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Agatha Christie, una scrittrice allo specchio

Agatha Christie, una scrittrice allo specchioQuando, quarant’anni fa, il 12 gennaio 1976, Agatha Christie si spegneva nella sua casa di campagna di Wallingford, nessuno poteva, a buon diritto, reclamare la successione al ruolo di re o regina della crime fiction. Quel regno, durato oltre mezzo secolo, con due guerre mondiali nel mezzo e la metamorfosi della società del secondo dopoguerra, restava privo di un sovrano; la morte della scrittrice inglese decretava il passaggio, nel dominio della detective novel, da un’incontrastata monarchia a una più democratica repubblica del giallo.

Persino i numeri che accompagnano la carriera di questa formidabile donna sono “regali”: 66 romanzi gialli, venti opere teatrali, sei romance con lo pseudonimo di Mary Westmacott e oltre 150 racconti. Senza contare gli adattamenti televisivi, radiofonici e cinematografici, le traduzioni in tutto il mondo… Chi ha saputo fare di più e di meglio? E come raccontare e sintetizzare questo regno radicato e irripetuto? Proviamo a “mettere le carte in carte in tavola”, come recita il titolo di uno dei suoi romanzi.  

Innanzitutto leggere, leggere, leggere. Le opere, è naturale, ma anche le biografie e gli studi: «Si potrebbe leggere ogni mese un titolo differente della Christie per quasi sette anni, e a quel punto si potrebbe ricominciare daccapo perché nel frattempo avremmo scordato i primi» (John Curran, I quaderni segreti di Agatha Christie, Oscar Mondadori, traduzione di Diana Fonticoli, 2010).

Ciò nonostante, ci si formerebbe un’idea ancora troppo approssimativa. Perché c’è una complessità sotto l’apparente facilità di scrittura (una facilità che i detrattori della Christie hanno equiparato alla meccanicità di una catena di montaggio: un’industria, quindi, piuttosto che artigianato, base della composizione letteraria) che interseca motivi polimorfici con i movimenti sincronici e diacronici della vita privata della scrittrice.

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Ritratto Incompiuto

Agatha Christie, una scrittrice allo specchio

Della vita di Dame Agathe ci sono alcuni fatti risaputi. In primo luogo la formazione da autodidatta integralmente affidata alla madre e a un’istitutrice: niente scuole né insegnanti, ma tanta passione e riflessione sugli argomenti oggetto di studio ma a detrimento della ricercatezza e della finezza stilistica (fattori che tuttavia non ebbero mai peso sulla leggibilità delle sue storie). Il suo stesso esordio fu, secondo una leggenda, l’esito felice di una scommessa con la sorella Madge («Scommetto che non sapresti scrivere un buon romanzo poliziesco»). Era il 1916, la ventiseienne Agatha (era nata a Torquay il 15 settembre 1890) lavorava nel dispensario medico locale come infermiera di guerra (e dunque aveva accesso a diversi tipi di veleno, imparando a conoscerne il funzionamento e gli effetti); Torquay era piena di rifugiati belgi sfuggiti all’occupazione tedesca: sono questi, grosso modo, gli ingredienti di quello che sarà il suo primo giallo, Poirot a Styles Court (pubblicato nel 1920), lo stesso in cui fece per la prima volta la sua apparizione l’omino con la testa a uovo, le ghette, i baffettini, la precisione maniacale, le idiosincrasie multiple e le «celluline grigie» in costante esercizio logico. Al suo fianco, per contrappasso, il Capitano Hastings, il candido, gentile, sempre condiscendente e «commovente imbecille» amico del piccolo detective belga. Hastings è chiaramente il doppio nell’archetipo del giallo deduttivo già individuato da Poe con la coppia Dupin e il suo anonimo amico, e consolidato da Arthur Conan Doyle con la congiunzione Holmes & Watson. In altre parole, l’architettura è quella della classica, in cui la seconda voce (che poi sia quella narrante ha rilevanza solo funzionale ma non strettamente essenziale) descrive, per dirla con Gian Paolo Carpettini: «un’unione di contrari […] reciprocamente armoniosa grazie alla loro duplicità» (“Le orme del pensiero” in Il segno dei tre: Holmes, Dupin, Peirce, a cura di Umberto Eco e Thomas A. Sebeok, Bompiani, 1983).

