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Alberto Moravia: «Se è questa la giovinezza vorrei che passasse presto»

Alberto Moravia: «Se è questa la giovinezza vorrei che passasse presto»È uscito da poco in libreria, edito da Bompiani, Alberto Moravia. Se è questa la giovinezza vorrei che passasse presto. Lettere 1926-1946, un testo di riferimento per gli addetti ai lavori e gli estimatori dell’opera di Moravia. Le lettere contenute in questa raccolta sono lettere vere, prive di una progettualità retorica, pensata dal suo autore per lasciare un’immagine di sé filtrata dalla letteratura; si tratta di verità intime e personali, condivise in origine col solo destinatario a cui la corrispondenza è rivolta. Sul Romanzo ha incontrato Alessandra Grandelis, che svolge la propria attività di ricerca presso il Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università di Padova, curatrice del volume.

 

Vorrebbe raccontarci brevemente del suo incontro con l’opera di Alberto Moravia e di come le è stato affidato questo “singolare” epistolario?

La mia formazione avviene all’Università di Padova, dove mi sono laureata e dove ho conseguito il Dottorato di ricerca con una tesi sull’opera di Pasolini per la quale ho avuto la possibilità di lavorare sulla biblioteca dell’autore. Quando, una volta terminato il Dottorato, ho scoperto che il Fondo Alberto Moravia di Roma – con sede nell’ultima abitazione dello scrittore in Lungotevere della Vittoria 1 – possiede la ricca biblioteca appartenuta a Moravia, ho chiesto di poterla visionare incuriosita da un’eventuale ricerca sui postillati moraviani. Tuttavia una volta sul luogo, accolta dalla responsabile del Fondo Moravia, la dott.ssa Nour Melehi, che mi ha permesso di visionare l’Archivio, mi sono resa conto che sulla corrispondenza di uno fra i maggiori autori del nostro Novecento non esisteva alcun lavoro articolato. Da quel momento, dal 2009, con l’avvio del progetto di ricostruzione dell’epistolario moraviano è iniziata la mia collaborazione con il Fondo Moravia. La raccolta di lettere giovanili appena pubblicata va dunque concepita come il primo frutto di una corposa ricerca in fieri sull’epistolario.

 

Quali sono gli argomenti e i temi contenuti in queste lettere giovanili e come documentano, secondo lei, il percorso che ha portato Alberto Moravia a essere uno dei grandi protagonisti del Novecento? Come si riflettono, in queste lettere, i travagli, le scoperte e le conquiste individuali ma pure quelle di un’epoca?

Per rispondere alla sua domanda vorrei partire proprio dal titolo, Se è questa la giovinezza vorrei che passasse presto, che riprende le parole usate da Moravia in una delle lettere; il titolo è in sé una narrazione, il racconto in tempo reale di un giovane fra i diciannove e i trentatré anni che, uscito dal sanatorio, vuole fare tutte le esperienze che la vita gli concede, con tutti i desideri, le aspirazioni, le paure dell’età riversati in lettere assolutamente spontanee e vere. I documenti, di interesse sia per i lettori che per gli studiosi, innanzitutto svelano quali fossero i rapporti di maggior valore per il giovane Moravia nel periodo della sua formazione, umana e intellettuale; inoltre permettono di attingere alle molte letture, voraci e curiose. Sono gli anni in cui, durante la stesura dei romanzi Gli indifferenti e Le ambizioni sbagliate e la composizione delle prime raccolte di racconti, Moravia definisce la propria poetica, in continua ricerca, guardando alla letteratura europea e americana, e riflette su quale debba essere il ruolo dell’intellettuale dentro la società e nel mondo, esplorato nei molti viaggi che qui vengono testimoniati in presa diretta. L’esperienza personale è proiettata nella storia, tra il 1926 e il 1940: ci sono la dittatura fascista, che limita notevolmente la libertà di Moravia, e quella nazista; la guerra mondiale e la guerra d’Etiopia. Moravia guarda gli avvenimenti, li legge con spirito critico. Insieme le lettere forniscono uno stimolante spaccato sul panorama letterario dell’epoca, tra nomi illustri e riviste.

Alberto Moravia: «Se è questa la giovinezza vorrei che passasse presto»

Dall’epistolario del giovane Moravia emergono alcune figure di rilievo che hanno avuto un peso preponderante nella formazione dell’autore de Gli indifferenti: mi riferisco in particolare ad Andrea Caffi e Nicola Chiaromonte. Chi erano e cosa rappresentarono per Moravia?

