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A Trento trionfa la montagna dei legami, dell’autenticità e della fantasia

A Trento trionfa la montagna dei legami, dell’autenticità e della fantasiaIl primo treno che prendo è diretto a Venezia. Davanti a me c’è seduto un bambino, ha grossi occhi castani e una gran voglia di parlare. Fuori piove e le gocce d’acqua si aggrappano al finestrino. Il vagone è mezzo vuoto e quando finisce di mangiare la merenda alza lo sguardo e mi vede. Abbiamo lasciato Milano soltanto da pochi minuti. Sento che mi sta guardando, che non vede l’ora di dirmi qualcosa, ma non distolgo lo sguardo dal computer: ho da sistemare le ultime cose per le interviste della sera. Poi, però, mi tocca due volte lo schermo e mi chiede dove sto andando. Ha la faccia seria, come se io avessi fatto un incidente e avesse la necessità di capire quale fosse il mio gruppo sanguigno. Gli dico che sto andando a Trento, alla premiazione del Premio Itas del libro di montagna. Quando sente la parola montagna qualcosa scatta in lui: si scorda che stava parlando con me e comincia a dire alla madre – che, mi ha raccontato dopo, da tempo sognava di portare nella laguna suo figlio – cosa ci andiamo a fare a Venezia, dai, voglio andare in montagna, montagna, montagna. Non mi piacciono le gondole voglio la neve, insiste. Ecco, penso a questo entusiasmo, a quella risolutezza, e mi vengono in mente il Premio Itas, che dal 1971 ricerca la migliore letteratura dedicata alla montagna, ed Enrico Brizzi, che da sette anni dirige la giuria del premio. Penso a quanto stia cambiando il nostro modo di guardare alle alte vette, a quanto stia facendo la letteratura.

Il treno ha cinque minuti di ritardo e ci sono solo pochi minuti per prendere quello per Bolzano. Corro e incontro un uomo, mi sembra di conoscerlo. È Paolo Cognetti, anche lui diretto a Trento. Doveva essere sul mio stesso treno, su un altro vagone, però. L’autore de Le otto montagne quest’anno per la prima volta è membro della giuria. C’è ancora qualche minuto, e ha ragione, non c’è alcuna necessità di fare di fretta. Chissà cosa mi aveva spinto a correre. Ho appena sentito l’ufficio stampa, gli dico, gli chiedevo di intervistarti, a questo punto possiamo fare in treno. Tra due settimane parte per il Canada, mi dice, per andare a girare un documentario nelle terre di Christopher McCandless, immortalate nel film di Sean Penn Into the Wild. Ma durante il viaggio siamo presi, e quando cominciamo a discutere del premio Itas e di letteratura di montagna ormai mancano pochi minuti all’arrivo, così ripieghiamo in un bar, per la strada verso l’albergo. Ricomincia a piovere quando usciamo dalla stazione. Una pioggerellina leggera, che non dà tanto fastidio.

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Abbiamo discusso tanto sulle tre categorie di concorso in cui è attualmente suddiviso il premio, racconta, narrativa, non narrativa e narrativa per ragazzi. La distinzione non ci soddisfa, perché in tante occasioni è difficile capire dove collocare un’opera. Abbiamo pensato di istituire alcune aree tematiche in modo da valorizzare meglio le differenti proposte, come alpinismo e sport di montagna, vita in montagna, una parte della letteratura a cui Rigoni Stern [grande scrittore di montagna e storico presidente della giuria, ndr] teneva molto, nonché l’area ragazzi, un’area dedicata all’ambiente e alla ricerca scientifica. Quest’anno, per esempio, c’era il bellissimo libro di Daniele Zovi, Alberi sapienti antiche foreste (Utet), che era difficile inserire in una delle sezioni esistenti. Come fai a confrontare un libro del genere sui boschi e le foreste con, per dire, il romanzo di Marco Balzano o l’autobiografia di Manolo?

