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“A ogni santo la sua candela”, la Napoli corrotta di Stefano Crupi

“A ogni santo la sua candela”, la Napoli corrotta di Stefano CrupiSarà in libreria domani per Mondadori A ogni santo la sua candela, seconda prova narrativa di Stefano Crupi dopo il convincente esordio di Cazzimma (Mondadori, 2014).

Trovare lavoro in Italia in tempo di crisi non è poi così difficile, basta capire come funzionano le cose. E Maristella, donna ambiziosa e calcolatrice rimasta presto vedova con un unico figlio da far arrivare in alto, lo sa bene, e sa che la prima cosa è «mettersi dietro il santo giusto». Ernesto si è finalmente laureato in economia e la sua spasmodica ricerca di un'affermazione personale nasce proprio dagli insegnamenti della madre che, cresciuta nei Quartieri Spagnoli di Napoli tra mille difficoltà, ha sempre accarezzato l'idea di un radicale riscatto sociale. In gioventù il suo debole per uomini carismatici e potenti aveva fatto incrociare la sua strada con quella di Alfonso Malatesta, che anni dopo sarebbe diventato un potente boss. Ernesto è il mezzo attraverso il quale Maristella può finalmente realizzare il suo sogno, e Malatesta potrebbe essere il santo giusto per sistemare suo figlio, trovandogli un impiego adeguato. E così avviene. D'altronde Ernesto ha ereditato da lei la determinazione e l'assenza di scrupoli: per diventare davvero qualcuno non bisogna mai mostrare debolezze, bisogna avere i peli sul cuore, e lui non esita ad applicare la lezione della madre nella sua nuova vita d'ufficio, tra grandi regalie e piccole meschinità. A ogni santo la sua candela racconta la rapida ascesa di un ragazzo convinto di potersi emancipare dalle sue umili origini, inserendosi a ogni costo in un meccanismo che si fa sempre più pressante. Dove lo condurrà questa sua smania di farsi strada nel mondo?

Abbiamo intervistato Stefano Crupi in occasione dell’uscita del romanzo.

 

Nei ringraziamenti posti al termine di A ogni santo la sua candela, lei attribuisce agli anni trascorsi lavorando presso un ente pubblico la nascita della sua vocazione letteraria. Il fantomatico ente presso cui trova lavoro il protagonista Ernesto (che tra parentesi ricorda parecchio l’ACI, definito da tempo e da più parti “ente inutile”) presenta in effetti delle caratteristiche degne di Kafka: ha calcato un po’ la mano nelle sue descrizioni, oppure questa è purtroppo la realtà da lei sperimentata?

Quando mi sono ritrovato in quell’ambiente lavorativo (ci sono finito un po’ per caso) anch’io non credevo ai miei occhi. C’era molto Kafka ma ci ho visto pure altra letteratura che ha raccontato gli uffici pubblici e i suoi impiegati: Dostoevskij, Gogol, Svevo, Cerami.

Ho scoperto così questo mondo di tipi umani, alcuni dei quali davvero singolari. Da una parte c’erano gli impiegati che lavoravano e che si sobbarcavano quasi tutto il lavoro – di un livello di istruzione e di preparazione generalmente superiore – e dall’altra una larga, larghissima schiera di imboscati. C’erano quelli che svolgevano compiti inutili o di una semplicità imbarazzante. C’era chi dormiva negli orari di servizio, chi aveva un doppio lavoro, chi arrotondava vendendo oggetti. L’età media era molto alta, le logiche aziendali antiquate, il computer osteggiato e poco utilizzato. Ognuno si vantava della raccomandazione che gli aveva permesso di accedere nell’ente e ottenere il posto fisso.

D’altronde, è abbastanza evidente che per svolgere l’attività di certi enti pubblici (non tutti, vivaddio), che è parecchio esigua, basterebbe la decima parte dei dipendenti che essi retribuiscono, anche meno. Alcuni di loro occupano la maggior parte del loro tempo a non far nulla perché nulla c’è da fare. Questi carrozzoni non producono nulla, non arrecano alcun valore aggiunto al sistema generale. Servono solo a mantenere i livelli di occupazione e si rivelano poi un bacino di voti al quale nessun politico vuole rinunciare.

 

La corruzione, lo scambio di favori, l’uso spregiudicato delle raccomandazioni sembrano la norma, a Napoli ma non solo: Ernesto considera del tutto naturale usare ogni mezzo, lecito o illecito, per ottenere un lavoro. Secondo lei il sistema clientelare, così radicato nel malcostume italiano, potrebbe essere estirpato, e in che modo, oppure dobbiamo rassegnarci a conviverci per sempre? Le ultime generazioni sono già rassegnate ad accettarlo o potrebbero ribellarsi?

Non credo ci siano tante possibilità di estirparlo, sembra quasi faccia parte del nostro dna di italiani. La verità è che l’Italia non ha mai smesso di essere feudale, e i nuovi feudi sono questi enti pubblici completamente nelle mani di qualche signorotto che li gestisce come se fossero roba propria. Non solo utilizzando il denaro delle loro casse per le proprie spese personali ma pure collezionando compensi, accumulandoli uno sull’altro, senza che nessuno avanzi qualche obiezione.

D’altra parte, se guardiamo il nostro Paese dal di fuori, quello che salta agli occhi è una classe politica incompetente nella migliore delle ipotesi, collusa e parassitaria nella peggiore, soprattutto al sud che è sempre più impoverito, anche da un punto di vista psicologico.

