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“Alba senza giorno”, la Milano contemporanea di Fernando Coratelli

“Alba senza giorno”, la Milano contemporanea di Fernando CoratelliAlba senza giorno (Italo Svevo Edizioni, 2019) segna il ritorno in libreria di Fernando Coratelli, scrittore, editor e autore teatrale nato a Bari, ma ormai da molti anni milanese d’adozione. Milano, in effetti, è ancora al centro di questo nuovo romanzo, come era accaduto col precedente La resa (Gaffi Editore, 2013), in cui si raccontava come alcuni milanesi sopravvissuti per caso a una serie di attentati che insanguinavano la città riuscissero o meno a riprendere la loro vita di prima. Anche Alba senza giorno è un romanzo corale, perché ci racconta le vicende di quattro personaggi principali, molto diversi tra loro, le cui vite, a un certo punto, entreranno casualmente in contatto.

Facciamo quindi la conoscenza con Stoian e Stéphka, due giovanissimi sposi rom che partono da un piccolo paese bulgaro per cercare condizioni di vita migliori nell’Europa occidentale; con Tonino, malavitoso che viene incaricato dalla ‘ndrangheta di compiere un omicidio a Milano per vendicarne uno commesso in Calabria; infine con Martina, un’impiegata separata dal marito e con una figlia bambina, che viene coinvolta dalla madre in una rivolta del quartiere in cui vivono contro la possibile installazione di un campo nomadi. Attorno a loro la Milano contemporanea, con i suoi abitanti in perenne movimento tra casa e lavoro, con le preoccupazioni quotidiane di tutti, le infiltrazioni della malavita e il razzismo montante verso i diversi – in questo caso i rom –, spesso alimentato ad arte da certi politici, a cui può convenire diffondere inquietudine in una società mutante, che ha perso a poco a poco le antiche certezze.

Ma come nasce un libro a più voci? Lo abbiamo chiesto a Fernando Coratelli in occasione della presentazione milanese del libro.

 

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Dei romanzi, soprattutto di quelli corali come questo, m’interessa sempre sapere quale sia stato il punto di partenza, la prima idea che ha dato il “la”. Da dove è partito?

Alba senza giorno nasce da un fatto di cronaca che mi aveva colpito, e che ha ispirato quello che ora è l’ultimo capitolo del romanzo. Ne avevo fatto un racconto, scritto nel 2009 e rimasto per un paio d’anni nel cassetto. All’epoca vivevo in Germania e una sera ho visto in televisione un servizio abbastanza terrificante sul quartiere di Stolipinovo, un ghetto alla periferia della città bulgara di Plovdiv, da cui ogni giovedì parte una corriera che scarica rom in cerca di fortuna a Dortmund. Tornato in Italia ho lavorato su un saggio di Pino Petruzzelli, pubblicato da Chiarelettere, intitolato Non chiamarmi zingaro, che mi ha interessato molto, poi si stava preparando Expo e si parlava delle infiltrazioni della ‘drangheta al nord… A quel punto la storia premeva per essere scritta.

“Alba senza giorno”, la Milano contemporanea di Fernando Coratelli

Come si procede nel costruire una storia complessa, con continui scarti temporali? Ha pensato alle storie separatamente prima di scriverle?

No, io scrivo sempre in presa diretta. I capitoli sono alternati così come venivano in mente a me, perché oltre che scrittore sono lettore, e da lettore mi piacciono i cambi di scena. Poi, naturalmente, alla fine c’è stato un certo lavoro di aggiustamento, ma nemmeno tanto importante.

 

C’è uno dei personaggi che le piace più degli altri, o a cui si sente in qualche modo più legato?

Quello che mi piace di più, e che per me era anche il più complesso da scrivere è Stéphka, perché raccontare il mondo di una ragazza diciassettenne rom bulgara era complicato. Mi ha obbligato a spendere tanto tempo per documentarmi sulla cultura rom, soprattutto sul mondo femminile, ma alla fine per me è stato affascinante raccontarla, anche se nella storia appare quasi sempre in coppia con Stoian e agiscono insieme. Un personaggio di contorno che mi piace moltissimo è il padre di Martina, un uomo anziano, un pensionato che passa molto tempo in casa a guardare le serie tv e sembra un po’ succube della moglie, ma in realtà si estrania dalle sue posizioni estremiste.

