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Al cinema con amore e morte

Egon Schiele, L’abbraccioArticolo di Giulia Zorat pubblicato sulla Webzine Sul Romanzo n. 1/2014.

Il nostro percorso attraverso le sottili trame intessute da Amore e Morte comincia da lontano, trovando la sua origine nella filosofia greca di Empedocle, il quale sostenne per primo l’esistenza di un dissidio cosmico tra Eros e Thanatos, forze agli antipodi eternamente condannate ad attrarsi e respingersi senza posa.

La continua lotta che tiene occupate queste due entità ha suscitato un enorme interesse nel panorama culturale mondiale a partire dal mito greco di Orfeo ed Euridice, per continuare con la filosofia di Freud, fino ad arrivare ai quadri di Egon Schiele o alle opere dell’artista contemporaneo Bill Viola, senza dimenticare le musiche di Wagner e Verdi.

Tuttavia, il settore senz’altro più fertile si è rivelato quello letterario: da Dante a Shakespeare, da Leopardi a D’Annunzio, da Tolstoj a Schnitzler, per citare solo alcuni dei poeti e romanzieri che hanno subito il fascino esercitato da questa tematica. La lista completa sarebbe, infatti, ben più lunga.

Eppure è la Settima Arte, forte di un linguaggio ben più diretto che coniuga comunicazione verbale ed immagini, quella che vanta il merito di aver meglio affrescato il conflitto tra amore e morte.

Il cinema, infatti, ci prende e ci conduce per mano direttamente nelle case, nelle vite e nelle storie dei suoi personaggi, assicurandosi così un impatto emotivo più immediato ed intenso sullo spettatore.

In ambito cinematografico, svariati registi hanno affrontato il tema preso in analisi, primo tra tutti Truffaut, maestro della Nouvelle Vague, che nelle sue pellicole, sembrava quasi schernirsi dell’ingenuità e dell’incoscienza presenti nell’uomo in misura tale da spingerlo fino a giocare una partita a scacchi con l’amore, senza rendersi conto che, da ultimo, celato dietro baci e carezze, il vero avversario a cui non si può far altro che soccombere, è in realtà la morte.

L’amore in tutte le sue sfaccettature è il protagonista della filmografia del regista francese. Egli stesso a tal proposito dichiarò: «Sì, gli altri soggetti non mi interessano. Ogni caso merita un film ed io potrei fare venticinque volte le stesse scene con personaggi diversi. Di film sull’amore ne ho in testa una trentina e li girerò nei prossimi quarantacinque anni. L’amore è il soggetto dei soggetti. Occupa un tale spazio nella vita, nelle case, per le strade, negli uffici, nei giornali, nella politica, nella guerra, nelle fabbriche, nei successi, nelle sconfitte, nei luna-park, nelle scuole, nelle caserme e anche negli aerei che se mi si provasse, statistiche alla mano, che nove film su dieci sono film sull’amore, direi che non basta. […] In amore non esistono i poveri. Questo grande motore umano è anche il nostro comune denominatore»[1].

L’amore di cui piaceva parlare a Truffaut è quello che sconfina nella passione e nella follia, come egli stesso precisò: «[...] Per quanto mi riguarda, m’interessano le storie d’amore che hanno qualcosa di molto particolare, eccezionale, non i casi comuni in cui spesso abbondano i falsi problemi»[2].

Infatti, egli venne attratto soprattutto dal lato oscuro e doloroso dell’amore, a cui sentiva la necessità di dare voce e vita nelle sue pellicole: «Il motivo per cui gli amori finiscono, il modo in cui sono cominciati, non è forse il miglior soggetto per un film ed addirittura per mille film, dato che ogni uomo ha vissuto una sua propria storia ed ogni storia merita di essere filmata a patto che lo si faccia con intuito, sottigliezza e sensibilità»[3].

Il leitmotiv dei suoi capolavori è la forza dirompente dell’amore, la sua irrazionalità, la capacità di germogliare dal nulla come una benedizione per finire poi a mostrare il suo lato più funesto ed oscuro, quello capace di sfociare nella tragedia. Ne è esempio la pellicola dal titolo La signora della porta accanto (1981), che racconta la storia di Bernard e Mathilde, i protagonisti di un amore travolgente. I due, amatisi con passione e lasciatisi con rabbia, si rincontrano dopo otto anni, quando entrambi sono sposati ed immediatamente diventano amanti.

