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A chi appartiene il patrimonio culturale italiano?

Patrimonio culturale italianoIl MIBACT (Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo) unitamente al Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale opera con solerzia per impedire tra l’altro:

  1. scavi clandestini presso siti archeologici;
  2. furti e ricettazioni di opere d’arte, nonché la loro commercializzazione illegale;
  3. danni a monumenti e aree archeologiche;
  4. esportazioni illegali di beni culturali, falsificazioni e riciclaggio.

Per il recupero e mantenimento del patrimonio culturale italiano è stata istituita, nel 1980, la Banca Dati dei Beni Culturali illecitamente sottratti, un database alimentato quotidianamente, corredato di descrizioni e fotografie, che vanta di essere il primo al mondo, per costituzione.
Anche riguardo l’istituzione del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale l’Italia può gioire nell’aver precorso i tempi, le sue origini risalgono infatti al lontano 1969.

È ancora tutto italiano il primato nell’impiego di una scheda che se compilata nei minimi dettagli e corredata di fotografia rende il bene culturale facilmente rintracciabile e identificabile in caso di furto o smarrimento, definita Documento dell’opera d’arte Object ld, realizzata seguendo le indicazioni date dall’UNESCO.
Un primato che i funzionari del MIBACT e del Comando Carabinieri sono lieti di non avere è quello relativo al numero di furti che in Italia non è il più alto d’Europa, anche se nel 2012 le stime annoverano 1.026 furti accertati di opere d’arte, quasi tre al giorno.

Ma tutti questi sforzi sono veramente volti alla tutela e alla salvaguardia del patrimonio culturale degli Italiani?

È di questi giorni la notizia che il MIBACT sta predisponendo un fondo per i primi interventi urgenti dopo il sisma che ha colpito la zona tra l’Irpinia e il Sannio.
In teoria andrebbe valutata positivamente un’iniziativa del genere se non fosse che, leggendo gli interventi da fare, iniziano a sorgere i primi dubbi. I sopralluoghi effettuati riguardano, oltre i centri storici, tutta una serie di palazzi e costruzioni religiose che non appartengono neanche allo Stato Italiano e se teniamo in considerazione che, tra chiese, vescovadi, monasteri, abbazie e altro, lo Stato Vaticano possiede oltre centomila immobili, ne deriva che tutto ciò ha un costo elevatissimo per le casse dello Stato Italiano che deve farsi carico anche della tutela di questo patrimonio, della sua salvaguardia e del suo restauro e mantenimento.

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Pur volendo considerare legittima una compartecipazione dello Stato Italiano alla conservazione del patrimonio culturale dello Stato Vaticano per la sua dislocazione territoriale, diventa surreale una situazione del genere quando già a partire dal 2002,  con Decreto Direttoriale, vengono messi in vendita beni appartenenti al demanio dello Stato Italiano per autofinanziare le ingenti spese da supportare e il cui elenco ammonta a circa 800 pagine. Non si può non interrogarsi sui motivi che spingono uno Stato a svendere i propri beni per accollarsi gli oneri di quelli di un altro Stato. Dopo tanti sforzi volti a evitare furti e falsificazioni di beni culturali facilmente movibili, si aliena un patrimonio di beni culturali al contrario difficilmente soggetto a furto o smarrimento ma egualmente di pregio, evidentemente sulla mera base di calcoli e ritorni economici.

Il patrimonio culturale italiano appartiene, o dovrebbe appartenere, al popolo italiano il quale deve poterne usufruire liberamente, fermo restando l’onere di contribuire alla sua tutela versando le tasse che certamente già paga. È assurdo dover sborsare un’ulteriore gabella ogni volta che si vuole ammirare una statua, un dipinto, un sito archeologico… una situazione paradossale che genera in noi italiani la sensazione di non aver diritto alcuno sugli innumerevoli beni del nostro patrimonio culturale e di essere ospiti in casa nostra.

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