Quale immagine della montagna stanno dando i romanzi? gli chiedo. Si tratta di una domanda che faccio ai giurati ogni volta che vengo a Trento. Più tardi l’avrei fatta anche a Brizzi. «La mia impressione», mi risponde Cognetti, «è che si stia uscendo dall’ambito alpinistico, prima egemone, la montagna sta diventando sempre più uno scenario per storie di ogni genere, come testimonia, ad esempio, il libro di Lilli Gruber, Inganno (Rizzoli)». Io gli dico che però due dei vincitori sono alpinisti. Giustamente mi risponde che però sono libri poco alpinistici. I numeri gli danno ragione: in un settore in crisi come quello dell’editoria la letteratura di montagna regge bene. D’altra parte, continua, la montagna è divenuta un luogo altro rispetto alla città, un luogo di scelte, un luogo dell’uomo, un luogo in cui avvengono le vicende umane. Lo vedo contento e soddisfatto. Trento, in questi giorni, diventa la capitale della montagna e il premio cresce di anno in anno, sempre più libri vengono candidati. Il lavoro che fa il premio, d’altra parte, è fondamentale. Come con tutti i premi, racconta Cognetti, serve ogni tanto individuare il libro che arriva a tanti, di grande accessibilità, e in questo senso il mio libro [si riferisce a Le otto montagne, che ha vinto l’edizione 2017 del premio Itas, ndr] ha aiutato il premio Itas come il premio Itas ha aiutato me, ma è fondamentale valorizzare quell’opera che non è stata abbastanza letta e vista, che il premio tenta di far conoscere. Tra i finalisti c’era anche Resto qui di Marco Balzano, che ha già conquistato un gran numero di lettori, ma quale aiuto avremmo potuto dare a un libro già così noto?

Cognetti è un amante della letteratura nordamericana, ed è un lettore più di racconti che di romanzi. Gli chiedo a quale autore americano gli sarebbe piaciuto dare il premio Itas e lui mi risponde Gente del Wyoming di Annie Proulx, da cui è stato tratto nel 2005 I segreti di Brokeback Mountain, o anche a In mezzo scorre il fiume di Norman Maclean, che parla di pesca ma anche di montagna. Non li ho letti, me li segno, con l’intenzione di recuperarli. Gli chiedo quanto si ferma e mi dice che sarebbe ripartito l’indomani e che fra due settimane sarebbe volato per l’Alaska. «Vado a girare un documentario, con una troupe al seguito, in parte sarò autore e in parte personaggio: sarà un documentario sul mio viaggio alla ricerca del mito del grande Nord, della frontiera, della wilderness. Forse, a pensarci bene, se sono andato a vivere in montagna, se ora vivo in una baita, è perché sognavo il mito dell’Alaska. E parlo di quel mito a cui hanno dato vita certi scrittori americani, come Thoreau, London, Hemingway e Kerouac, quel mito che racconta di un’esistenza altra, oltre un qualche genere di frontiera, dove l’uomo, stanco, sconfitto, può andare a rigenerarsi e a cominciare una nuova vita. Andremo a cercare quel mito, quel mito che mi ha spinto ad andare a vivere in quella baita.» Lo hai trovato quel mito, lassù? gli chiedo. «Naturalmente no», risponde Cognetti, «ho trovato altro, altre persone, incontri, un paesaggio molto antropizzato, poca natura incontaminata, un altro luogo in cui abitare, l’inizio di una nuova vita.»

Poi arriva il tempo di andare, camminiamo verso l’albergo (continua a piovigginare), la città è bella, come sempre, con le montagne che spuntano in fondo alle vie, tra i palazzi, ma è già ora di andare alla premiazione, che quest’anno, per la prima volta, sarà congiunta a quella del Trento Film Festivale si terrà al MuSe, il bellissimo Museo delle Scienze di Trento. Vincono Simon McCartney con Il Legame (Alpine Studio) come Migliore opera narrativa, Manolo con Eravamo immortali (Fabbri) come Migliore opera non narrativa e Alessandro Boscarino con K2. Storia della montagna impossibile (Rizzoli) nella categoria ragazzi. C’è un ricco buffet, mangio del riso e delle crespelle, una tartina al salmone e mi trovo un posto per sedermi.

