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Alberto Moravia, Gli Indifferenti: «Lentamente muore chi non capovolge il tavolo»

Gli indifferenti di Alberto Moravia«Entrò Carla» – l’attacco in medias res de Gli Indifferenti dà una certa idea di movimento, quasi come se volesse attribuire a tutto il romanzo un continuo andirivieni, una lotta eterna tra i protagonisti. Non è così, e non perché Alberto Moravia fosse un incapace. La critica alla borghesia degli anni fascisti necessita di un tale approccio: la vuotezza, l’assenza, l’indifferenza della nuova classe media costringe lo scrittore a eliminare qualsiasi moto dell’animo dai contenuti, qualsiasi reazione ai fatti. È stato pubblicato nel 1929, ma Gli Indifferenti resta – anche solo per l’intenzione, per il motivo che spinse l’autore a scrivere – un romanzo attuale. Purtroppo!

I cinque personaggi sono catapultati in un mondo mai penetrato, ma visto soltanto in superficie. Non c’è spazio per opinioni e commenti, per approfondimenti psicologici di qualsiasi tipo; tutto ruota intorno a un’apparenza che bisogna mantenere e a una indifferenza che impedisce anche al meno borghese di ribellarsi: Michele è un bel personaggio, o meglio, avrebbe potuto esserlo se avesse avuto un comportamento eroico. Moravia, però, non può elevarlo rispetto a tutto il resto della famiglia: la borghesia è vuota, egoista; è sconfitta a tavolino; non partecipa e, quando lo fa, cade nella più vergognosa inettitudine: Michele cerca di ribellarsi alla relazione che Leo intrattiene con sua madre Mariagrazia e, allo stesso tempo, con sua sorella Carla. Una volta scoperta la tresca con lei, tenta di cacciarlo di casa: gli punta una pistola contro, ma è scarica. Alla fine, anche lui cede: l’unico personaggio portatore di speranza perde quella sorta di statuto eroico che lo ha portato a opporsi alla forza della borghesia.

Non c’è da meravigliarsi: Moravia già sapeva che sarebbe stato sconfitto, anzi lo voleva. La sua denuncia alla borghesia fascista, violenta e indifferente a tutto e tutti non poteva ammettere sconti o concessioni. Anche i puri come Michele devono fare una brutta fine, divenendo consapevoli di una realtà che non può essere cambiata; non deve esserlo: Moravia odia il mondo borghese, non vede cambiamenti, non vede un futuro diverso da quel presente sconvolgente. Generalizzava – e sbagliava – ma non aveva tutti i torti: Benito Mussolini andò al potere grazie all’indifferenza di quasi tutta la politica e non solo; si credeva di poter normalizzare il fascismo, di poterlo contenere. Eppure, così non fu.

Non è un tentativo, questo, di dare una lettura politica (forzata, in tal caso) a Gli Indifferenti. Fatto sta che la borghesia era questa: l’opera di Alberto Pincherle – Moravia è uno pseudonimo – vive di quello che l’autore ha visto, di tutte quelle esperienze che hanno fatto di lui un testimone diretto di quasi tutto il Novecento.

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È lo spirito borghese, insomma, che con la sua assenza ha segnato il XX secolo e non smette di segnare il III millennio. Notate come Leo cerca di sedurre Carla, infischiandosene della presenza nell’altra stanza della mamma di lei, nonché sua amante. Ha un unico chiodo fisso, quello di soddisfare la «libidine sopita per quel pomeriggio» che si era ridestata; «il sangue gli saliva alle guance, dal desiderio avrebbe voluto gridare». Carla non fa nulla, accetta rassegnata le sue avances fino a cedergli, a romanzo inoltrato; persino a sposarlo, alla fine. È il trionfo di Leo, dell’individuo spregiudicato e senza scrupoli, che incarna l’altro volto della borghesia:

«Sai che hai delle belle gambe, Carla?» disse volgendole una faccia stupida ed eccitata sulla quale non riusciva ad aprirsi un falso sorriso di giovialità; ma Carla non arrossì né rispose e con un colpo secco abbatté la veste: «Mamma è gelosa di te» disse guardandolo; «per questo ci fa a tutti la vita impossibile». Leo fece un gesto che significava: «E che ci posso fare io?»; poi si rovesciò daccapo sul divano e accavalciò le gambe.

Indifferenza, dunque; indifferenza e spregiudicatezza. Si potrebbe dire che Carla e Leo rappresentano le due facce del mondo borghese: lei una rassegnata, una che – ancor più degli inetti di Italo Svevo – non fa nulla per mischiare le carte in tavola; lui non ha bisogno di presentazioni. Quel movimento iniziale, insomma, non c’è. È solo una prima illusione che ci dà delle indicazioni sullo stile teatrale di Moravia: quel celebre attacco rimane lì, nel primo rigo de Gli Indifferenti; non si ripresenta in altre forme, in altri modi; c’è azione, c’è sviluppo, ma non c’è reazione e, laddove c’è, porta a una sonora sconfitta.

Quanto detto potrebbe spingere qualcuno a parlare di tragedia, ma sbaglierebbe: Moravia scansa i toni tragici; i suoi personaggi non possono essere eroi di questo tipo, a loro non è concesso combattere, non è permesso opporsi, semplicemente perché rispecchiano un mondo che così è, così è rimasto. L’indifferenza, insomma, non può generare reazione, neanche sconfitta, ecco perché – Michele a parte – sono tutti degli sconfitti a tavolino: nessuno partecipa, tutti assistono. Rassegnàti. L’unico a muovere gli eventi è Leo, che ha in pugno tutti: non vince solo su Carla, ma sulla totalità dei personaggi che, alla fine, son ridotti a maschere, delle perfette maschere pirandelliane.

D’altra parte, lo stesso Moravia guardava a Pirandello come modello; la prova sta nel primo brano de Gli Indifferenti, dove la madre di Carla ammette che non le «sarebbe dispiaciuto di andare a vedere Sei personaggi». Come se non bastasse, in un primo momento, il titolo dell’opera avrebbe dovuto essere Cinque personaggi e due giorni. Tali indicazioni non sono superflue: il fatto che lo scrittore abbia in mente un predecessore del calibro di Pirandello è una chiara conferma della sua condanna anti-borghese e trova continuità nella macro-sconfitta di fine romanzo: tutti, infatti, sono condannati a vivere una vita non propria, per salvaguardare le apparenze. C’è lo sguardo di Leo che si impone su delle ombre inconsistenti, incapaci di lottare per non morire lentamente.

Sembrano loro i protagonisti di una poesia erroneamente attribuita a Pablo Neruda, Lentamente muore (il testo della poesia è di Martha Medeiros, giornalista e scrittrice brasiliana nata nel 1961):

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.

Aggiungete a tutto questo il dilagare dell’iper-ignoranza di massa – colonna portante del pensiero di Pier Paolo Pasolini – e avrete un ritratto della società contemporanea non tanto diverso da quello realizzato da Moravia.

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