Andrea Caffi ha avuto una grande importanza nella crescita di Moravia. Caffi è stato un intellettuale italiano straordinario, cosmopolita, il socialista irregolare che nasce a San Pietroburgo e vive gli anni della Russia rivoluzionaria, del fascismo e del nazismo tra cultura e azione, anche all’interno del movimento Giustizia e libertà. È Caffi, tra i pochi a leggere in anteprima Gli indifferenti, a introdurre Moravia nel circolo letterario di Marguerite Caetani, nella cui villa a Versailles ha modo di incontrare personalità illustri come Malraux, Paulhan e Crémieux. Caffi, di vent’anni più anziano, rappresenta una sorta di padre culturale per Moravia, mentre Nicola Chiaromonte, un altro raffinato intellettuale da riscoprire, rientra in quella eletta schiera di amicizie ricordata dall’autore nelle interviste rilasciate nel corso della vita. Va ricordato che insieme a Chiaromonte, nel 1934, Moravia si reca alle Decadi di Pontigny, le riunioni fra intellettuali che Paul Desjardins organizza fra il 1910 e il 1939: la sessione a cui i due amici partecipano è dedicata al tema dell’intolleranza e dell’abbandono delle conquiste dell’umanesimo dentro l’Europa dei totalitarismi. Per la prima volta Moravia si confronta con un pubblico e avverte come un pericolo la distanza dell’intellettuale dalla realtà.

Alberto Moravia: «Se è questa la giovinezza vorrei che passasse presto»

Umberto Morra fu testimone delle nozze tra Alberto Moravia ed Elsa Morante e fin dal primo incontro con Moravia, ad Assisi, nel 1926, rappresentò per lui una guida intellettuale. Le missive a lui indirizzate costituiscono il nucleo più consistente del volume: come venne sedotto, il giovane scrittore, da questa personalità fuori del comune?

Senza alcun dubbio il conte Umberto Morra di Lavriano, un nobile di origine piemontese che trascorre parte dell’infanzia a San Pietroburgo, è la figura che ha avuto maggior importanza nel percorso di crescita di Moravia: un uomo di dieci anni più anziano, anticonformista, fuori dal comune, estremamente colto e di vedute internazionali. Nella sua villa a Cortona ospita intellettuali, scrittori e dà rifugio a molti antifascisti, tra cui i fratelli Rosselli, cugini dello scrittore. Sarà Morra a introdurre Moravia in una rete di relazioni destinate a dilatare l’orizzonte culturale del giovane: Guglielmo Alberti, Bernard Berenson, Pietro Pancrazi, i coniugi Lucangelo Bracci Testasecca e Margherita Papafava, tutte figure appartenenti a una élite culturale discreta, ma fondamentale nello sprovincializzare la nostra cultura. Quella con Morra, grande estimatore di Virginia Woolf, è un’amicizia profonda fondata sulle letture dei classici ma anche dei contemporanei, sulla condivisione del lavoro letterario. Non a caso è lo stesso Moravia ad affermare: “fu una persona molto importante della mia esistenza”, dal 1926 sino alla morte di Morra.

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Morra ha anche il pregio di far conoscere a Moravia il celebre storico e critico d’arte Bernard Berenson, che ha parole di elogio per il giovane autore. Come si configurano le vicende londinesi di Moravia nel 1930 e come si evolve il rapporto con Berenson?

Morra era un sodale di Berenson: nel 1963 dà alle stampe i Colloqui con Berenson. Con ogni probabilità Moravia conosce il celebre critico e storico dell’arte già alla fine degli anni Venti, anche se la sua presenza alla villa I Tatti, vicino a Firenze dove Berenson accoglieva un ristretto gruppo di ospiti, è documentata dal 1930: in quei giorni di agosto è Moravia a leggere ad alta voce Gli indifferenti allo stesso Berenson, rimasto molto colpito da quel giovane scrittore a cui rivolge parole di assoluto valore: lo definisce «l’ultimo dei Profeti», scorge in lui una rara «capacità di indignarsi». È il ritratto straordinario di un ventenne in piena formazione che affronta il primo viaggio londinese tra il novembre 1930 e il febbraio 1931, come inviato della «Stampa» diretta da Curzio Malaparte (un altro protagonista di questo epistolario), con le lettere di presentazione di Berenson, grazie alle quali frequenta i salotti di Lady Colefax e Lady Ottoline Morrell, fra i più importanti del circolo di Bloomsbury. Si tratta di un’esperienza che influenza l’arte moraviana – andrà ben compreso in quale misura – a contatto con la ricerca più viva del romanzo inglese di allora. A Londra Moravia non è solo: frequenta i pittori Carlo Levi, Enrico Paulucci e Francesco Menzio che in quei giorni espongono le loro opere in una delle gallerie di Bloomsbury.

Alberto Moravia: «Se è questa la giovinezza vorrei che passasse presto»

Ci piacerebbe soffermarci un poco di più sul rapporto epistolare con Silvia Piccolomini e Lélo Fiaux, che costituiscono un corpus di grande curiosità e interesse all’interno della raccolta, in quanto rivelano aspetti intimi dello scrittore decisamente nevralgici. Quanto sono protagoniste le donne nella corrispondenza moraviana e come queste due figure incidono nella formazione sentimentale del giovane autore? In più, quanto incideranno queste prime esperienze amorose nella ricerca di modelli femminili – non solo letterari ma come compagne di vita – ai quali Moravia tenderà nel corso di tutta la sua esistenza?