“Alba senza giorno”, la Milano contemporanea di Fernando Coratelli

Quello contro i rom è un pregiudizio antico, nato molto prima dell’intolleranza attuale contro gli immigrati africani, anche se ci si dimentica delle migliaia di rom che si sono integrati perfettamente nella nostra società e ci si concentra sugli irregolari che continuano a vivere nei campi. È un problema senza soluzione?

Bella domanda! C’è da dire che studiando l’argomento ho scoperto che, in realtà, il nomadismo dei rom è abbastanza letterario ma ormai poco reale, a parte il gruppo dei Khorakhané, che vivono di accattonaggio e sono quelli che vediamo spesso in giro. Loro però rappresentano solo un ottavo della popolazione rom, che per il resto è ormai stanziale, anche se spesso obbligata agli spostamenti perché cacciata dai vari Paesi.

Anche i Khorakhané si erano stabilizzati nella ex Jugoslavia, perché avevano trovato una relativa calma sotto i regimi comunisti, che li avevano spesso inquadrati come operai. Alla caduta di questi regimi, e soprattutto con la guerra tra le popolazioni della ex Jugoslavia, hanno ripreso a vagare per l’Europa.

 

La malavita organizzata opera da molto tempo a Milano, città dove circola denaro, si consuma tanta droga, si fanno affari di ogni tipo, eppure sembra che una parte dei milanesi si preoccupi molto di più della presunta invasione dei migranti extracomunitari piuttosto che delle infiltrazioni mafiose. Che ne pensa?

Ho cercato di mettere in evidenza da scrittore questo aspetto, che del resto non credo sia solo dei milanesi ma appartenga ormai agli italiani in generale, anche se avvertito maggiormente nelle grandi città. Viene ingigantito un problema di sicurezza, mentre in realtà siamo invasi dai colletti bianchi della malavita. Martina, che costituisce il punto di collegamento tra la storia dei rom e quella della ‘ndrangheta, lavora da un notaio ma non si preoccupa minimamente dell’aspetto losco di certi clienti, o del fatto che le venga chiesto di mantenere segreti certi documenti.

A proposito di Martina, ho fatto una scelta particolare assegnandole il ruolo della razzista, perché non volevo cadere nel cliché che considera come razzista solo il maschio bianco trentenne. È una mamma, di cui in fondo si possono anche comprendere i timori riguardanti la sicurezza del suo quartiere, ma appartiene a quel genere di persone, tanto diffuso oggi, che non possiede gli strumenti per comprendere del tutto la realtà ma è convinto di averli, come vediamo soprattutto in rete.

 

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Vive da tanti anni a Milano e ci ambienta i suoi romanzi. Non ha mai pensato di scrivere una storia ambientata a Bari, oppure pensa che lo farà in futuro?

Il mio remoto romanzo d’esordio era in realtà una storia ambientata in Puglia, e ne La resa c’erano tra i personaggi due baresi trapiantati a Milano, mentre Alba senza giorno è una storia totalmente milanese, ma in futuro penso che Bari tornerà in quello che scrivo: in questi anni, aspettando di pubblicare, ho scritto un altro romanzo che contiene molti riferimenti alla mia giovinezza barese negli anni Ottanta.

Però è ovvio che Milano offre molto di più dal punto di vista narrativo. Io amo molto, anche come autore teatrale, le storie corali, e solo le grandi città ti permettono di mettere insieme tanti personaggi diversi: a Bari si conoscono tutti, diventa difficile intrecciare storie di persone che siano del tutto estranee tra loro.

Del resto, vivendo a Milano da più di vent’anni, ormai conosco meglio questa realtà, perché di Bari ricordo il passato: quando ci torno la trovo molto diversa da come la conoscevo.


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Per la prima foto, copyright: REVOLT su Unsplash.

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