dicendo che qui in Francia c'è meno pruderie. Tenetevi il vostro tipico privincialismo italiano autoreferenziale

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