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Ai media italiani piace piccola e femmina, meglio se straniera

DiscriminazioneEtà, sesso, appartenenza etnica e disabilità sono i principali elementi di discriminazione. Al di là di tutte le battaglie per i diritti civili l’Italia continua a essere un Paese nel quale la discriminazione la fa da padrona, un Paese nel quale continua a essere difficile essere donne, giovani, con un colore della pelle diverso da quello della maggioranza, e magari con qualche grado di disabilità fisica.

La riflessione viene stimolata dai dati del progetto Diversità lavoro, presentati qualche giorno fa a Roma dall’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali. Nel 2013, sul territorio italiano ci sono state quasi quattro segnalazioni al giorno raccolte dall’Unar soprattutto in merito a discriminazioni compiute principalmente sui media, ma anche nella vita pubblica e sul luogo di lavoro. Il rapporto completo dell’Unar verrà presentato il 21 marzo, in occasione della Giornata mondiale contro il razzismo, ma i primi numeri sono più che sufficienti a far pensare.

In particolare, per quanto riguarda i media, l’agenzia stampa Redattore Sociale, molto sensibile al tema delle violazioni della deontologia professionale, ha titolato che il 2013 è stato un «anno nero» in tema di discriminazioni. Sono stati, infatti ben, 354, ossia quasi uno al giorno, i casi di discriminazione legati al linguaggio usato da giornalisti radiotelevisivi, della carta stampata o di testate online. Di fatto, oltre un quarto delle segnalazioni (il 26,2%) riguarda i mass media.

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Al secondo posto, nella classifica delle tipologie di discriminazione, ci sono quelle nella vita pubblica (per strada, nei locali o tra la gente, 286 casi, pari al 21,1%); quindi quelle sul lavoro (217, pari al 16%). E ogni volta è la stessa storia: si viene discriminati per l'età (nel 47,8% dei casi), per l'appartenenza etnica (37,6%), perché si è donne (6,5%) o per la disabilità (5,6%). Un dato positivo? C’è, ed è il calo di segnalazioni di discriminazioni sul lavoro, secondo l’Unar riconducibile all'impegno delle numerose associazioni e organizzazioni con azioni concrete sul territorio, anche con il coinvolgimento delle aziende italiane, sebbene stranamente persista una forte difformità tra i numeri di segnalazioni provenienti dalle varie parti d’Italia. Ben oltre la metà dei casi (65,6%) arrivano dal nord Italia (65,6%), solo un quarto dal centro (24,7%), e appena il 9,6% da sud.

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