«Tutte le storie d'amore devono avere un inizio, un centro e una fine» dice Mathilde, interpretata da Fanny Ardant, all’interno del film e sembra essere già a conoscenza di quello che sarà il tragico epilogo della sua storia. Ella finirà, infatti, per sparare a Bernard e suicidarsi.

«Né con te, né senza di te» è la frase che la signora Jouve nel finale suggerisce come epitaffio funerario per i due amanti, sintetizzando così in poche parole la natura del dissidio perenne tra amore e morte.

Ma questo film non è il solo in cui Truffaut si sofferma ad indagare il conflitto esistente tra Eros e Thanatos. L’ha già fatto in precedenza, prima nel 1961 in Jules et Jim, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Henri-Pierre Roché, poi nel 1975 in Adele H. – Una storia d'amore, riguardante la figlia dell’omonimo scrittore Victor Hugo ed infine nel 1978 ne La camera Verde, liberamente tratto da tre racconti di Henry James.

Per lui l’amore è un’ossessione e sembra quasi divertirsi a metterlo in scena, celebrandone gli estremi con una sorta di ironia canzonatoria nei confronti dell’uomo, che risulta essere destinato all’eterna impotenza di fronte a questa forza imprescindibile che tutto muove e dinnanzi alla quale si può solo soccombere.

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Bernardo Bertolucci, Ultimo tango a ParigiPassando dal panorama francese a quello italiano, un connazionale che merita di essere apprezzato per la capacità dimostrata nell’analizzare a fondo la psiche dei suoi personaggi è Bernardo Bertolucci, il quale è stato anche insignito del Premio Cesare Musatti 2006 «perché pochi registi hanno saputo, come lui, indagare sull’irriducibile lotta tra Eros e Thanatos dentro il cuore dell’uomo e dentro la storia», per dirla con le parole di Fernando Riolo, il Presidente della Società.

Tutti ricorderanno il film-scandalo Ultimo tango a Parigi (1972), non fosse altro che per le aspre polemiche suscitate, tali da causare il ritiro della pellicola da parte della Cassazione il 29 gennaio 1976 e la sua messa al rogo. Solo una copia venne salvata su intervento del Presidente della Repubblica, mentre lo stesso regista venne condannato per offesa al comune senso del pudore e privato dei diritti civili per cinque anni.

Il film, che sembra essere una rivisitazione in chiave moderna del mito di Orfeo, vede protagonista Marlon Brando nel ruolo di Paul, un americano di mezza età che, affranto per il suicidio della moglie Rosa, sembra non avere più una ragione per vivere e si limita a vagare per la città senza metà. È così che incontra la ventenne Jeanne, interpretata da Maria Schneider, in un appartamento in affitto in rue Jules Verne, che i due casualmente si trovano a visitare insieme. Subito scatta la passione, alimentata dal mistero che li avvolge, dal momento che non sanno nulla l’uno dell’altro, neppure i rispettivi nomi.

Jeanne si innamora immediatamente di Paul che invece in un primo momento la rifiuta e solo successivamente, scopertosi a sua volta innamorato, intercettandola e inseguendola fino ad una sala da ballo presso la quale è in corso una gara di tango, le propone una vita insieme, ma per Jeanne ormai è finita ed ella fugge verso casa.

Paul ubriaco la insegue fin dentro l’abitazione, dove lei, terrorizzata, dietro sua richiesta gli rivela il proprio nome e poi lo uccide con un colpo di rivoltella all’addome.

Lo stesso Bertolucci in un’intervista rilasciata a Gideon Bachmann nel 1973 dichiarò che non era sua intenzione sostenere attraverso questo film alcun tipo di teoria sull’intrinseco collegamento esistente tra amore e morte; egli, piuttosto, sembra essersi limitato a dipingere con autenticità un legame uomo-donna che presenta tutte le caratteristiche tipiche dell’amour fou, concentrandosi in particolar modo sull’indagine minuziosa della psiche dei protagonisti.

«L’inconscio è il fato nei miei film»[4], dichiarò il regista stesso.