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Alessandro Boscarino, grafico e art designer al suo debutto nel mondo editoriale, prende posto accanto a me. Ha scritto un libro molto affascinante, di grande formato(«un volume che fatichi a sistemare in libreria», ha detto Brizzi, anima della giuria), che accosta al testo meravigliose illustrazioni, un volume, ha spiegato ancora Brizzi durante la premiazione, che è «l’esempio di come si possa oggi inventare ancora qualcosa di nuovo in questo ambito, purché si usi per prima cosa la fantasia». Perché proprio il K2?, gli chiedo. «Ho iniziato ad appassionarmi alla letteratura di montagna con Aria sottile di Krakauer», racconta. «Quella lettura è stata folgorante, così sono tornato in libreria e ho comprato altri tre o quattro libri. Uno di questi era sul K2 ed era firmato dall’americano Ed Viesturs. Un libro tira l’altro e ho finito per leggere tantissime storie e saggi su quella che è la seconda vetta più alta al mondo. Qualcosa mi ha rapito e dato che non sono uno scrittore per estrazione, ma un grafico, ho pensato di mettere le mie competenze a disposizione di queste storie, tentando di fare qualcosa di nuovo, di mai visto. La ricerca è andata avanti sei anni e mi ha permesso di entrare in contatto con quasi un centinaio di persone, se non di più, tutti pronti a donarmi i loro materiali e a condividere con me le storie loro o dei loro familiari. Gli chiedo, com’è naturale, se pensa di dedicare un volume del genere ad un altro monte. La casa editrice lo vorrebbe, ma ho in mente un altro progetto, una biografia sullo stesso stile. Staremo a vedere.» Lo ringrazio e lo saluto, pensando che avrei proprio voglia di salire anch’io su quelle montagne di carta che Boscarino ha dato alle stampe.

Intanto arriva l’alpinista Simon McCartney, che quest’anno ha vinto il premio che due anni fa era stato di Cognetti e l’anno scorso di Roberto Casati (qui l’intervista realizzata in occasione del premio Itas 2018). Il suo è un romanzo autobiografico che racconta le storiche salite del Mount Huntington nel 1978 e del Denali nel 1980, fatte con l’amico Jack Roberts. Gli chiedo come fosse capitato che un arrampicatore come lui avesse preso in mano la penna e avesse deciso di scrivere un libro. Mi risponde che è una lunga storia ma che se per me va bene me la racconta. Io gli rispondo che sì, che per me andava bene, cancellando le altre domande che mi ero segnato: non ci sarebbe stato il tempo di fargliele. «Dopo l’avventura sul Denali [con i suoi 6190 metri è la montagna più alta degli Stati Uniti, ndr], in cui avevo rischiato seriamente di morire, ero ridotto male. Mi ero salvato soltanto grazie a Jack Roberts, che quando mi ero sentito male, aveva deciso di morire piuttosto che abbandonarmi lì. Per me fu terribile vederlo fermarsi, accettando la morte, per starmi accanto. Per fortuna, poi, siamo sopravvissuti tutti e due, ma è stato soltanto grazie a lui se oggi sono ancora qui, se non sono morto su quella montagna quasi quarant’anni fa. Stavamo andando troppo oltre e infatti ho poi deciso di non scalare più. Jack, invece, continuò. L’anno dopo, nel 1981, ho incontrato Jack a Londra. Ero felice di rivederlo ma c’era qualcosa che non andava, forse sapevamo già che non avremmo più salito i monti assieme. Dopo quella volta ci siamo persi di vista. Io, d’altra parte, mi ero trasferito in Australia. Ebbi sue notizie solo nel 2012, trentadue anni dopo, quando, attraverso una serie di messaggi su un blog d’alpinismo, venni a sapere che mi stava cercando. Nessuno sapeva dove fossi e voleva trovarmi. Quando lessi quei messaggi, però, era troppo tardi: era morto due settimane prima, arrampicando.»Si ferma un attimo, visibilmente commosso, come lo era dal palco del MuSe, poco fa, quando ha ricevuto il premio, e alla figura del suo amico Jack aveva fatto un accenno. «In quel momento», riprende qualche secondo dopo, «capii che dovevo raccontare la nostra storia, la mia e la sua. Per anni, dopo le ultime scalate, di montagna e di alpinismo non volevo più saperne niente. Quello con la montagna era come un matrimonio finito male, stavo male solo a pensarci. Scrivere questo libro, che, per certi versi, è stato difficile quanto salire in vetta, mi ha permesso di riconciliarmi con la montagna. E poi lo dovevo a Jack.»

