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Abbecediscolo - Lettera A (Puntata n. 1)

Abbecediscolo, Lettera A, Puntata n. 1Agente letterario

Figura piuttosto controversa.
Qualcuno sostiene debba stanare talenti a costo zero, altri, invece, trovano che nessuna caccia al tesoro possa iniziare senza prima acquistare una vanga. Insomma, la corsa all’oro passa prima dal front office e l’annosa questione è stata dibattuta da due famose autrici.
Rita Charbonnier consiglia di «evitare gli agenti che chiedono soldi per valutare gli inediti. Gli agenti letterari, per definizione, guadagnano sui guadagni degli autori, non sulle aspirazioni degli aspiranti tali». Michela Murgia le risponde a stretto giro di blog: «Valutare testi in maniera professionale è una competenza e richiede molto tempo, anche quando conduce a un rifiuto di prendere in carico l'aspirante scrittore. Da che mondo è mondo i consulti degli esperti si pagano, perché fare consulenza è un lavoro».
O, per dirlo Con parole nostre, la carta si serve à la carte.

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Antenato (o lo scrittore a cui mi ispiro)

Ispirare, espirare, ispirarsi. Respiri e sospiri d’ammirazione.
Tutte le interviste ad autori più o meno celebri sono condite da grossi nomi: a loro ci si ispira o ci si vota con fiducia. Citare romanzieri defunti fa sembrare fini intellettuali, citarli mentre sono ancora in vita potrebbe lasciar pensare a uno scambio di favori. In realtà, diffido sempre di chi parla d’antenati artistici: l’unica influenza inevitabile è quella stagionale.

«Alla domanda: “a chi ti ispiri, quale è il poeta che prediligi?”, amo rispondere così: “il poeta che amo di più sono io. Poi, vengono Hikmet e Prèvert”. Non è questione di arroganza. Solo consapevolezza e rifiuto dell’ipocrisia». Questo è Enrico Danna, che parla del proprio libro,  dopo aver precisato che «Non è semplice fare la recensione delle proprie opere. Si rischia di essere poco obiettivi e, a volte, anche banali».

Davvero?

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Autobiografia

Vita noiosa? Vediamo di movimentarla. Raccontandola.
Prima o poi l’idea scatta in ogni scribacchino: raccontarsi. Il bello dell’autobiografia è che trama e personaggi sono sempre chiari, almeno all’autore; il brutto è non rendersi conto che, in fondo, non si ha niente d’interessante da dire. Per questo, tutto sommato, bisognerebbe pubblicare le biografie solo postume e scritte da altri, a cui lasceremo il piacere di dire di noi: in bene o in male, purché se ne parli, e riempiendo gli spazi vuoti con aneddoti interessati noti nemmeno al protagonista.

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Autografo

Certifica che l’autore sa ancora impugnare una bic.
Lasciare traccia del proprio passaggio è tipico dell’essere umano, dalle grotte di Cro-Magnon al messaggio di Arecibo, ma c’è un momento, in particolare, in cui anche il più schivo tra gli ominidi si sente improvvisamente parte del meccanismo editoriale: la richiesta dell’autografo.

Ci sono lettori che lo chiedono a gran voce ai loro beniamini – lo sghiribizzo è il testimone muto che dichiara «Io c’ero» –; altri ne fanno volentieri a meno. 

Alda Merini, a volte, rifiutava di rilasciare autografi e aveva i suoi buoni motivi; Bukowski trovava tale pratica un vero supplizio, Severgnini concede dediche personalizzate anche via TwitterPaolo Cananzi – autore per I libri di Comix – sostiene d’avere così pochi ammiratori da chiedere l’autografo ogni volta che ne incontra uno. Pare che Stephen King firmi malvolentieri le proprie foto, va meglio coi libri, ma non più di due a persona. Fabri Fibra ammette che mai avrebbe immaginato di rilasciare autografi. Come dargli torto?

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Autostima (o, il pozzo e il pungolo)

Non esistono scrittori timidi e la cosa vale anche per chi usa pseudonimi. Scrivere è correre in piazza, tenendo in testa un paio di mutandoni, circumnavigare il monumento ai caduti delle due guerre con passo gagliardo e convincere tutti che la cosa abbia un senso. Ci vuole autostima, certo, condita da una sana faccia tosta.
Scrittori con quattordici primavere e trenta libri nel cassetto e scrittori suicidi a pagina quattro, ma, secondo Marco Vigevani, «gli scrittori migliori sono quelli che a una forte autostima uniscono una buone dose di autocritica». Su Giornalettismo, invece, apprendiamo che chi ha problemi d’autostima non dovrebbe scrivere un libro. In questi casi, risulta più utile l’analista. Radio 1 ci informa che «intervistare uno scrittore, anche esordiente, non è mai facile. Un po’ per la ritrosia che spesso cela un grande ego, un po' per il grande ego che spesso dilaga senza mai giungere a conclusione». Tanto vale parlare del meteo, allora.

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Commenti

Be', stranissima gente gli scrittori, eppure è pieno di aspiranti tali. È sempre difficile dare consigli a chi vuol scrivere, perché non sempre chi ha successo è il più bravo o il più talentuoso. Come spesso accade, ci vuole un'ottima dose di fortuna.
Chi scrive (o tenta di farlo) è un po' vanitoso, un po' carico d'autostima eccessiva; ma a volte la scrittura è una terapia, un modo per scavare dentro di sé, per trovare qualcosa di cui agli altri importa pochissimo, ma che invece conta molto per lo scavatore... ma questa è un'altra funzione. Non parlo solo della scrittura terapeutica, ma della scrittura come modo per recuoperare se stesso. Certo, solo al passato, come nella chiusa de "La nausea" di Sartre: “Un libro… Ma naturalmente da principio ciò non sarebbe che un lavoro noioso stanchevole; non m’impedirebbe di esistere e né di sentire che esisto. Ma verrebbe pure un momento in cui il libro sarebbe scritto, sarebbe dietro di me e credo che un po’ della sua luce cadrebbe sul mio passato. Allora, forse, attraverso di esso, potrei ricordare la mia vita senza ripugnanza. Forse un giorno, pensando precisamente a quest’ora, a quest’ora malinconica in cui attendo, con le spalle curve, che sia ora di salire sul treno, sentirei il mio cuore battere più forte e mi direi: quel giorno, a quell’ora è cominciato tutto. E arriverei – al passato, soltanto al passato – ad accettare me stesso”.

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