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“A con Zeta” di Hakan Günday: «Appena due lettere, ma contengono l’intero alfabeto»

Hakan Günday , A con zetaUn attacco formidabile quello di A con Zeta di Hakan Günday (Marcos y Marcos, traduzione di Fulvio Bertuccelli), tanto da candidarsi senza alcun timore a diventare uno di quelli destinati a restare a lungo nella memoria, a sopravvivere ai princìpi (e alla fine) dei tanti libri che si potranno o vorranno leggere dopo: «Aveva sei anni e a sei anni sarebbe morta». Un incipit che crea atmosfera, aggancia il lettore, gioca con le sue emozioni e genera un’impressione, un sentimento inconfondibile di ineluttabilità, di una tragedia che non solo non c’è modo di evitare ma che anzi è necessaria.

Un’atmosfera che avvolge la piccola Derdâ, undicenne di Yatrica, «un villaggio di spie e di figli di puttana» nella Turchia più remota. Venduta dalla madre come sposa a un uomo ottuso e brutale, una sciagurata progressione di situazioni dolorose la segue fino a Finsbury Park, un quartiere a nord di Londra, dove è segregata in un appartamento per cinque anni; la pervade e le si infiltra sottopelle anche quando, infine, riesce a fuggire pensando di sopravvivere e la getta, invece, nella morsa di altri e sempre più agghiaccianti carnefici. È in questi estenuanti sgambetti del destino che Derdâ inizia a operare una meticolosa dilapidazione del proprio corpo, un bene che crede di non possedere davvero, come la vita che consuma poco a poco tra eroina e pornografia: «Minaccia e supplica. Punizione e ricompensa. Passività e violenza. Sadismo e masochismo». Fino alla catarsi da cui scaturisce un processo di rigenerazione e riappropriazione del sé, in tutte le sue forme questa volta, del corpo, dello spirito e della mente.

She dreams about it, pic by Petr Dosek

Poi c’è Derda. E un’altra storia sembra prendere forma all’ombra delle stesse pagine che fin lì avevano ospitato la prima. Derda è un ragazzino che vive all’interno del cimitero di Istanbul: anche lui ha undici anni, il padre è in carcere e la madre è morta all’improvviso. Per sfuggire all’orfanotrofio, si guadagna la vita pulendo le tombe, e successivamente in una tipografia clandestina; non sa leggere ma quel poco che riesce a imparare lo proietta nel mondo di Oˇguz Atay, scrittore precursore del post-modernismo letterario turco, controverso e contrastato, nelle cui disconnessioni dalla società conformista e tradizionale Derda trova il senso di se stesso, non senza essersi prima perso, perché – e questa è la verità più ovvia ma anche la più sincera – senza perdita non esiste ritrovamento.

The man on his path, pic by Tuncay

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Derdâ e Derda non sono solo due nomi in apparenza simili, due capitoli di una storia a prima vista contingente; non sono solo i fili di un intreccio magistrale, un prezioso intarsio narrativo, una trama finemente lavorata. Derdâ e Derda sono la A e la Zeta: «Allora diciamo così: io ti conosco poco… poco… ‘Az’ nella nostra lingua… Ci hai fatto caso anche tu? ‘Az’ è una parola piccolissima. Solo A e Z. Appena due lettere, ma contengono l’intero alfabeto».

Le storie di Derdâ e Derda sono come la parole di saussuriana memoria, meccanismi imprevisti e catalizzatori che incontrandosi formano la langue di un universo diegetico empirico. Casi individuali, irripetibili, accidenti singoli, mai uguali, come le fonazioni della A e della Z. Insieme tuttavia, quando alla fine si trovano e si uniscono, creano un sistema condiviso che permette di comunicare al mondo «un poco» delle loro vicende.

Hakan Günday

È un’interpretazione, più precisamente è la intentio lectoris che ho scelto per orientarmi nel testo, scartando con conspevolezza ogni tentazione di leggere questo romanzo come manifesto o denuncia di una civiltà, quella mussulmana, con l’aggravante della condizione della donna e dei minori all’interno della stessa. Con ciò non si esclude, beninteso, che questa possa essere stata l’intentio autoris (certi didascalismi della narrazione suggerirebbero, anzi, questa ipotesi), ma trattandosi di un tema delicato ho preferito, in coscienza, non attribuire al romanzo una responsabilità che, in questa parte del mondo e in questo preciso momento storico, rischia di turbare tutto il resto, ostacolando la ricezione di toni, tracce, segni della scrittura che evocano, invece, un respiro più ampio, più lirico, una ricca messe di correlazioni trascendente i puri eventi raccontati.

Questo romanzo sublima tante immagini, verità, contraddizioni, rivelazioni della precaria realtà dell’uomo in balìa dell’indefettibile binomio destino-fortuna, ma allo stesso tempo ricorda che nemmeno l’abiezione più meschina può abbattere la generosità e la delicatezza dell’amore come atto supremo di giustizia. Che messa così può certo apparire scontato, l’insostenibile leggerezza del lieto fine. Non fosse che tra l’inizio e la fine, l’A con Zeta, appunto, fluisce la stupefacente opera di Hakan Günday.  

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