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Un altro alpinista, un altro uomo che a un certo punto ha sentito il bisogno di fermarsi, raccogliere le idee è raccontare. Ringrazio Simon McCartney, mentre si siede accanto a me Manolo, alias Maurizio Zanolla, anche detto "il mago", una leggenda nel mondo dell’alpinismo, italiano e internazionale. Eravamo immortali, però, non celebra le grandi scalate, bensì «il bisogno di libertà e la ricerca di un modo di vivere autentico e pieno», come ha detto Brizzi durante la premiazione. La libertà, ha sottolineato Manolo durante il conferimento del premio, è un discorso troppo grande, se ne parla sempre con troppa leggerezza. Una visione, questa, che viene da lontano, dagli anni Settanta, a cui tanto spazio dedica il libro. «Il ‘68 in Italia è arrivato negli anni Settanta», mi racconta, «un’onda lunga che si è trasformata negli anni di piombo. Non ho mai vissuto gli scontri politici, ma ho vissuto con quei ragazzi, frequentavo Milano, per quanto io fossi di Feltre e la mia era una realtà di provincia. Eppure anche lì, in quella piccola periferia, c’era una partecipazione sociale straordinaria, c’era un fermento che in un modo o nell’altro coinvolgeva tutti. La mia è l’ultima generazione scesa in piazza a fare politica. C’era voglia di cambiare, un forte senso di responsabilità, che portavamo avanti con indipendenza. Oggi, però, mi sembra che ci sia troppa poca coesione per portare avanti un movimento. Oggi più che mai è necessario fermarsi a riflettere, mi dice. La storia lo insegna. Ma se non lo facciamo cosa succede? Facciamo finta di niente?» mi chiede. «Dovreste essere voi giovani a prendere l’iniziativa. Mi sembra che si aspetti una risposta da me, ma mi sento impotente, e non faccio altro che dirmi d’accordo. Eppure c’è chi lotta, prosegue, togliendomi dall’impiccio, penso a chi fa la lotta vera alla mafia, al grande coraggio che hanno alcune persone di ribellarsi, un coraggio che, in un contesto così vischioso, non puoi pretenderlo da nessuno. Quelle sono vere manifestazioni di coraggio, non scalare una montagna.» Poi si ferma, si rende conto che sta andando verso argomenti pericolosi e, ancora una volta usa questo termine, vischiosi, e poi riprende.

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«Ciò che ho imparato scalando le montagne è capire che sono fragili, che è stato solo un passo per capire la mia fragilità, e poi capire la fragilità delle montagne attraverso la mia fragilità. Le montagne hanno un modo di rifarsi, trasformarsi, per sopravvivere, noi no, però. Magari saremo così veloci da andare via da qua, magari troveremo un altro modo di vivere, ma è necessario riflettere sul nostro rapporto sull’ambiente. Vorrei capire meglio cosa intende quando parla di fragilità delle montagne, gli dico. Abbiamo l’idea che la montagna sia qualcosa di eterno, mi dice, ma non è vero, è fragilissima, e da quelle più alte e sottili, forse, ce lo aspettiamo, ma se pensiamo a, per dire, il Cervino, che sembra solido, come una grossa piramide, fa male scoprire che si sta sgretolando. Sai, alle volte mi sembra che siamo saliti su una locomotiva che a tutta velocità si sta andando a schiantare contro un muro. La pietra non è eterna.»

Lo ringrazio e lo lascio andare, ci ha già dato diversi tanti spunti su cui pensare. Quando rialzo la testa i tavoli sono vuoti, da mangiare non c’è più niente, cerco un caffè e lo trovo e poi scendo: il museo si è trasformato in una pista da ballo. Ancora ho un’ultima intervista da fare e non è proprio il caso che mi unisca alle danze. Vedo Enrico Brizzi, prendo uno spritz e lo raggiungo. Come sempre, mi accoglie con un sorriso. Lo invito a uscire, giusto il tempo di qualche domanda, per quanto mi dispiaccia portarlo via dalla festa, che, mai come quest’anno, con la premiazione del premio Itas unita a quella del Trento Film Festival, si sta rivelando una meravigliosa serata. Decido di partire da qui, da questo incontro, tra il festival letterario e quello cinematografico.

