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“Acquanera” di Valentina D’Urbano

Valentina D'Urbano, AcquaneraDopo il romanzo d’esordio Il rumore dei tuoi passi (Longanesi, 2012), la giovane romana Valentina D’Urbano torna, oggi, con il nuovo Acquanera (Longanesi, 2013). Torna con il suo realismo spoglio ed efficace e tuttavia intriso di umori; torna con la sua scrittura schietta e icastica allo stesso tempo a raccontare quel sostrato dell’esistenza umana, feroce e dolente, fatto di inattese aperture, e altrettante chiusure, alla realtà, in una continua oscillazione tra i due piani. Una storia stravagante e fantastica nel dato di partenza, eppure semplice e lineare nella sua evoluzione, sospesa tra modernità e tradizione, immersa nel vissuto quotidiano di una provincia amara, con le sue verità occulte e i suoi silenzi, rotti dalla voce di tre donne, tre generazioni fuse in un unico segreto, un’eredità scomoda che scorre di madre in figlia, come l’acqua nera del lago di Roccachiara, centro del paesaggio naturale e umano della narrazione.

È proprio il rapporto funzionale tra i personaggi e il paesaggio – quest’ultimo inteso sia come spazio geografico che come spazio antropico – a costituire uno degli elementi più riusciti dell’intero impianto stilistico-compositivo. L’inscindibile integrazione dell’uno con l’altro fa raddoppiare il valore simbolico attribuito agli agenti naturali, trasferendoli sul piano sensibile dei sentimenti, delle emozioni, della stessa condizione agita dalle figure protagoniste, con effetti di soffocante straniamento: Roccachiara è un paese del profondo nord, freddo e brumoso, chiuso tra le montagne e il lago, ignorato, dimenticato, estromesso dal mondo esterno proprio come lo sono Elsa, Onda e Fortuna, a loro volta allontanate, respinte, emarginate dalla società, isolate, ognuna a modo suo, da un inaccessibile destino che intreccia una narrazione di secondo grado, il romanzo familiare, ad occupare una parte importante, uno sviluppo pienamente giustificato e non una facile derivazione.

Un destino che è come un’allucinazione. Coniuga l’ebrezza dell’esperienza onirica a presagi e premonizioni regolarmente luttuose in uno scambio tra vita e morte che sembra voler significare, ancor più che esorcizzare, che ciò che pensiamo sia il naturale limite dell’esistenza terrena è solo una soglia di passaggio tra una condizione e un’altra; e quel che percepiamo normalmente come assenza non è se non presenza materialmente modificata. Ma solo ad alcuni è dato sentirla, rivelando in tal modo tutta la sua devastante potenza: difficile da accettare, da dono si trasforma in tormento, solitudine, follia.

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Valentina D'Urbano, AcquaneraAd allentare le maglie di questo infinito stato di segregazione, almeno per Fortuna, interviene Luce (ulteriore dettaglio degno di menzione: la forte carica allegorica dei nomi che va oltre il comune e banale nomen omen), incontrata in una di quelle aperture che la vita a volte schiude per smascherare cose che altrimenti non arriveremmo mai a vedere, vivere, respirare, sognare.

Maria Luce, la bambina che con i morti ci lavora come se fosse un gioco, la transfuga da un capo all’altro della penisola, da un meridione desolato e opprimente a un settentrione non meno tormentato; Maria Luce che è l’altra diversa, l’altra esclusa, il sospirato nome del riscatto infantile di Fortuna, ma riuscirà a sottrarla all’aspra sorte che ha già condannato sua nonna Elsa e oltraggiato sua madre Onda? Fortuna lo spera, ma: «La speranza è una malattia più grave di qualsiasi dolore».

Il negativo dell’assenza, il dolore e la finitezza dell’esistenza, l’insondabilità del reale, la labilità della conoscenza, la scivolosità dei rapporti, con se stessi e con gli altri: questi i tasselli che costituiscono la struttura dell’istanza narrativa.

L’istanza narrante, invece, appare volutamente ambigua: il lettore crede di indagare con l’occhio di una delle protagoniste, ma ben presto si accorge che sta scrutando il tutto da una prospettiva diversa, un punto di vista che non coincide con nessuna delle tre figure in primo piano e nemmeno con Luce. Coincide, invece, o piuttosto mima, con quella esitante e turbata dei compaesani, la stessa diffidenza, lo stesso smarrimento e quindi perplessità e circospezione che si sciolgono, tuttavia, nel finale, inaspettatamente apodittico.

Chi ha letto il romanzo d’esordio potrebbe rinvenire in questa seconda prova della D’Urbano una certa dose di autoreferenzialità, in particolar modo lessicale; indubbiamente la cifra stilistica più qualificante dell’autrice avvalora la semplicità dell’espressione, omogena al soggetto anche quando questo è pervaso da un certo qual senso epico della trama, e pertanto si iscrive d’ufficio nel solco della più recente lezione del romanzo italiano, il cui dispositivo narratologico più autentico e immediatamente riconoscibile è dato da un discorso sostanzialmente misurato nelle forme e plastico nei contenuti. 

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