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"Affetti collaterali", genitori e figli smarriti nella Milano contemporanea

"Affetti collaterali", genitori e figli smarriti nella Milano contemporaneaAffetti collaterali (Giraldi Editore, 2019) è il romanzo di Eleonora Molisani, giornalista e scrittrice milanese, molto attiva sui social, che ci racconta un intreccio di sei personaggi che si muovono in una Milano fatta di luci e ombre.

Nero è un uomo di successo, ma con un passato doloroso che ha influenzato tutta la sua vita, mentreScura, sua moglie, è la classica donna in carriera, sempre con la valigia pronta per inseguire progetti in giro per il mondo, anche a scapito della serenità familiare.

Enrica detta Ricola, la loro unica figlia, è un'adolescente molto più problematica della media, anche se i suoi genitori non se ne rendono affatto conto.

 

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Grigio, insegnante e musicista fallito, ha amato Scura da giovane e vorrebbe amarla ancora, nonostante sia a sua volta sposato e padre di un figlio. Blanca è invece un'immigrata peruviana, che lavora duramente per offrire una vita migliore al figlio Manuel, anche se nessuno dei due si è veramente integrato nella vita della metropoli.

I rapporti fra queste sei persone sono tutti all'insegna dell'incomunicabilità, tra coppie ormai sfatte, figli desiderosi solo di fuggire da famiglie infelici e genitori non più in grado di comprenderli, né tantomeno di guidarli. Sullo sfondo, una Milano in cui non sempre l'accoglienza riesce a evolversi in reale integrazione.

Abbiamo posto qualche domanda a Eleonora Molisanisu come è nato Affetti collaterali durante un aperitivo milanese.

"Affetti collaterali", genitori e figli smarriti nella Milano contemporanea

 

Lei è una persona che per ragioni professionali legge moltissimo ed è abituata ad analizzare in profondità i testi che legge. Come affronta il processo della scrittura quando decide di passare dall'altra parte?

Rispondo sinceramente: mettendomi dall'altra parte mi sento inadeguata, perché comunque scrivo per passione e mi rendo conto di essere molto influenzata dal mestiere di giornalista. Ci sono degli aspetti da cui vorrei maggiormente distaccarmi in futuro, continuando a scrivere: ad esempio, il racconto della realtà che mi circonda. Rispetto ad autori che riescono a lavorare molto sull'aspetto fantasioso di una storia, io mi scopro molto più attenta a fotografare la realtà e a soffermarmi di più su  cose a essa collegate. Non mi sento un vero scrittore, ma un giornalista che scrive dei libri.

 

In questo libro ha costruito una bella storia, con dei personaggi notevoli, ma ha limitato molto la lunghezza del testo. Perchè ha rinunciato a raccontare di più?

Io mi autolimito, perché ho la convinzione di poter dire delle cose ficcanti senza arrivare a tediare il lettore, sicuramente per deformazione professionale. Il paradosso è che mi verrebbe da scrivere di più, ma poi faccio sempre un lavoro di sottrazione: forse il percorso che devo fare è quello di staccarmi dalle abitudini di giornalista e sviluppare di più l'aspetto narrativo. Sto pensando anche di frequentare un corso di scrittura creativa proprio per questo.

 

La storia, in effetti, lascia la voglia di sapere qualcosa di più di questi personaggi, tutti con un vissuto importante, che rimane però un po' inespresso…

Non sono a favore dei libri lunghi perché di solito, quando li leggo, mi viene quasi sempre da pensare che le stesse cose avrebbero potuto essere dette con un minor numero di pagine, ma forse si tratta solo di trovare una via di mezzo tra raccontare una storia in cento pagine o farlo in cinquecento... Salvo poche eccezioni, in un romanzo di trecento o più pagine io taglierei sempre qualcosa, anche in tanti autori molto apprezzati.

"Affetti collaterali", genitori e figli smarriti nella Milano contemporanea

Questa è una storia del tutto inventata o è partita da uno spunto reale?

Ho raccontato questa storia perché, lavorando come giornalista, sono immersa tutti i giorni in certe realtà. L'anno scorso, ad esempio, è stata fatta dal MIUR un'indagine nelle scuole italiane sui ragazzi tra i quattoridici e i diciotto anni, dalla quale è emerso che l'ottanta per cento degli adolescenti soffre di un disagio esistenziale profondissimo, che il quindici per cento pratica forme di autolesionismo, ma parliamo di coloro che lo ammettono: secondo gli psicologi, la percentuale va raddoppiata, perché molti non ammettono di farlo. Siamo il secondo Paese al mondo a sviluppare la patologia degli Hikikomori, i ragazzi che si chiudono in casa dedicandosi solo al web. A parte questi dati che mi avevano sconvolto, ho avuto anche esperienze pesanti tra persone che conosco.

Aggiungiamo che dal 1991 in Italia sono quadruplicati i divorzi nella fascia di coppie di età tra i quaranta e i cinquant'anni, mentre tra le persone sotto i quarant'anni sono crollati i matrimoni.

Un altro tema che ho voluto inserire è quello della falsa integrazione, perché se la comunicazione dei media fosse fatta meglio il quadro della realtà sarebbe un po' diverso da come appare.

In Italia, e a Milano, abbiamo accolto tantissime persone, ma l'accoglienza non significa integrazione. C'è anche tanta ipocrisia fra chi sui social scrive proclami a difesa degli emarginati dall'altra parte del mondo, ma poi non invita alle feste i compagni di scuola extracomunitari dei figli. Avendo un figlio in età scolare, conosco bene queste situazioni.

Per molte persone, per esempio per i protagonisti del libro, queste persone sono invisibili, non le vedono proprio, non si relazionano con loro.

 

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Mi hanno colpito questi nomi come Nero, Scura, Grigio, Blanca, anche in rapporto a una Milano che spesso viene definita grigia. Come li ha scelti? E cosa ci può dire di come ha parlato della città?

I nomi sono stati la prima cosa a cui ho pensato, perché simboleggiano il malessere esistenziale dei personaggi. Nero è l'apice di questo malessere, malinconico e prigioniero del suo passato.

Blanca rappresenta la luminosità di una persona resiliente e piena di speranza, pur nella sua malinconia. Scura e Grigio, invece, vivono di rimpianti, perché in fondo il grigio è il colore della mediocrità.

Quanto a Milano, in realtà, non credo di averne dato una rappresentazione grigia. È una città che ti devi meritare, forse è meno accogliente di altre ma potrebbe essere qualsiasi grande metropoli dove si vive seguendo un ritmo troppo frenetico. Corriamo troppo, ci perdiamo di vista, non ci occupiamo davvero delle cose essenziali. Magari dovremmo tornare a riflettere un po' su questo.


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Per la prima foto, copyright: AC Almelor su Unsplash.

Per la terza foto, credit: Alfredo Bernasconi.

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