Il Film Festival è un brand molto forte per Trento e per il mondo cinematografico. Il premio Itas è, invece, un premio settoriale, molto forte nel suo campo, ma non così noto sulla scena dei premi letterari. Essendo entrambi a Trento, trattando entrambi di montagna, mi sembrava naturale che finissero nello stesso alveo, nel palmo della stessa mano.

«Sette anni da presidente», gli dico.

«Cosa vuoi insinuare?», mi chiede, ridendo.

«Che nessuno meglio di te può aver presente il movimento letterario intorno alla montagna, la rappresentazione che la letteratura sta offrendo della montagna», gli dico, arrivando alla domanda che più mi sta a cuore, e che ogni anno ripeto.

«Vedo tanti cambiamenti in montagna, risponde, tanta gente con gli scarponi nuovi, con lo zaino nuovo, è un momento storico che dura da un numero discreto di anni, c’è un sacco di gente che si innamora della montagna e dell’outdoor in generale. Prima non era così. Nel 2006, per dire, proposi alla redazione dell’«Espresso» un reportage sulla via Francigena da Canterbury a Roma, che in Italia non aveva ancora fatto nessuno, ma non mi presero sul serio. Sembrava una bizzarria e basta, poco interessante, perché si chiedevano cosa ci fosse da raccontare in una storia del genere, senza capire che il camminare non è un fine, ma è un mezzo che ti permette di vedere la realtà in maniera diversa. Oggi dire queste cose è una banalità, in quegli anni non era per nulla scontato. Un libro come quello di Paolo Cognetti, vent’anni fa, non lo avrebbe comprato nessuno, semplicemente perché si chiama Le otto montagne e le persone avrebbero pensato a un libro per specialisti. La genialità di Cognetti sta nel fatto di aver intercettato un momento storico perfetto, quello in cui il pubblico generalista si è interessato a temi che fino a pochi anni prima erano prerogativa degli specialisti. Puntualizza, naturalmente, che prima aveva amato i racconti di Cognetti e che Le otto montagne è un ottimo romanzo.

La cosa affascinante, insomma, è vedere questo movimento doppio: tante facce nuove in montagna e tante facce nuove in libreria. Pensa a Manolo, che è un’icona italiana dell’alpinismo italiano e internazionale, eppure non ha scritto dei suoi trionfi ma dato vita a un romanzo alla Dickens, su una generazione, su un ragazzino cresciuto in una landa sfortunata d’Italia. Manolo è una persona assolutamente autentica, che dice cose condivisibili. Ho perso tanti amici in montagna, mi diceva Manolo prima, come in macchina in città o sulle autostrade, allora perché puntare il dito contro la montagna? Lui dice che c’è un tabù sulla libertà: un Paese in cui non si è nemmeno liberi di decidere come morire non è un paese serio. La storia ci racconta che agli albori dell’alpinismo, quando morivano un sacco di inglesi andati in Svizzera ad arrampicare, la regina Vittoria decise di proibire l’alpinismo in quanto pratica nociva ai valori alla società british. Ma cosa può imporre una società? Fino a che punto può spingersi? Per quanto mi riguarda, il diritto di scegliere come morire è un tema molto caldo che non ha a che fare solo con l’alpinismo, così come il libro di Simon McCartney, I Legami, la storia di una persona che ha un incidente gravissimo in montagna, che perde la memoria e la recupera solo molti anni dopo. Non è solo la storia di un alpinista che si è salvato per miracolo, è la storia di come ognuno di noi solo da grande capisce davvero cos’è stato da giovane.»

 

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Ringrazio Enrico Brizzi ed esco dal museo. Si è fatto tardi ed è ora scrivere. Quando mi incammino verso l’albergo mi accorgo che ha smesso di piovere.

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