Le tematiche intimistiche sono care a Bertolucci, che è avvezzo alla descrizione delle tragedie personali, dove amore e morte mettono in scena un tiro alla fune che fa da sfondo alla vita quotidiana dei personaggi. È il caso di film come Io ballo da sola (1996) con Liv Tyler che interpreta la parte di Lucy una diciottenne americana, orfana di madre, che è appena morta suicida. Lucy, spiazzata dal senso di perdita, viene mandata dal padre a stare da una coppia di amici in Toscana, a Siena. Qui comincia per la ragazza un percorso iniziatico che la trasforma da adolescente in donna, rivelandole l’identità del suo padre biologico e facendole scoprire l’amore. Questa pellicola dal sapore dolce e amaro incarna la capacità di Bertolucci di mostrarci le due facce della vita, quella gioiosa, di scoperta e quella spietata e malinconica. Egli sembra volerci regalare con i suoi film uno spaccato dell’animo umano, fotografandolo in tutti i suoi aspetti e spingendo i suoi personaggi e gli stessi spettatori a compiere un percorso quasi involontario di autoanalisi e scoperta personale.

Prestando attenzione a lavori più recenti, è d’obbligo segnalare Amour di Michael Haneke, film che ha ricevuto numerosi premi, tra cui si ricordano i più importanti: il Premio Oscar per il Miglior film straniero 2013 e la Palma d’Oro a Cannes 2012.

La pellicola racconta la storia di Georges e Anne, una coppia di ottantenni insegnanti di musica che passano la loro vita da pensionati a leggere e ad assistere a concerti.

I giorni trascorrono sereni e la routine è interrotta soltanto dagli incontri con alcuni vecchi allievi e con la loro unica figlia Eve, anche lei musicista, che vive in Scandinavia, ma quando un ictus improvvisamente colpisce Anne, il loro equilibrio viene sconvolto. La donna rimane paralizzata per metà corpo ed ogni minimo gesto, anche il più banale, naturale ed intimo, le risulta difficoltoso. Dipendente ormai dal marito, Anne cerca di affrontare con coraggio la sua disabilità grazie all’amore e alle cure di Georges e di un’infermiera assunta tre volte a settimana, ma presto la malattia degenera consumando lentamente, giorno dopo giorno, la mente, il corpo e la dignità della donna, fino a spingere Georges a compiere l’unico gesto possibile: soffocarla con un cuscino per porre fine alle sue tribolazioni.

Haneke, da sempre accompagnato dalla sua fama di autore controcorrente, sconvolge gli schemi, trattando la tematica delle connessioni tra amore e morte in modo completamente diverso rispetto ai registi precedentemente citati. Egli non racconta un amore spinto fuori controllo dall’istinto, non riprende le folli gesta di un innamorato che ha perduto il senno, piuttosto fotografa l’amore senile, privo di pulsioni, quel sentimento dolce, dettato dall’abitudine e dall’affezione. Quello che il regista ci presenta è un film originale di fronte al quale è impossibile restare indifferenti, che ci mostra, il decorso di un corpo fatto prigioniero dalla malattia e privato della propria autosufficienza. La violenza spiazzante, ma allo stesso tempo necessaria e il lento ed ineluttabile susseguirsi degli eventi, accompagnato dalle note di Schubert e Beethoven, ci offrono uno spaccato della natura umana, la quale può spingersi fino a commettere un gesto abominevole ed efferato pur di porre fine alle sofferenze della persona amata.

Complessivamente, ciascuno dei registi citati ci offre, da punti di vista diversi, una visione comune sulla fragilità dell’animo umano e sulla sua soggezione ai sentimenti, ricordandoci come amore e morte, in qualità di eccessi, siano opposti eppure intimamente legati, tanto da scaturire l’uno dall’altro.

Truffaut lo fa servendosi di storie d’amore passionali, che spingono l’uomo a perdere il controllo delle proprie azioni e a trasformarsi in un essere irrazionale e grottesco, succube delle proprie emozioni, Bertolucci invece sembra essere capace di fotografare gli stati d’animo dei suoi protagonisti, che paiono quasi esplodere sullo schermo in linea con il verificarsi degli eventi, mentre Haneke non ci fa sconti, mostrandoci qualcosa di diverso: una violenza cruda e razionale ma a fin di bene.

È solo prendendo in considerazione le opere di tutti i registi citati che si può dire di possedere una visione a trecentosessanta gradi di quelli che sono i possibili intrecci in cui amore e morte si stringono.

 

Leggi gli altri articoli della Webzine n. 1/2014.


[1]Gillain Anne(a cura di), Tutte le intervistedi François Truffaut sul cinema, Ed. Gremese, 2005, pagg. 98-99.

[2]Ivi, pag. 88.

[3]Narboni J. e Toubiana S. (a cura di), Truffaut. Il piacere degli occhi, Edizioni minimum fax, Roma, 2010, pag.63.

[4]Kline Thomas Jefferson, I film di Bernardo Bertolucci: cinema e psicanalisi, Gremese Editore, 1994.

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