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Albert Sánchez Piñol nel contesto letterario globale: frontiere del romanzo in Catalogna

Albert Sánchez PiñolArticolo di Katiuscia Darici pubblicato nella webzine Sul Romanzo n. 1/2014.

Albert Sánchez Piñol, antropologo e scrittore nato a Barcellona nel 1965, è autore rappresentativo di un fenomeno di rinnovamento della letteratura catalana che, a partire dal Duemila, coinvolge questioni molto ampie, quali il dibattito intorno al canone letterario (in stretta relazione a temi di identità nazionale e linguistica), il comparatismo in senso iberistico, nonché una riflessione estesa intorno alla struttura e funzione del romanzo. La sua opera costituisce materia viva di un nuovo modo di fare letteratura in un mercato editoriale profondamente rinnovato in senso imprenditoriale e globale, fino al sorgere di fenomeni quali il best seller “locale”, ossia limitato a precise circoscrizioni linguistico-culturali e indirizzato a un tipo di pubblico corrispondente a gruppi sociali definiti.

La difficoltà di considerare Sánchez Piñol all’interno di un background ben determinato è da ricercarsi in un gap esistente tra i mostri sacri della letteratura catalana quali Josep Villalonga, Josep Pla, Mercè Rodoreda, Salvador Espriu, Joan Oliver, Josep Vicenç Foix, veri e propri punti di riferimento culturale di un’epoca, e la dispersione costituita dai prodotti letterari successivi. Vanno tuttavia menzionate le figure di Joan Perucho e Manuel de Pedrolo, iniziatori di esperienze letterarie in senso «commerciale […] senza rinunciare a fornire qualità formale», linea di lavoro in cui è possibile inserire Sánchez Piñol, pur con le dovute cautele, non risultando esplicito il suo intento di rivolgersi a un pubblico necessariamente di massa.

Un certo disorientamento colpisce la generazione di scrittori nati negli anni Sessanta a cui appartiene lo stesso Sánchez Piñol che, con i romanzi La pell freda (2002) e Pandora al Congo (2005), libera del tutto la letteratura catalana dal ruolo di portavoce di ambizioni relative all’affermazione di un’identità culturale distinta da quella spagnola, per aprirsi – anche sulla scorta dei lavori di Ofèlia Dracs, gruppo di autori catalani attivo tra la fine degli anni Settanta e la metà dei Novanta – a una narrativa di respiro universale, con forti implicazioni di carattere metatestuale. È proprio nel romanzo, in quanto fenomeno sensibile alle metamorfosi stilistiche e culturali, che Sánchez Piñol riassume nella sua scrittura le istanze incipitarie del secondo millennio, conferendo dinamismo all’esperienza del romanzo come un processo di mutazione correlativa ai dati di una realtà liquida e flessibile come quella attuale.

In linea generale, se da un lato è legittimo chiedersi se abbia ancora un senso parlare di letterature nazionali a margine di una letteratura mondiale, in cui i tratti distintivi di ciascuna tendono a un graduale livellamento, dall’altro esistono proposte in direzione di un nuovo comparatismo come unica via percorribile per lo studio delle manifestazioni letterarie del ventunesimo secolo, nell’ottica di un confronto di tipo sovranazionale tra letterature di nazioni differenti. Nello specifico, vi sono orientamenti che muovono verso la considerazione della penisola iberica come spazio geoletterario transnazionale e plurale, dove la traduzione rappresenta un veicolo tanto imprescindibile quanto abituale di circolazione delle idee in un mercato mondiale e plurilingue.

Il caso della Catalogna pone quesiti di varia natura: il primo è se sia più appropriato parlare di letteratura catalana o piuttosto di letteratura in catalano; in secondo luogo, se la letteratura catalana sia sempre una letteratura scritta in catalano (eventualmente poi tradotta o, in alcuni casi, autotradotta in castigliano, oltre che, successivamente, in altre lingue). Il tema è spinoso e le opinioni controverse, tanto più se si tiene presente che esistono autori catalani di nascita e appartenenza come, per esempio, Eduardo Mendoza che, per una prassi consolidata nel mondo delle lettere, vengono ascritti alla letteratura spagnola (e quindi non catalana) per aver optato per lo spagnolo come lingua di espressione letteraria, nonostante la scelta non sia dovuta a motivi ideologici bensì a una maggior disinvoltura nell’uso del registro letterario castigliano, come dichiarato dallo stesso autore in occasioni pubbliche. Si tratta di casi di diglossia connaturati alla realtà della letteratura catalana contemporanea, che rendono possibile affermare che «gli scrittori catalani in castigliano sono catalani, non bilingui», provocazione ben lontana dal mettere d’accordo tutti gli studiosi del settore. A sostegno della complessità dell’uso della lingua letteraria in Catalogna, non va dimenticato che, nel regime linguistico odierno, entra in gioco anche tutta quella letteratura prodotta in lingua inglese e capace, per via altresì delle politiche editoriali e delle traduzioni, di generare un canone egemonico al di sopra delle singole letterature nazionali di ampia diffusione, ivi includendo quella spagnola, fenomeno che giustificherebbe addirittura l’ipotesi di un regime di triglossia (inglese-spagnolo-catalano). Nel complesso, si tratta soprattutto di rifondare il concetto di ispanismo in senso iberistico, non più basato sul concetto di nazione, bensì su quello più ampio di cultura. Da qui, alla ricerca di modelli che tengano il ritmo delle «tendenze alla globalizzazione dell’immaginario», il passo è breve, tanto più che Sánchez Piñol è sensibile ai temi della cultura come spazio simbolico in cui riflettere sulle nuove forme e modalità del fare letteratura oggi.