All’interno di questo epistolario giovanile le donne sono protagoniste: in questi anni avviene l’educazione anche sentimentale. Accanto a France, alla misteriosa T., due sono le figure femminili che hanno un ruolo da non sottovalutare nell’esistenza di Moravia. Silvia Piccolomini era una nobildonna senese, indipendente rispetto alle convenzioni dell’ambiente di provenienza; il rapporto risale al 1930 e Moravia chiede a Silvia di sposarlo, nonostante la donna sia già impegnata con un giovane della casata Borghese. Le lettere, rispetto ai racconti moraviani fatti a posteriori, restituiscono una verità sino a oggi sconosciuta. Lélo Fiaux, la pittrice svizzera descritta come «una specie di hippy ante litteram» pronta a lasciare l’Europa per inseguire le orme dell’amato Gauguin, rappresenta il grande amore giovanile di Moravia, colei che per prima gli ha ispirato il sentimento d’amore. Il corpus di lettere che si sviluppa dopo la fine della relazione, durata sei mesi tra il dicembre 1933 e il maggio-giugno 1934, restituisce la forza di un rapporto intenso e doloroso, segnato dai tradimenti di lei e da un aborto che Lélo e Moravia affrontano insieme. Lélo, con la sua personalità e la sua indipendenza, prefigura certamente le donne del futuro.

Alberto Moravia: «Se è questa la giovinezza vorrei che passasse presto»

Con gli epistolari Moravia ha sempre avuto un rapporto complicato. Proprio per questo, nella composizione del volume, si è parlato di «carteggi parziali». Quanto ha nuociuto questo aspetto per chi, come lei, si occupa di studiarne la figura e le opere, e quanto le lettere ci hanno rivelato dell’officina moraviana e dei processi che accompagnarono questo grande scrittore, pungolato da un personale e capriccioso “demone” della creazione (mi riferisco alla lettera 148) pronto a illuminarlo e a rapirlo?

Moravia non cela il proprio pudore nel consegnare alla corrispondenza l’intimità; ciò non toglie che queste lettere rivelino molto, dell’uomo e dell’artista: consentono di avere un punto di vista privilegiato sulla vita e sulle opere, di entrare nel laboratorio dell’autore mettendone in luce il modus operandi. Quando parlo di «carteggi parziali» mi riferisco a due aspetti in particolare. Il primo, di carattere tecnico, riguarda le scelte maturate per la composizione di questo epistolario giovanile, in particolare rispetto alle cesure dettate dall’estensione cronologica. Inoltre la parzialità deriva dalla mancanza delle responsive dei destinatari, imputabile a due ragioni: Moravia, insofferente «di ogni laccio della memoria» – come ha ben messo in luce Dacia Maraini – era solito distruggere tutti i documenti, le carte che lo legavano al personale passato; inoltre, nel periodo che giunge sino alla caduta del fascismo, è possibile che Moravia si sia dovuto liberare di tutto ciò che poteva essere considerato sensibile, soprattutto se si considera che le persone a lui più vicine operavano per la libertà contro la dittatura. Ovviamente tutto questo ha complicato il lavoro di curatela, già reso difficile dall’abitudine moraviana a non datare le lettere. Posso dire che si è trattato di una ricerca nel senso più complesso, ma stimolante e gratificante. Ora mi sto già confrontando con altri documenti epistolari di grande interesse.

 

Il volume è corredato da una selezione fotografica a cura di Nour Melehi, responsabile dell’Associazione Fondo Alberto Moravia Onlus e da un racconto inedito di Moravia. Ci vuole dire qualcosa di questi due elementi che conferiscono un valore aggiunto e una vera “chicca” per chi, come me, è un affezionato lettore dell’opera di Alberto Moravia?

La selezione iconografica ha il pregio di dare un volto all’epoca, ai fatti narrati e a un Moravia inedito. Il Fondo Moravia custodisce un considerevole archivio fotografico – conservato e costruito nel tempo dal lavoro di molti, in primis di Toni Maraini e Serafino Amato – da cui provengono quasi tutte le fotografie; Nour Melehi ha ereditato e proseguito tale lavoro, datando laddove necessario le fotografie, specie del periodo giovanile, risalendo ai luoghi e ai soggetti ritratti, con una ricerca attenta e minuziosa. Le immagini arricchiscono notevolmente il volume. Il racconto La natività viene pubblicato su “Il Giornale d’Italia” il 15 settembre 1929; si tratta dunque di un racconto ritrovato che ha tutto il valore d’inedito perché, sino a questo momento, era sconosciuto. È stato possibile rintracciarlo perché in una delle lettere, quella spedita da Zermatt il 12 luglio 1929, Moravia parla di una novella “pura” destinata alla terza pagina del «Giornale» curata da Goffredo Bellonci. A oggi è il primo racconto pubblicato da Moravia su un quotidiano.


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