L’ideale sarebbe un cambiamento netto, una rivoluzione, ma le rivoluzioni non vanno più di moda, ormai. Walter Siti ha scritto che al tempo delle grandi rivoluzioni l’età media era la metà di oggi e il sangue bolliva il doppio. Oggi nessuno vuole più rinunciare al potere salvifico del consumo, le vittime sono invidiose dei carnefici ed è facile ingannarle con l’elemosina di un simulacro miserabile, come un cellulare di ultima generazione.

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“A ogni santo la sua candela”, la Napoli corrotta di Stefano CrupiNella sua ricerca di affermazione nel mondo, Ernesto si appoggia completamente alla madre e alla sua capacità di entrare nelle grazie delle persone più disparate. L’eccessiva sollecitudine di molti genitori nel voler costruire il futuro dei figli non può rivelarsi, in fondo, un impedimento alla crescita personale e professionale di un individuo?

La famiglia si unisce per raggiungere il suo risultato che consiste nel sistemare i suoi membri nel miglior modo possibile, massimizzando il valore. È il familismo amorale di cui parla Banfield. Le regole morali valgono solo all’interno del proprio contesto familiare, mentre all’esterno quelle stesse regole possono essere violate in nome di un vantaggio materiale.

In contesti malsani, disfunzionali, nei quali il merito conta davvero poco, questa sollecitudine familiare fa la differenza tra chi ha successo e chi non ne ha. In contesti invece sani, in cui la competizione è vera, allora a vincere è il più meritevole; a quel punto l’intervento familiare non funziona e per questo non ha molto senso.

Quello che ho notato io in questi anni, almeno dalle mie parti, è che i laureati più in gamba, che però non possono godere degli appoggi giusti, nella maggior parte dei casi espatriano: proprio perché sono in gamba comprendono che solo all’estero possono affermarsi davvero mentre qui da noi, in Italia intendo, senza i santi giusti, non vai da nessuna parte.

 

Accanto a Maristella e a suo figlio Ernesto, Napoli è la terza protagonista del romanzo, una Napoli di cui ci presenta parecchie miserie e qualche splendore. Qual è il suo rapporto personale con la città?

Ho vissuto a Napoli diversi anni, l’ho frequentata, amata molto, odiata poco. È una città complicata e la sua complicazione nasconde anche il suo fascino. Forse è per questo che nelle mie storie c’è sempre lei come protagonista. Un amico mi ha detto una volta che Napoli è un po’ come una donna bellissima, di cui sei perdutamente innamorato, che però ti tradisce sempre. Tu la perdoni e lei ti tradisce ancora.

In realtà Napoli è un’entità astratta, è impossibile dire cos’è perché è tante cose: può essere il golfo con il suo vulcano che su di me suscita ogni volta sempre la stessa meraviglia, ma anche i vicoli nascosti tra i palazzi che sembrano sul punto di abbracciarsi.

Una città è poi anche i suoi abitanti che mutano con il tempo, cambiano, si evolvono. La Napoli di adesso è già molto diversa dalla Napoli di cinque anni fa.

Io credo sia molto migliorata, soprattutto perché chi la gestisce ha compreso la sua vocazione turistica e ha provato a valorizzarla.

 

Uno dei temi del romanzo è il rapporto tra la devozione religiosa, simboleggiata dal culto dei santi protettori e degli onomastici a cui fa riferimento il titolo, e le attività illegali dei personaggi. Cosa pensa del fatto che malavitosi di ogni genere, dai mafiosi ai camorristi (basta pensare al funerale in chiesa di Casamonica a Roma, o agli “inchini” delle processioni davanti alle case dei boss) ostentino spesso un grande fervore religioso?

Per questi soggetti – che fanno della prevaricazione la loro regola, che intendono affermarsi sempre attraverso l’uso della violenza, del ricatto, dell’estorsione – i simboli religiosi sono simboli di potere; nelle croci d’oro, nelle statue costose fatte costruire all’ingresso della propria casa, c’è scritto tutto il desiderio di mostrare la propria ricchezza e la propria forza a chi vede. Lo sfarzo gettato in faccia ai propri concittadini, e pure alle autorità, segna la distanza, e suscita rispetto e paura.

 

Secondo lei, Napoli è ancora una città con una forte impronta cattolica, oppure certe sue tipiche manifestazioni di religiosità, come può essere ad esempio il festeggiamento dell’onomastico, che in molti altri luoghi è caduto in disuso, si mantengono più che altro come tradizioni?

A Napoli ci sono più di centocinquanta chiese (attive circa la metà, le altre abbandonate purtroppo all’incuria e al degrado) sparse per tutta la città. Ci sono migliaia di nicchie votive.

E poi c’è il sangue di San Gennaro che però non è il solo: esistono altre duecento ampolle circa di sangue e grumi di sangue di santi conservate in chiese o catacombe.

Il culto dei santi - lascito della Controriforma cattolica che ha qui attecchito più che in altre regioni d’Italia - è parecchio diffuso e sentito. La credenza che un santo, quello di cui portiamo il nome, possa soccorrerci, porci sotto la sua protezione a difesa delle miserie del mondo, è rassicurante per il fedele. Al santo ci si può rivolgere direttamente, chiedere qualsiasi cosa: lui, prima o poi, vedrà e provvederà.

A mio avviso non si tratta solo di tradizioni ma c’è un sentimento sincero in queste manifestazioni popolari. E la forte impronta cattolica caratterizza l’essenza della città, è un’altra peculiarità che la rende unica al mondo.


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