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A colloquio con Mariella Bettarini, scrittrice e poetessa “digitale adottiva”

Mariella BettariniMariella Bettarini è scrittrice, poetessa, editrice, saggista e traduttrice. Il suo impegno è sempre stato proteso verso la diffusione e la promozione della cultura, attiva anche sul piano dei diritti e delle rivendicazioni sociali.

 

C’è ancora spazio per una rivista letteraria in Italia? In che condizioni si svolge il dibattito culturale dei giorni nostri?

Direi che lo spazio per una rivista letteraria in Italia si deve cercare di continuare ad “inventarselo”. Voglio dire che – anche se gli interlocutori/le interlocutrici sono pochi, pochissimi/e – non dobbiamo avere troppa paura di questo silenzio, di questa (spesso più apparente che reale) “assenza” di dialogo. Altrimenti saremmo anche noi a contribuire a tale silenzio, a tale assenza di dialogo. Certo, il dibattito culturale, oggi e qui, non è dei più facili e felici, lo sappiamo benissimo. E tuttavia vale la pena continuare, “resistere”, continuare a r-esistere. Quasi per scommessa, come per sfida, tanto più se si tratta di una rivista letteraria che – come «L’area di Broca» – esce da più di quarant’anni (nei suoi primi vent’anni di vita aveva il titolo di «Salvo imprevisti») e senza un finanziamento pubblico, solo con qualche abbonamento e soprattutto con le quote mensili da parte dei componenti la redazione.

 

È favorevole al dibattito letterario/culturale sul web?

Direi di sì, sicuramente. Anche se, in molti casi, si rischia d’imbattersi – più che in un “dibattito” – in un parlarsi spesso troppo “autoreferenziale”, individualistico, vòlto a “farsi sentire-notare-conoscere” piuttosto che ad ascoltare-interessarsi-interagire. Questo mio parere risente, certo, anche della mia lunghissima esperienza precedente al web, quindi si tratta di un dato generazionale da parte di una persona che – come me – non è “nativa digitale”, bensì “digitale adottiva”.

 

Ci racconta l’esperienza de «L’area di Broca»

Sarebbe un racconto davvero quasi “infinito”. Come fare? Si tratta di più di quarant’anni di un meraviglioso lavoro e impegno culturale vivo di passione, condivisione, cooperazione con tante e tanti compagne e compagni di scrittura, redattrici e redattori con i quali abbiamo sempre condiviso – e continuiamo a condividere – le scelte dei temi monografici di ogni fascicolo e poi, via via, i testi creativi e saggistici che ci sono giunti – e ci giungono – da ogni parte d’Italia, per una approfondita e seria scelta “di qualità”, senza nessun vincolo economico da parte di chi invia. In questi più di quarant’anni i collaboratori sono stati più di settecento. Volendo conoscere specificamente questo nostro lavoro, ossia i vari numeri fin qui usciti, si possono consultare in Internet i seguenti due siti:www.emt.it/salvoimprevisti e www.emt.it/broca.

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Tra quattro anni ricorrerà il 50° anniversario della rivoluzione sessantottina: che cosa ha rappresentato per l’Italia e che cosa è rimasto oggi?

La “rivoluzione” del ‘68 ha rappresentato un notevole “vento” di possibile cambiamento, una concreta, certo anche utopica, speranza di rinnovare un sistema civile, politico e quindi culturale fortemente segnato da gravi carenze etiche e sociali, da forti ipocrisie, da corruzioni e falsità, insomma da profondi (e quasi irrecuperabili) errori e persino “orrori” politici, e dunque umani, all’interno della realtà italiana.Oggi di questa grande, certo “utopica”, speranza è rimasto – forse – da parte di un concreto numero di cittadini della nostra nazione, il desiderio, anzi il bisogno, di non cedere alla corruzione dilagante, di portare sempre più avanti una visione e un impegno davvero comunitari, europei e anche extra-europei, dal momento che in questi quasi cinquant’anni dal ‘68 il mondo si è sempre più avvicinato a essere “uno”, ossia davvero condiviso oppure fallito, morto. Voglio dire che o ci “salviamo” tutti insieme, o periremo insieme tutti, cittadini e cittadine del mondo.

 

Qual è, secondo lei, la capitale culturale d’Italia? E quali condizioni dovrebbe soddisfare appieno tale ruolo?

Domanda davvero difficilissima! A mio parere è quasi impossibile rispondervi. Credo vi siano tanti elementi in varie città italiane che potrebbero far essere tali città le possibili “capitali culturali d’Italia”: Roma, per tanti versi; Firenze, per altrettanti versi; Milano, per altri versi; Torino, e così via. Direi, quindi, piuttosto, “capitali culturali d’Italia”, al plurale, dal momento che tanti, troppi sono gli elementi indispensabili ad essere una vera e propria “capitale culturale”, e che tali elementi sono – a mio avviso – disseminati in varie realtà cittadine, piuttosto che concentrati in una soltanto.

 

Che cosa pensa dei festival letterari in Italia? Che cosa si può fare oggi per promuovere la lettura?

Anche questa è una domanda dalla difficile risposta. Dei festival letterari in Italia penso che possano essere utili (anche se certo non indispensabili) per avvicinare i più “lontani” ai libri, alla lettura. O forse è vero il contrario? Che a tali festival si avvicinano coloro che alla lettura e ai libri sono già vicini? Mah! Una cosa, almeno, secondo me, è sicura: che queste occasioni festivaliere servono “in primis” al mondo editoriale, ossia economico legato ai libri. Per promuovere la lettura, certo, servono anche tali festival, ma credo che si debba soprattutto ri-partire proprio dall’inizio, ossia dalla formazione scolastica dei cittadini, dalla scuola, insomma. Se non si riparte dalle “fondamenta” credo non si vada molto lontano.

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