Questo presupposto, d’altra parte, rende verosimile la storia della scommessa: scrivere un buon romanzo poliziesco implicava, quasi in automatico, l’epigonia verso i modelli storici. Come poteva immaginare l’esordiente Christie che il suo personaggio avrebbe conquistato a tal punto i lettori da sopraffarla fino a non potersene più sbarazzare? L’antipatia della scrittrice verso la sua stessa creatura è cosa nota. Si poteva oltrepassare l’ispirazione iniziale: Hastings, a un certo punto, si ritira in Sud America con la moglie Dulcie Duven conosciuta in Aiuto, Poirot! (1923), per ritornare saltuariamente a omaggiare i lettori in Poirot e i quattro (1927), Il pericolo senza nome (1932), Se morisse mio marito (1933), La serie infernale (1936), Due mesi dopo (1937) e, naturalmente, Sipario (1975 ma scritto nel 1940 come Addio, Miss Marple e pubblicato postumo: la guerra e il timore di finire sotto il fuoco dei bombardamenti, avevano portato l’autrice a decidere di scrivere anticipatamente i finali delle sue due serie più importanti per mettere al sicuro la sua eredità narrativa).

Vani furono, in questo senso, i tentativi di variegare i protagonisti introducendo altre serie e altre saghe, come quelle dei coniugi Tommy e Tuppence e Parker Pyne. L’unica vera “concorrente” di Hercule Poirot nel cuore dei lettori e nella penna della Christie resterà l’attempata Miss Jane Marple, specchio della tipica donna di una piccola cittadina inglese (St. Mary Mead), dove tutti conoscono tutto di tutti, e la natura umana è un microcosmo da osservare come un innocuo esercizio di birdwatching, ma anche con scaltrezza, perché invariabili sono i vizi e le virtù, le perversioni e l’innocenza e, per una sorta di proprietà transitiva applicata al macrocosmo universale, i moventi e le soluzioni dei delitti. 

Agatha Christie, una scrittrice allo specchio

Nelle pieghe tra finzione e realtà, anche i due matrimoni dell’autrice: il primo con il Colonello Archibald Christie, unione finita con la richiesta di divorzio da parte di lui (celebre è l’episodio della scomparsa dell’autrice nel 1926: ella svanì letteralmente per una decina di giorni, tra un susseguirsi di ipotesi – incidente, suicidio, omicidio, amnesia da stress, diabolica montatura ai danni del marito fedifrago? Non a caso verrà ritrovata a Harrogate, una località termale nel Nord dello Yorkshire, registrata sotto il nome della rivale in amore). Il secondo con l’archeologo Max Mallowan, di quattordici anni più giovane.

Dall’esperienza del primo matrimonio è possibile trasdurre lo slancio, la delicatezza e nondimeno la potenza espressiva con la quale il tema del tradimento coniugale, come movente per un omicidio, viene affrontata in alcuni dei suoi romanzi narrativamente e stilisticamente più riusciti: Il ritratto di Elsa Greer (1942) e Poirot e la salma (1946). Dal secondo, in particolare dai viaggi intrapresi per accompagnare le spedizioni del marito, la serie dei cosiddetti romanzi esotici, ambientati per lo più in Oriente. Il più celebre dei quali, resta, senza dubbio, Assassinio sull’Orient Express (1934).

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Delitto e Castigo

Agatha Christie, una scrittrice allo specchio

A questo punto, tuttavia, è necessario spendere alcune parole sulla concezione della dualità tra delitto e castigo nel pensiero della Christie, a testimonianza del fatto che la scrittura di genere (per alcuni «consumistica») non era solo un fruttuoso meccanismo paraletterario, ma il ritratto dell’elaborazione di una personale filosofia, di una morale propriamente sentita.

«Quando si legge il resoconto di un delitto, oppure anche un romanzo giallo basato su un delitto, di solito si comincia dal delitto stesso. Ecco, questo è sbagliato. Il delitto comincia molto tempo prima. Un delitto non è che la conclusione di una serie di circostanze che convergono tutte verso un solo punto in un determinato momento. Le varie persone implicate vi sono attirate da motivazioni diverse e da luoghi diversi, per ragioni imperscrutabili. […] Il delitto, quindi, è l’epilogo della storia. È l’ora zero»(Verso l’ora zero, 1944, Il Giallo Mondadori – I classici, traduzione di Lia Volpatti)

Questa affermazione pronunciata dal sovrintendente Battle, rappresenta la lezione in filigrana dei due testi universalmente più noti: Assassinio sull’Orient Express e Dieci piccoli indiani (1939) che presentano una serie di sostanziali affinità, a cominciare dall’appartenenza alla cosiddetta tipologia degli enigmi della camera chiusa. Quel che più conta qui, tuttavia, è che entrambi sono la testimonianza del fatto che pur senza volersi sostituire alla Legge, la Christie nutra qualche riserva (e non di poco conto) sulla piena efficienza dei suoi meccanismi. Cosa succede se e quando la Legge non può o non sa rendere giustizia e ripristinare l’ordine infranto dal crimine? La legge biblica del taglione può essere chiamata a sostituire quella della società civile?