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Albert Sánchez PiñolCon Victus (2012), Sánchez Piñol viene insignito di un premio importante, quello di “romanzo dell’anno 2012” dal «Periódico de Catalunya». Si tratta, inoltre, del libro più venduto nella ricorrenza di Sant Jordi 2013, anche “Giornata del libro”, che si celebra ogni 23 aprile nelle maggiori città catalane, considerata dagli editori il termometro delle vendite librarie per l’anno in corso. Merita sottolineare che la prima versione del romanzo è stata data alle stampe in castigliano, dettaglio rilevante visto che l’autore si era già consolidato in lingua catalana. La sorpresa del pubblico affezionato, espressasi in tono polemico, si è smorzata in tempi brevi, ovvero non appena è stata resa disponibile la traduzione catalana per i tipi de La Campana. L’autore ha comunque ritenuto opportuno motivare la sua scelta linguistica, dettata non da risvolti politici, bensì da una prevalenza di materiale bibliografico reperibile in castigliano che ha influenzato la rielaborazione in chiave romanzesca. La riflessione sulla lingua in Sánchez Piñol si muove ugualmente in direzione di una semplificazione delle strutture sintattiche: nell’impiego di una scrittura asciutta tipica del giornalismo che, a tratti, ricalca il parlato, l’autore si avvicina agli standard dei best seller di tutto il mondo. Il plot di Victus, che narra dell’assedio di Barcellona del 1714, episodio cruciale nella storia catalana dotato di forti connessioni ideologiche con il presente, rappresenta una controtendenza solo apparente nella poetica globalizzante dell’autore. Infatti, la miscela operata nelle forme del romanzo storico e del saggio storiografico, in una prospettiva avulsa da intenzioni politiche, rientra in una delle traiettorie della letteratura del ventunesimo secolo, ovvero quella della riflessione sul presente a partire da una rivalutazione dei materiali della storia, rimaneggiati in forma di documento-finzione.

Tutta la produzione narrativa di Sánchez Piñol è, di fatto, caratterizzata da un ibridismo che coinvolge innanzitutto il genere letterario, a partire dal primo saggio del 2000 intitolato Pagliacci e mostri. Storia tragicomica di otto dittatori africani dove, per mezzo di una distorsione voluta dei ritratti dei dittatori fino a farne dei pagliacci, l’autore dichiara nell’esergo che «A dispetto delle apparenze, questo libro non è un romanzo. Personaggi, fatti e documenti in esso contenuti sono assolutamente reali». Sánchez Piñol non è nuovo alla forma del romanzo-saggio, definizione assegnata proprio al primo romanzo La pelle fredda (2002) dove più si evidenzia una schizofrenia di fondo tra una scrittura di tipo saggistico, quando non espressamente etnografico, e una di stampo più prettamente narrativo. Superato un primo livello di lettura improntato sulla revisione del tema dell’isola, all’interno di una tradizione che si rifà alle Robinsoniadi o romanzi di naufragi, si pone la questione di una «riflessione a proposito di come le forme dell’alterità possano acquisire l’aspetto di un’opera di finzione». L’importanza dell’incontro con l’Altro, tema talora implicitamente principe dell’antropologia, disciplina da cui Sánchez Piñol attinge numerosi spunti, non solo traspare nelle tematiche trattate, alla frontiera tra più mondi ma anche, e soprattutto, nella volontà di trasgredire i confini delle posizioni consolidate dove la nozione di “io antropologico” si specchia con quella di “io narrativo”, dando vita a un prodotto editoriale multisfaccettato, assestato a ben vedere su grandi temi che sondano i confini dell’umanità. In un orizzonte così costituito, il lettore, pur all’interno del patto narrativo, difficilmente distingue il reale dall’irreale, elemento che rende la lettura de La pelle fredda al pari di Congo. Inferno verde, estremamente avvincente. Ma quel che è importante nella dimensione della scrittura di Sánchez Piñol, a metà strada tra narratologia e scienze umane, è di risultare rappresentativa di un’epoca che si trova a ripensare le frontiere del romanzo non meno che le scosse telluriche che scuotono le fondamenta di un immaginario culturale di ampia portata.

L’inquadramento di Sánchez Piñol nel contesto globale non esula dalla sua diffusa riflessione sull’Africa, abbracciando una tendenza a coniugare la geopolitica come forma di culturologia con la letteratura, contesto in cui si dilatano le potenzialità della letteratura sia sul piano dei contenuti sia dei generi testuali (si pensi, per esempio, al reportage come genere saggistico e non giornalistico). Questo percorso ha consentito a Sánchez Piñol di acquisire un profilo di autore fruibile in un contesto sovranazionale, ricevendo un ampio consenso critico e di pubblico. La sua legittimazione come modello riferimento nello studio del rapporto tra letterature nazionali e letteratura mondiale risiede, dunque, in una riflessione implicita sulla lingua e nell’aderenza a procedimenti che caratterizzano la letteratura del ventunesimo secolo in maniera peculiare, non ultima, l’ambientazione dei romanzi in eterotopie o, al contrario, in scenari cosmopoliti ma mai in microgeografie rilevanti a livello locale. Se ci si chiede dove si trovi la letteratura mondiale – Où est la littérature mondiale? è il titolo di un saggio del 2005 – sulla scorta di un dibattito che, negli anni recenti, ha coinvolto studiosi di tutto il mondo occidentale, Sánchez Piñol fornisce una delle possibili risposte: la letteratura mondiale si trova anche in Catalogna.

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