Entrambe le storie succitate (e i loro epiloghi) sembrerebbero avallare o quantomeno contemplare – forse implicitamente, forse no – questa possibilità. Ambedue romanzi corali (la presenza di Poirot in Assassinio sull’Orient Express appare più strumentale che funzionale), raccontano esattamente il culmine di circostanze convergenti verso un determinato momento e luogo (il celebre treno che univa Istanbul a Parigi e la solitaria Nigger Island). La soluzione dell’uno e dell'altro non approda in tribunale (a meno che non si vogliano reputare tale i dodici passeggieri dell’Orient Express) né può essere considerata legittima a tutti gli effetti la sentenza emessa motu proprio dal misterioso ospite (U. N. Owen che letto in inglese suona come unknown – sconosciuto) nella splendida villa di Nigger Island, dove, come i dieci piccoli indiani della filastrocca, alla fine, non rimane più nessuno.

I misfatti sono stati commessi molto tempo prima: un delitto efferato con un devastante effetto domino mai risolto dalla polizia ufficiale è il movente che porta al tribunale improvvisato sull’Orient Express. Nessun vero e proprio crimine, ma condotte, giudizi, negligenza, omissioni sono le colpe che la Legge non riconosce e nessuna corte può condannare, se non un controverso senso di giustizia morale, quella giustizia sommaria che si consuma nell’ambiente cupo e asfittico di Nigger Island.  

Si tratta, con ogni evidenza, di temi che trascendono la pura letteratura d’evasione (benché abilmente travestiti da tale dalla genialità della Christie) e spostano invece l’attenzione del lettore verso inquietanti motivi di riflessione. Soprattutto in Dieci piccoli indiani si leva l’ombra della consequenzialità delle nostre azioni, del loro rapporto causa-effetto sulle vite degli altri, dell’indifferenza e della facilità con cui facciamo del male, commettiamo errori che nessun codice penale contempla. Il che ci porta ad autoassolverci. Ma, di contro, la giustizia fai da te è comunque giustificabile in questi casi?

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L’arte del baro

Agatha Christie, una scrittrice allo specchio

Oltre a regina del giallo, Agatha Mary Clarissa Miller, o più semplicemente Dame Agathe per tutti i suoi ammiratori, fu regina del baro: seminava sì indizi oggettivi affinché il lettore arrivasse alla soluzione da sé, ma nel contempo anche quelli grazie ai quali «Il lettore si sarebbe fuorviato da solo». Il culmine di questo “doppio bluff” lo raggiunge ne L’assassinio di Roger Ackroyd (1926), ma anche Corpi al sole (1941), È un problema (1949), Perché non l’hanno chiesto a Evans? (1934), Due mesi dopo (1937), C’è un cadavere in biblioteca (1942), Un delitto avrà luogo (1950) giocano a questo gioco perverso e allo stesso tempo vitale, senza il quale gran parte del divertimento, della fascinazione (e del successo) di questa incredibile scrittrice non avrebbero raggiunto le vette più alte del suo genere. D’altra parte, l’illusione è accentuata dalla sottile vena di ottimismo che pervade le sue opere: tra tranquilli tè pomeridiani, visite al vicariato, cene, chiacchiere, servi e maggiordomi, la placida Inghilterra post vittoriana pare non essere scalfita dalla modernità e dal progresso, nonostante gli interstizi rivelino il contrario. Il fatto è che: «Il suo intento era quello di rasserenare il suo pubblico, dopo averlo attirato nel mondo del mistero, dicendogli che ragione, intelligenza e buona volontà finiranno sempre per prevalere» (dall’introduzione a Dieci piccoli indiani, Mondadori, I classici moderni, 1988, traduzione a cura di Beata Della Frattina).

Senza dimenticare quel pizzico di ironia che la conduce a entrare nelle sue stesse storie, una perfetta caricatura di se stessa, quell’Ariadne Oliver, giallista di fama mondiale, annoiata a morte dal suo detective finlandese, apparsa per la prima volta in Parker Pyne indaga (1934) ma che assume sempre più spessore in altri romanzi, tra i quali ricordiamo: Carte in tavola (1936), La sagra del delitto (1956), Gli elefanti hanno buona memoria (1972) assorbendo man mano sempre più caratteristiche della sua creatrice.

Ma, alla fine di tutto, c’è un mistero che nemmeno a quarant’anni dalla morte di Agatha Christie si riesce a spiegare: il tempo esaurirà mai la scorta di cose da dire sulla regina della crime novel? Per ritornare al nostro titolo: siamo riusciti a mettere tutte le carte in tavola sulla carriera di questa impareggiabile scrittrice? No. E non solo per la sua prolificità (ogni storia meriterebbe uno studio a sé), ma perché se c’è qualcuno che ha realmente cambiato “le carte in tavola” della narrativa di genere (e non solo), ebbene, questo qualcuno è lei: la signora del giallo.

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